REVIVISCENZA DEI SACRAMENTI

REVIVISCENZA DEI SACRAMENTI. - Nella teologia moderna, un Sacramento che, sebbene valida mente ricevuto, non ha prodotto la Grazia per causa di una indisposizione morale (mancanza dello stato di Grazia o dell'attrizione), e in seguito, tolto l'impedimento morale, conferisce la Grazia in virtù del rito amministrato in antecedenza, si dice che rivive.

Da questo principio, si deduce che per la r. si devono verificare diverse condizioni: 1) da parte del soggetto, la rimozione dell'obice o indisposizione morale; 2) da parte del Sacramento: a) che sia valido e infruttuoso (validum et informe), ossia senza l'effetto soprannaturale che la Grazia perché se il Sacramento è invalido, non esiste ciò che non esiste non agisce; se è poi fruttuoso, non è più il caso della r., ma della collazione immediata della Grazia; b) che il rito esterno (materia e forma del Sacramento) sia passato, perché se rimane ancora il segno sacramental (p. es., se uno si pente di peccati mortali prima che il rito della Cresima sia finito), non si ha la r., ma il conferimento ordinario della Grazia; c) che il rito esterno, già terminato, lasci nell'anima qualche effetto, perché la r. importa un'efficienza vera e propria del rito esterno, che sarebbe inconcepibile, se questo nel momento in cui è amministrato non lasciasse qualche impronta o vestigio ontologico: solamente una realtà esistente può produrre un effetto; 3) da parte di Dio si esige che egli voglia conferire la Grazia anche per questa via straordinaria.

Pertanto la r. è solo di quei Sacramenti, nei quali si attuano le predette condizioni; poiché tre si verificano in tutti i Sacramenti (eccettuata la Penitenza): la rimozione dell'impedimento morale, la validità del Sacramento, informa, la cessazione del rito esterno, occorre cercare se anche le altre due (la permanenza di un qualche effetto e la volontà di Dio di dare la Grazia per via straordinaria) si realizzino. La permanenza di un effetto reale (il carattere) si verifica nel Battesimo, nella Cresima e nell'Ordine; così pure la volontà positiva di Dio di conferire la Grazia per via eccezionale si desume dal fatto che in caso contrario non potrebbe essere rimesso il peccato originale in colui che riceva indegnamente il Battesimo (in questo senso già si espressero s. Agostino e s. Fulgenzio: cf. Rouet de Journel, Enchiridion Patri- sticum, nn. 1621, 2269; s. Gregorio Magno: cf. Denz-U. 249) e che nella Cresima e nell'Ordine i fedeli rimarrebbero privi di quelle Grazie che sono moralmente necessarie all'adempimento dei doveri del loro stato.

Anche quanto all'Estrema Unzione e al Matrimonio, mentre da una parte si rileva il perseverare di una «interior unctio» e di un «vinculum coniugale», che incidono nell'animo (infatti in ogni atto volontariamente posto si verifica una modificazione dell'anima), dall'altra si deduce la volontà divina, poiché nell'ipotesi che non si avesse la r., i fedeli rimarrebbero privi di aiuti necessari nel momento della morte e nella vita coniugale.

Soltanto la Penitenza e l'Eucaristia non possono probabilmente rivivere; la prima perché, secondo l'opinione più probabile, non può essere sacramento «valido e informe», l'altra perché derogherebbe alla norma dell'agire divino. Infatti, nell'ipotesi della r. dell'Eucaristia, un fedele che per tutta la vita riceve sacrilegamente la Comunione, alla fine, per un semplice atto di attrazione, emesso nel Sacramento della Penitenza, riceverebbe tanti aumenti della Grazia, quanti furono i sacrilegi commessi: la ripugnanza di questa illazione è evidente.

I Sacramenti che rivivono producono la Grazia «ex opere operato» (v. SACRAMENTI). Si discute se tale produzione avvenga per causalià fisica o morale; sembra più probabile la dottrina tomista di una efficienza fisica, tanto più che nei cinque Sacramenti che rivivono, si riscontra un elemento ontologico (carattere o modificazione reale dell'anima), che può divenire strumento fisico di Dio, causa principale della Grazia.

Nel 1925 il Marin-Sola diede una più elaborata spiegazione teologica della r., partendo dal principio tomista del carattere battesimale come «potenza recettiva» in ordine agli altri Sacramenti. Ogni amministrazione sacramentale, validamente fatta, implica, secondo il principio posto, un'attuazione della «potenza receptiva», che rimane pertanto ontologicamente modificata. Tale modificazione segue la natura del Sacramento ricevuto: perpetua nei Sacramenti non iterabili (Battesimo, Cresima, Ordine), temporanea nell'Estremia Unzione e nel Matrimonio, momentanea nella Penitenza e nell'Eucaristia. Così si spiegherebbe perché i tre Sacramenti del carattere rivivono sempre; l'Estremia Unzione e il Matrimonio soltanto nella stessa malattia o durante lo stesso vincolo coniugale; gli ultimi due mai. Questa teoria, pur presentando dati deboli, è stata accolta da distinti teologi.

BIBL.: S. Tommaso, Sum. Theol., 3°, q. 69, aa. 9-10; S. Alfonso de' Liguori, Theol. mor., 111, n. 87, 427; ed. Gaudé, pp. 66, 422; F. Marin-Sola, Proponitur nova solutio ad conciliandum causalitatem physicam Sacramentorum cum corum revisiones, in Divus Thomas Friburgensis, 3 (1925), p. 49 sqq.; G. van Noort, De Sacramentis, I, Hilversum in Olanda 1927, pp. 61-65; A. Haynal, De revivus. Sacramentorum fictione recedente, in Angelicum, 4 (1927), pp. 51 sqq., 292 sqq.; J. B. Umberg, De revivus. Sacramentorum ratione - ut et Sacramentum, in Period. de re moral, 1928, p. 17 sqq.; L. Billot, De Sacramentis, I, 7° ed., Roma 1931, pp. 102-111; I. Connell, De Sacramentis, I, Bruges 1933, pp. 58-59; F. Dickamp, Theol. Dogmat. Manuale, IV, Roma 1934, pp. 67-68; A. Michel, Reviviscence des Sacramentis, in D'ThC, XIII, coll. 2618-29; C. Cipriani, De revivus. Sacramentorum apud principaliores Thomistas O. P., Siena 1945; G. Saraggi, R. della Penitenza nelle logiche conseguenze della posizione scettica, in Palestra del clero, 20 (1947, 11), pp. 31-36; L. Lercher - F. Lakner, Instit. Theol. Dogmat., IV, 11, parte 2° Innsbruck 1949, pp. 142-44 (si ammette la probabilità della r. del Sacramento della Penitenza); A. Piolanti, De Sacramentis, I, 4° ed., Roma 1951, pp. 53-85.