PRIMATO DI GESÙ CRISTO

PRIMATO DI GESÙ CRISTO. - Il p. di G. C. nella storia dell'umanità è un fatto, testimoniato dalla cronologia. La comparsa di lui nel mondo ha segnato il capovolgimento del corso dei secoli; il mondo intero, si può dire, fa datare dalla sua venuta quella che considera come la tappa definitiva della sua esistenza. Le civiltà più antiche si sono fuse o stanno fondendosi ogni giorno di più in quella che porta il suo nome e che, senza talora neppure avvedersene, porta l'impronta della «buona novella» proclamata a tutti i popoli dalla sua nascita a Betlemme.

Questo p. deriva senza dubbio dai suoi miracoli, dalla sua dottrina, dall'influsso esercitato dalla Chiesa, stabilita da lui quale «colonna della verità»; ma deriva soprattutto dalla suprema dignità e potenza della sua persona. «Chi è mai costui?», si domandarono per primi coloro che lo videro comandare ai venti e ai flutti, guarire i malati, risuscitare i morti. «Chi è costui?» si domandarono oggi ancora quelli che sono estranei al suo Vangelo e vedono milioni di uomini, ancora dopo tanti secoli, pronti a fargli il sacrificio della loro vita piuttosto che rinnegare la loro fede in lui. «È il Figlio di Dio», rispondono d'una sola voce tutti i cristiani, e le Chiese, sparse per tutto il mondo, sono unanimi nel confessare che «egli è disceso dal cielo per noi e per la nostra salvezza». «È fu pure crocifisso per noi», soggiungono coloro che, cantando il Credo, si sono prostrati al ricordo del mistero della sua Incarnazione.

Dio e Salvatore sono, infatti, i due titoli sui quali si fonda il p. universalmente riconosciuto a Gesù Cristo. Centro e culmine della religione da lui fondata, egli domina e comanda tutto quello che vi è in essa di più grande e di più santo. Infinitamente al di sopra dei suoi Angeli, dei suoi Profeti e dei suoi Apostoli, infinitamente al di sopra della sua stessa Madre, egli è il solo che venga adorato, il solo che venga creduto e servito per se stesso. La Chiesa con la sua gerarchia, i suoi dogmi e il suo culto è a lui subordinata; non esiste che per mezzo di lui e per lui; il suo compito consiste essenzialmente nel condurre gli uomini a lui, affinché aderiscano alla sua persona e gli rendano un culto fatto di confidenza, di sottomissione e di amore. Gli è stato anche costituito un corpo dai membri ripartiti in cielo e sulla terra, del quale egli è il solo e vero capo. In essi e per mezzo di essi tutto confluisce a lui: «Tutto è vostro ma voi siete del Cristo» (I Cor. 3, 23). Tale, infatti, è il disegno di Dio riguardo a Gesù Cristo, cioè che egli abbia il p. in tutto, e che tutto, nel corso dei secoli, tenda a costituirsi e a conformarsi a lui (Col. 1, 1-18; Eph. 1, 10).

I teologi cattolici hanno gareggiato nel trovare il modo di meglio far comprendere la magnificenza del piano di Dio. Si sono così formate due correnti di pensiero, la cui stessa opposizione contribuisce a far conoscere l'altezza, la profondità, la larghezza e la sublimità del disegno di Dio su Cristo. Movendo dal fatto attuale che tutti gli uomini e gli esseri sono subordinati a Gesù Cristo e a Gesù Redentore, ammettendo gli uni e gli altri che l'Uomo-Dio non ha potuto e non potrebbe in nessuna ipotesi essere voluto da Dio senza essere stabilito come capo dell'umanità, e che questo p., dal momento che l'Uomo-Dio è voluto, gli compete di diritto per la sua personalità divina più ancora che per la sua opera redentrice, essi si pongono la domanda se, in linea di fatto, l'umanità è stata orientata verso di lui fin dall'inizio della sua esistenza. Gli uni, credendo di riconoscere nell'insegnamento tradizionale della Chiesa che Gesù Cristo è stato voluto unicamente per riguardo agli uomini da redimere, non possono per ciò stesso considerarlo come dato fin da principio quale capo a Adamo: il primo uomo non sarebbe stato previsto, voluto e ordinato a lui, se non conseguentemente al suo peccato e come a suo redentore.

Gli altri, ritenendo indegno di Gesù l'essere stato dato quale capo all'umanità e alla creazione solo in occasione e in conseguenza del peccato originale, credono di trovare nella sapienza divina la prova che Adamo, anche prima del suo peccato, si trova nello stato di dipendenza di Gesù Cristo. Per questa affermazione si fondano sull'ordine immutabile che sembra loro abbia dovuto presiedere ai disegni divini, e dicono che per volere, all'incontro di sé, esseri ordinati alla sua gloria, Dio doveva prima volere colui che vedeva potergli dare maggior onore e maggior gloria. Inoltre non si può concepire che Dio, decretando di creare Adamo, non ne abbia prevista la caduta con tutte le sue conseguenze. Se pertanto Dio è passato sopra questa previsione, si è perché nella medesima prospettiva vedeva compreso il rimedio da portare a così gran male e che questo rimedio sarebbe stato Gesù Cristo. In breve, l'accettazione della prospettiva del peccato originale non sembra a questi teologi concepibile se non in funzione della volontà determinata di recarvi rimedio. E poiché su quest'ultimo punto sembrano d'accordo con i Padri della Chiesa, che si sono fermati a questa considerazione, ritengono che la conclusione s'imponga da sé, che cioè l'Incarnazione del Figlio di Dio debba essere concepita come voluta per se stessa e come la sola spiegazione del motivo, per cui Dio ha potuto accettare la prospettiva di un primo uomo travolgente nella sua caduta tutta la sua discendenza. In questo senso il p. di Gesù Cristo appare assoluto. Di queste due opinioni, la prima è di S. Tommaso (Sum. Theol. 3ª, q. 1, a. 3) ed è la più insegnata nelle scuole (Gaetano, Toleto, Vasquez, Petavio, Pesch, Billot, Hugon, D'Alès); la seconda, di Scoto (Reportata parisiense: III Sent., d. 7, q. 4), ha trovato in S. Francesco di Sales un assertore, che un discreto numero di autori segue.

Bibl.: per un confronto delle due opinioni: P. Galtier De Incarnatione ac Redemptione, Parigi 1926, pp. 462-84; A. Minhel, Incarnation, in DTHC, VII, coll. 1482-1507. Per un tentativo di conciliazione: I. Rocca-G. Roschini, De ratione prima, in Sacra Christiania Christi et Deiparae, Rom. 1942. In senso secondo: P. Risi, Sul motivo primario dell'Incarnazione, 4 voll., Roma 1898; P. Chrysostome, Le moti del Incarnazione, 4 voll., Roma 1898