RACHIS

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RACHIS. - Re dei Longobardi, già duca del Friuli, fautore di un’intesa con il Papato, sali al trono nel 744, in seguito ad un movimento che rovesciò Ildeprando, successore e continuatore della politica di Liutprando, ed al quale forse papa Zaccaria non era del tutto estraneo. Appena salito al trono, R. concluse una tregua ventennale con i Bizantini, ma le sue direttive e i favori che concedevano ai «Romani» - aveva sposato una romana, Tassia - erano disapprovate dai fautori di una politica nazionale. Le leggi che egli pubblicò nel 746 rivelano, insieme con la incapacità di mantenere l’ordine e la giustizia, l’imminenza di una rivolta dei grandi e di una loro intesa con i nemici del Regno.

La storiografia tradizionale afferma che R. fu indotto a riprendere la politica aggressiva di Liutprando da ragioni

RACHIS - Il re R. Miniatura del Codex legum Langobardorum. Cava dei Tirreni, Biblioteca della Badia, cod. 22 (sec. XI).

educare a Beauvais, quando essa si ritira a Port-Royal; e a Port-Royal il giovanetto è chiamato nel 1655. Poi studia a Parigi, nel collegio d'Harcourt, donde esce nel 1659, per tuffarsi nella vita mondana e tentare la fortuna letteraria. Soggiorna a Uzès, in Linguadoca, presso uno zio, vicario generale della diocesi; nel 1663, di ritorno a Parigi, si dà al teatro.

Poi le date della sua vita sono, per un tratto, quelle delle sue opere: 1664, La Thébaïde ou Les frères ennemis; 1665, Alexandre le Grand (l'una e l'altra rappresentante dalla compagnia di Molière); 1667, Andromaque; 1668, Les Plaidours (unica sua commedia); 1669, Britannicus; 1670, Bérénice; 1672, Bajazet; 1673, Mithridate; 1674, Iphigénie; 1677, Phèdre. Una varia cronaca s'intesse a questo catalogo: amori che con freddo calcolo egli fa servire anche alla sua gloria d'autore, rivalità teatrali con il grande Corneille, cabale ed intrighi di protettori e di nemici; e una troppo acerba e irridecente polemica contro il rigorismo dei suoi maestri giansenisti di Port-Royal, la Lettre à l'auteur des Hérésies imaginaires et des deux Visionnaires (1666), dove tuttavia è indagato il valore di moralità e di verità della tragedia. Abbandonato, dopo Phèdre, il teatro, sposa nello stesso anno Catherine de Romanet, e, storiografo del Re con il Boileau, si lascia distogliere da nuove cure, padre di famiglia e uomo di corte. Alla scena, scena di collegio, sottratta alla rude pubblicità, ma forse più accorta nei riecheggiamenti, e certo più preziosa, ritorna per invito di Madame de Maintenon, la moglie morganatica di Luigi XIV; e le damigelle di Saint-Cyr rappresentano Esther nel 1689 e, con un'esecuzione più di lettura che di recita, Athalie nel 1691; tragedie che trasfigurano la vicenda in una coralità lirica; e su questa via procede verso i Cantiques spirituels (1694). La sua condotta diventa sempre più pensosa e religiosa: si compone in serenità grande d'attesa e muore con esemplare rassegnazione e fortezza. Chiese d'essere sepolto a Port-Royal.

La sua vita procede sempre attenta alle occasioni, sempre staccata da loro: da quando interpreta idilliamente le solitudini di Port-Royal a quando, pur facendo la sua corte a Luigi XIV, non nasconde al Re, fiero anti-giansenista, la sua devozione: insinua nel dramma sacro di Esther allusioni cortigiane al declino della favorita regale, la Montespan, e nelle lettere al figlio applica quel metodo di educazione rigorosa cui lui stesso s'era, giovane, allegramente sottratto. Consente ai diversi ambienti; ma serba, insieme, una virtù e forza di appello ultimo, una voce e preghiera che va di là dalle cerchie che l'avevano accolto e portato. Così delle sue tragedie (e per l'unica commedia si può notare l'oltranza del gioco cosmico, la tensione grottesca che travolge l'occasione stessa del riso): fra i mille impicci delle regole accademiche (fra l'altre, le unità di tempo, di luogo, d'azione), delle consuetudini sceniche (che prescrivevano la successione delle entrate, la misura dei dialoghi e dei monologhi, la forma dell'educazione, lo stile del dramma, che chiamava da ogni parte il fatto e poi si sottraeva alla sua evidenza, il colorito era patetico ora eloquente degli squarci), dei mille riecheggiamenti che dalla città e dalla Corte percorrevano il palco, senza rinunciare a nulla egli proprio nei limiti scopre la sua libertà stupenda. Sa sempre col

locarsi al di là della finzione, al di là dello stesso incanto e abbandono cui cedono le sue creature, analista spietato e tragedia pietoso.

Variatissimi i temi, pur in un novero scarso e con la riduzione costante, ma apparente, delle creature tragiche al canone della moda e della corte; e battendo e ribattendo sul dramma d'amore: la luce della poesia investe di chiarietà anche la più sotterranea vicenda; e le creature più disperate e perverse, da Rossana (Bajazet) a Fedra, si riscattano nel loro stesso sottomettersi alla confessione: purezza di verità, prima che luce di bellezza poetica. Ogni epoca vi lesse la conferma delle predilezioni sue proprie: il Settecento italiano, dopo Metastasio, lo amò per la sua dolcezza suadente; l'Ottocento francese, dopo Baudelaire, per la sua fermezza impavida. L'impiazzata elusiva pare a chi vi osserva tanta vita eroica e tetra, tanta storia dai Greci di Tebe ai Turchi del Serraglio, dall'Impero di Nerone all'Impero di Tito, dal campo d'Aulide alla reggia di Assuero, dall'Oriente di Mitridate all'Oriente di Gerusalemme e del Tempio (ma onnipresente è la corte del Re Sole); e un torbido declinare verso le zone inferte dell'essere, a paragone della libera volontà degli eroi di Corneille. Ma dietro la sua guida lo spettatore, e più il lettore, e meglio di ognuno la civiltà stessa, che da una forma letteraria compiutissima resta costretta alle decisioni esterne, percorre un itinerario audace verso una solitudine ultima: in un arringo d'alta eloquenza l'eroe corneliano decideva di un destino di grandezza; ma nel suo deserto l'anima raciniana decide di una sorte eterna.

Bibl.: cf. la rassegna degli anni 1940-50, con ogni cura disposta da C. Cordié, Raciniana: studi, testi, traduzioni, in Letterature moderne, nov. 1950. Fra le edd. innumerevoli, le Oeuvres, a cura di P. Mesnard, 8 voll., Parigi 1865-73, con una biogr. fondamentale ed i Mémoires del figlio di R., Luigi Vastissima l'esplorazione della fortuna nel fascicolo della Rev. de littéra. comparée dedicato a R. et l'étranger, ort.-dic. 1939. Fra i molti incontri di poeti e di saggisti, L. Strachey, R., in Books and Characters, Londra 1922; F. Mauriac, La vie