REFRIGERIO. - In gr. ἀνάφυξις significa rinfresco, ristoro, banchetto. Presso i Romani come tale si trova: refrigeratio aestate (Cicerone, De senectute, 14, 46), refrigeratur (id., Pro Roscio, 6) e ancora: umbris aquisive refrigerari salubrius (De senect., 16, 57) e refrigerationem quaerentes (Plinio, Nat. hist., 21, 46). Nel senso cristiano significa sollievo da un luogo di pene o eterno gaudio in paradiso.
In tale significato simbolico si trova usato già nel Vecchio Testamento (Ps. 65, 11; Sap. 4, 7; Ier. 6, 16); nel Nuovo il ricco epulone riarso chiede a Lazzaro ut refrigeret linguam (Lc. 16, 24). S. Paolo scrive: Det misericordiam Dominus Onesiphori domui; quia saepe
me refrigeravit (II Tim. 1, 16); Tertulliano: spe aeterni refrigerii (De monogamia, 10: PL 2, 942). Cicerone indica che presso i Greci nello stesso giorno delle esequie si riunivano a banchetto i parenti del defunto. Gli Etruschi e i Romani continuarono quest'uso, come viene attestato da una numerosa serie di monumenti. In un'epigrafe di Preneste, ad es., si chiede dal defunto stesso: peto ego Syncratus a bonis (vobis) universis sodalibus ut sine bile refrigeretis (CIL, XIV, 3323). Nell'iscrizione di un Hostilius Flaminius rinvenuta a Feltre, datata al 23 ag. 323, è lasciata una somma a due collegi che memoriam eius refrigerare debebunt. Nella Passio SS. Perpetuae et Felicitatis si legge: quid utique non permititis nobis refrigerare... et refrigerandi cum eis? (ed. P. Franchi de' Cavalieri, in Röm. Quartalsch., 10 [1896], p. 136). Tertulliano adopera più volte l'espressione r. (Adversus Marcionem, 3, 24 e 4, 34; De anima, 33 e 58; De idolatria, 13; De resurr. carnis, 17 e 43; De testimonio animae, 4); ma il passo più notevole è quello in cui indica che la sposa cristiana prega per il marito defunto: pro anima eius orat et refrigerium interim adpostulat ei, et in prima resurrectione consortium, et offert annuis diebus dormitionis eius (De monogamia, 10: PL 2, 992). Il r. si ritrova invocato in una serie di iscrizioni cristiane. Tra le iscrizioni datate si possono ricordare una di Pretestato del 291 (E. Josi, Le iscrizioni datate del cimitero di Pretestato, in Riv. di arch. crist., 12 [1935], p. 23, n. 2); una, ora al Museo del Laterano, dell'anno 363 (G. B. De Rossi, Inscr. christ., I, Roma 1857, p. 88, n. 158); una dell'anno 506 nel cimitero « inter duas lauros » (N. Bull. arch. crist., 24-25 [1918-19], p. 106). Si trovano inoltre le espressioni in pace et in refrigerium (E. Diehl, Inscr. lat. chr. veteres, Berlino 1925-31, n. 2722); spiritus in refrigerium, in S. Agnese (ibid., n. 3407); refrigeret nos qui omnia potest, a Marsiglia (ibid., n. 2020); Deus Christus omnipotens refrigeret spiritum tuum, in Pretestato; huius anima refrigerat (ibid., n. 1102); bene refrigera (G. B. De Rossi, Roma sotterr., III, Roma 1877, p. 353, tav. 28, n. 22); mensum cum titulo refrigerationis, in Africa (CIL, VIII, 20780); spiritus tuus in bono refrigeret (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 5 [1894], p. 145); τὸ πνεῦμα τοῦ καλῶς ἀνάφυξις in Panfilo (E. Josi, Descriz. del cimitero di Panfilo, in Riv. arch. crist., 3 [1926], p. 98, fig. 23), a Siracusa (P. Orsi, in Notizie Scavi, 1895, p. 514). E ancora: Domino suo Twefilo et dominae Pontianeti merentibus in refrigerio (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. arch. crist., 1 [1924], p. 98, fig. 52); Dom(inus) refr(igeret) spir(itum) tuum (ibid., p. 65, fig. 16). Nel Museo di Palermo, su un cippo proveniente da Marsala, si trova la scena di un uomo giacente sulla «clinè» il quale tiene in mano un calice (sec. V. a. C.). Nel cimitero « inter duas lauros » è dipinto un uomo in cattedra che stende la mano verso il bicchiere offerto da una donna (G. P. Kirsch, Pitture ined. di un arcosolio del cimit. dei SS. Pietro e Marcellino, in Riv. di arch. crist., 7 [1930], p. 38, fig. 4). È il banchetto funebre al quale partecipa il defunto, non nel senso reale, ma in quello simbolico, cioè della partecipazione al banchetto celeste. Nello stesso cimitero si vede pure una defunta nell'atto di stringere il poculum; il suo nome è scritto « Binkentia » e non « Quintia » (Wilpert, Pitture, tav. 107, 1). Lo stesso soggetto è ripetuto in una lastra marmorea proveniente da S. Lorenzo al Verano e in un'altra oggi ad Anagni (Th. Klauser, Die Kathedra im Totenhult der heidnisch. und christl. Antike, Münster 1927, tav. 22, 1 e 2). Le cattedre scavate nel tufo rinvenute nel Cimitero maggiore della Via Nomentana, in Callisto, in Panfilo e « inter duas lauros » non erano destinate a viventi, ma ai defunti, che si immaginavano presenti al banchetto funebre (Th. Klauser, loc. cit.). Anche presso il popolo d'Israele doveva essere in vigore una tale consuetudine poiché si legge: Panem tuum et vinum tuum super sepulturam tusti constituit et noli ex eo manducare et bibere cum peccatoribus (Tob. 4, 18). Nell'ipogeo sincretista della Via Appia, dove il prete Sabazio adornò il sepolcro di Vibia sua moglie, questa si vede prima in giudizio dinanzi a Plutone (Dispater) e ad Aeracura; poi introdotta (inductio Vibies) dall'angelus bonus a partecipare al banchetto dei beati bonorum iudicio iudicati (Wilpert, Pitture, pp. 362-63, tav.

compiere il rito del r. ed esaudire un loro voto (votum is promisit refrigerium) in onore di Pietro e di Paolo o di Paolo e Pietro, anzi presso Pietro e Paolo (at).
Le centinaia di invocazioni tutte indistintamente rivolte in greco o in latino ai due Apostoli sono state scritte tra la seconda metà del III e l'inizio del IV sec. e rappresentano la più antica schiera di pii romei. Tra i più significativi graffiti si ricordano: Dalmatius votum is promisit refrigerium; At Paulo et Petro refrigeravimus; Petro et Paulo Tomius Coelius refrigerium feci; XIII Kal. apriles refrigeravi Parthenius in Deo et nos in Deo omnes (P. Styger, Il sepolcro apostol. dell'Appia, in Dissertaz. della Pont. accad. rom. di arch., 2ª serie, 13 [1918], pp. 33-36). S. Agostino spiega che la Chiesa permise la celebrazione di banchetti in onore dei martiri per allontanare le turbe convertite dai banchetti popolari che si usavano tenere nelle solennità pagane; vel non simili sacrilegio, quamvis simili luxu celebrarentur (Ep., 29, 11: PL 33, 118). Anzi s. Gregorio Taumaturgo stabilì tali banchetti per impedire che i cristiani di Neocesarea frequentassero le feste pagane (Gregorio Nisseno, De vita s. Gregorii Thaumaturgi: PG 46, 954). Paolino di Nola parla dei pellegrini che passavano la notte cantando inni sacri e bevendo vino presso il sepolcro di s. Felice (Carmen 27, Natale IX de S. Felice: PL 61, 661). S. Ambrogio ricorda illi qui calices ad sepulcrum martyrum deferunt atque illic ad vesperam bibunt et aliter exaudiri posse non credunt (De Elia et ieiunio, 17: PL 14, 754). E Zenone vescovo di Verona nel sec. IV parla dei banchetti presso i defunti e presso le tombe dei martiri (Tractat., XV, 1: PL 11, 366). Fiorentino. Fortunato e Felice in Priscilla scrissero nel 375 ad calicem benimus (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 5ª serie, 1 [1890], p. 79). Un'iscrizione di Dougga (Tunisia) ricorda il simposium fatto da Mammario, Granio ed Elpideforo a Thugga presso la tomba di sancti ac beatissimi martyres
