PORCELLANA. - È una delle grandi classi in cui ceramica (v.). È a pasta artificialmente composta a freddo sulla base ternaria: caolino, feldspato, quarzo; si consolida ad alta temperatura (da 1350° a 1420°) in un corpo ad incipiente vetrificazione (frattura concoide); bianco, traslucido, non attaccabile dall'acciaio né dalla maggior parte dei reattivi chimici. Richiede, come rivestimento, una coperta feldspatica; senza rivestimento, «a grana di marmo», si chiama alla francese biscuit, e serve a scopi ornamentali. La p. tipica (caolinca) detta anche p. dura, è di origine cinese ma se ne conoscono delle imitazioni quali la p. tenera a base di fritte vetrose (italiana, del sec. XVI,
poi specialmente francese del sec. XVIII; la fosfatica (o inglese, a base di cenere di ossa, ottenuta in Inghilterra verso la metà del 1700); la magnesica (o italiana, composta fra il sec. XVIII e il XIX in Vino (Piemonte) da G. A. Gioanetti).
La parola p. si ritiene da taluno di origine portoghese, perché con quel nome si intende, in lingua lusitana, una conchiglia dei mari di Oriente, splendente e bianca, appunto, come la p. Ma va rilevato che i navigatori portoghesi fecero rotta per le Indie orientali soltanto alla fine del Quattrocento, mentre Marco Polo, vissuto dal 1271 al 1295 alla corte di Cambalik (Pechino), designa con tale voce quel genere di stoviglie prodotte dai ceramisti dell'Impero mongolo, soggiungendo che vengono esportate «per mi le monde». Ciò è confermato da notizie storiche e da cimeli di età assai anteriore al viaggiatore veneziano, che fanno ritenere la p. nota almeno dal sec. IX al mondo islamico, donde assai presto passò in Occidente, tramite il Cairo, Bisanzio e Venezia.
I suoi rudimenti possono trovarsi in un tipo di gres porcellanico a corpo grigiastro fatto nel distretto di Yūch (Chekiang) ca. nel sec. I d. C., ma la prima, vera p. translucida, ancora un poco color avorio, si ha con la dinastia T'ang (618-906). Il prodotto si perfeziona ancor più sotto i Sung (960-1280); e ne sono ben noti, ad es., i capi un po' pesanti, che si sogliono dire celadon, a decorazione leggermente graffita o a stampo sotto una coperta di un indefinibile color glauco, altrimenti detti kansai, ed anche ghuri e martabani; produzione che si continuò ad imitare anche sotto le dinastie successive. Con i Ming (1368-1634) e con i Manciù (dopo il 1644) accanto ai pezzi a «guscio d'ovo», cosiddetti per l'estrema sottigliezza delle pareti, si ebbero paste nivee finissime che servirono anche per plastiche deliziosi. La terminologia francese (conservata anche ad altre varietà di p. di Cina) chiama questo genere blanc de Chine. Ma il gusto del colore impose superbe tonalità monocrome (p. es., i famosi rossi sang de boeuf e rouge-flambés, gli smalti lucenti della famille verte e quelli neri specchianti, il delicatissimo clair de lune, il meno comune giallo imperiale, e fastose policromie, come quelle dei cosiddetti «cinque colori»). Speciale ai Ming è la classe del bianco e turchino, largamente diffusa e continuata nel tempo, mentre un pallido smalto rosa, introdotto dall'Europa in Cina poco prima della morte dell'Imperatore K'ang-hsi (1662-1722), diede origine alla famille rose. Ammessi nel paese i Gesuiti, essi vi eccitarono la produzione di capi a soggetto religioso (p. dei Gesuiti), mentre quella più largamente destinata alla esportazione in Europa con motivi anche araldici occidentali, in partenza dal porto di Canton, prese il nome da quel luogo. Lo stesso Giappone era stato invaso dalla p. cinese. La produzione locale, inizializzata forse con il Seicento, crebbe e si sviluppò nei due secoli successivi, onde furono note anche in Europa le fastose p. dette

(ma) dal porto di Imari, da cui partivano i prodotti delle prossime fornaci di Arita, e quelle dette Kakiemono, dal nome di una famiglia di artefici lungamente operosa. Va appena ricordato che intorno all'anno 1700 Augusto III il Forte, elettore di Sassonia e re di Polonia, ne raccolse in numerosi così cospicuo da formare la celebre collezione di Dresda.
Ma già da molto tempo l'Europa avidamente ricercava gli antichi prodotti di Cina, ai quali il medioevo annetteva virtù, si potrebbe dire, miracolose; essi pertanto formarono oggetto di doni preziosi, ambitissimi anche da sovrani. La formula di fabbricazione fu lungamente ricercata dagli alchimisti e si han notizie (ma non cimeli superstiti) di speciali inutili tentativi fatti a Venezia, Urbino, Ferrara, Milano. Mancando ancora la conoscenza del caolino, elemento indispensabile a formare la vera p., i prodotti eventualmente ottenuti non potevano essere che imitazioni decorative più o meno riuscite. E invero la cosiddetta «p. dei Medici», composta nell'ultimo quarto del Cinquecento in Firenze dal granduca Francesco I e dagli artefici e ricercatori da lui assoluti, pur rappresentando una conquista della genialità del mecenate e dei suoi collaboratori, dai ca. 50 capi che ne restano risulta formata da una miscela di argilla e di fritte verso, alla quale non si può dare che il nome di comodo di p. «tenera». Egualmente a base di fritte verso fu il prodotto trovato un secolo dopo in Francia, a Parigi e a Rouen; esso prese poi assetto ed ebbe mirabile vaghezza decorativa a Sèvres con la creazione di quella celebre manifattura. Ivi la p. tenera (o vetrosa, o frittata) continuò a prodursi sino ai primi anni dell'Ottocento, quando il nuovo direttore di Sèvres A. Brongniart la sostituì con la p. caolinica vera e propria. Anche l'Olanda, la Germania e l'Inghilterra tentarono di ottenere quel prodotto. In quest'ultimo paese ca. il 1750 venne introdotta nell'imposto la cenere di ossa, a somiglianza di quanto veniva fatto da quasi un secolo in Germania per ottenere il vetro latteo; e questo prodotto inglese, a base fosfatica, si disse bone-china, ossia p. di ossa. Alcuni decenni più tardi a Vinovo in Piemonte venivano impiegati i silicati di magnesio sotto forma di talco, ad opera di Vittorio Amedeo Gioanetti; e questo tipo di p. magnesica, pur nella breve durata della sua produzione, può ritenersi il prototipo dell'odierna p. cordieritica, che l'industria impiega in particolari esigenze (chimiche ed elettrotecniche).
Ma la romantica ricerca del modo di comporre la vera p. aveva avuto una conclusione favorevole intorno al l'anno 1709. ad opera dell'alchimista tedesco J. F. Böttger. Trattenuto al lavoro da Augusto III e venuto in possesso del caolino, dopo estenuanti ricerche e prove, con il concorso dello scienziato Tschirnhaus egli poté ottenere la prima schietta p. europea. Sorse così a Meissen la gloriosa manifattura sassone che si valse, per i suoi prodotti, mirabili sia dal lato tecnico che da quello ormai mentale, dell'opera di chimici e di artisti insigni, fra cui lo Herold, J. J. Kändler, il Marcolini ecc. Il segreto della lavorazione, nonostante le più gelose disposizioni, non poté essere mantenuto. Vienna nel 1718 ebbe una sua manifattura, Venezia nel 1720, nel 1735 Doccia in Toscana ad opera della casa Ginori, il cui nome è ancora legato a una delle migliori produzioni italiane; nel 1740 si ebbe un'offi cina a Capodimonte per volontà di Carlo II di Borbone, che nel 1737 aveva sposato la figlia della l'Elettore di Sassonia. Ogni Stato volle la sua particolare produzione di p. dura; mecenati e industriali si dedicarono per vaghezza e per interesse, e la fabbricazione della p. divenne un fenomeno largamente europeo, che sovente assunse aspetti di una vera e propria «mala latta». «Arcanisti», artisti e modellatori raffinati diedero l'opera loro alla composizione e alla plastica. Gli oratori furono dapprima condotti sul gusto delle cosiddette chinoiseres, diffuso in Europa dalle ambasciate orientali e poi ancor più volgarizzato dalle opere di viaggiatori europei (tipico esempio è quello di Johann Niehoff, inviato dalla Compagnia delle Indie Orientali all'Imperatore di Cina, la cui relazione apparve a Leida nel 1665 e in traduzione tedesca quattro anni dopo). Le decorazioni e le figurazioni si ispirarono poi al barocco e al rococò, che dominarono l'Europa, prendendo i soggetti soprattutto dalle stampe francesi contemporanee; e non solo nelle forme dei vasi e dei ricchi servizi da tavola dipinti a «terzo fuoco», ma, in generale, per la moda il costume, la commedia dell'arte, le pastorellerie, il cisticheismo, le scene alla Wetteau del momento, insieme con episodi bellici, ritratti di personaggi in placchette e in mezza figura, figurine di genere, animali, fiori, cani-delabri, ornamenti architettonici applicati a interi «gabinetti» di residenze principesche. Anche le espressioni religiose cristiane (oltre che quelle buddistiche) ebbero notevoli rappresentanze in siffatta nobile materia. Si possono citare, oltre un raro piatto cinese con la Crocifisione, ora al Museo di Bergen (Norvegia), varie plastiche raffiguranti i salienti motivi della fede cattolica, eseguite in officine italiane, spagnole, tedesche, inglesi, quali la grandiosa Deposizione, di Doccia o di Capodimonte, di ca. il 1775, al Museo nazionale di Stoccolma, oltre scene della vita di Gesù e della Passione, figura a tutto tondo della Ver-gine con il Bambino, dell'Immacolata, della Mater Dolorosa ecc.; ed anche i santi (p. es., quella di s. Carlo Borromeo, modellata dal Linck nelle officine di Frankenthal, ca. il 1770, al Museo di Monaco, e altre). - Vedi tavv. CXIX-CXX.