REGALITÀ DI GESÙ CRISTO. -
I. IL TITOLO E IL SIGNIFICATO
Il titolo di re è quello che sembra meglio esprimere Gesù Cristo (v.). Gli fu, infatti, conferito nel momento stesso della sua concezione: «Egli regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà mai fine» (Lc. 1, 33). Ed è pure il titolo per cui fu crocifisso: «Gesù Nazareno, re dei Giudei» (Io. 19, 19) fece scrivere, e volle si mantenesse scritto, Pilato; né il doppio sfregio, che così egli fissava alla Croce, impedì che da quel titolo restasse turbato. Era, del resto, il solo capo di accusa, di cui quel misterioso condannato aveva riconosciuto la fondatezza: «Sei ture? Sì, tu l'hai detto: lo sono » (ibid. 18, 37). Quel che intendeva dire, il procuratore romano non era in grado di comprenderlo; ma gli Apostoli ne colsero pienamente il senso quando ricevettero da Gesù la loro missione. « Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra » (Mt. 28, 18-19) e s. Paolo spiegò il loro comune pensiero scrivendo che il Regno di Cristo, estendendosi a tutte le autorità e a tutte le virtù, non avrebbe fine sulla terra se non quando tutto, compresa la morte, gli sarebbe stato assoggettato (I Cor. 15, 24-28). Da quel tempo la Chiesa canta nel suo Credo: « Il suo regno non avrà mai fine » (cuius regni non erit finis).
II. ORIGINE E NATURA
Questa r. supponeva in chi se l'attribuiva una superiorità di ordine trascendente. Essa può considerarsi come una r. di conquista: Cristo ci ha riscattati, ha versato per noi il suo sangue: « Egli ci ha lavato dai nostri peccati nel suo sangue e ha fatto di noi il suo regno » (Apor. 1, 4-5); s. Paolo esorta a rendere grazie a Dio di « averci strappati al potere delle tenebre per trasferirci nel regno del Figlio suo » (I Cor. 1, 13-14). Tuttavia la sua r. dipende essenzialmente dalla natura divina della sua persona; l'unione ipostatica ne ha fatto investire la sua natura umana. Pertanto Gesù Cristo professa di averla ricevuta dal Padre: « E gli ha dato il potere di giudicare, perché è il figlio dell'uomo » (Io. 5, 27); s. Paolo ricorda che « Dio gli ha assoggettato tutto » (I Cor. 15, 28). Propriamente parlando, la r., di cui si tratta, risiede nella natura umana di Cristo; in caso contrario non si potrebbe spiegare perché egli se l'attribuisca a titolo personale e riconosca di averla ricevuta dal Padre: nella sua natura divina non aveva da riceverla, perché gli era comune con le altre due persone della S.ma Trinità.Cristo-Re, per conseguenza, è lo stesso Uomo-Dio, cioè colui che, dovendo al Padre la sua natura divina, ha ricevuto dalla Vergine la natura umana. Ma poiché ci ha riscattati in questa natura e con i suoi atti, così nella medesima, propriamente, è stato investito dal triplice potere, in cui si assomma ogni sovranità: potere legislativo, giudiziale, esecutivo. Pertanto Cristo-Re e l'uomo che ha promulgato i precetti del Vangelo, che con i suoi miracoli ha dato la prova della sua divinità, che ha fondato la Chiesa, che ora siede in cielo alla destra del Padre, e che, al tribunale di Caifa, ha annunciato ai suoi giudici che lo avrebbero veduto ritornare un giorno sulle nubi del cielo. Derivando, pertanto, dalla persona stessa del Figlio di Dio, quantunque conferita alla sua natura umana per mezzo della quale deve esercitarla, questa r. non può essere, e di fatto non è, del medesimo ordine di quella che viene esercitata comunemente tra gli uomini; la comprende e la oltrepassa. Avrebbe dunque potuto esercitarsi in tutti i domini, perché niente, né in cielo né in terra, è sottratto al potere dell'Uomo-Dio; ma non essendo egli venuto in questo mondo, se non per stabilirvi il « Regno di Dio », Gesù non si è attribuito e non ha rivendicato per sé la r., se non nella misura e sotto la forma in cui essa serve al compimento della sua missione; questa pertanto non è destinata a soppiantare o ad annettersi i governi della terra. Perciò gli Apostoli, che s'adoperarono nel farla accettare, non pensarono affatto a contestare per questo l'autorità dei poteri costituiti: anche questi sono voluti da Dio e non sono temuti se non dai malfattori (I Pt. 2, 12-17; Rom. 13, 1-7). Lo stesso, del resto, aveva già prima formalmente insegnato Gesù Cristo: se si deve dare a Dio quello che è di Dio, occorre anche dare a Cesare quello che è di Cesare. Egli stesso aveva riconosciuto a Pilato il potere di giudicarlo; l'uso delittuoso, che di questo si faceva contro di lui, non toglieva che esso venisse dall'alto (Io. 10, 11). Quanto al suo proprio potere, aveva spiegato al procuratore romano, esso era di tutt'altra natura. La r., che egli affermava appartenergli, non aveva per oggetto gli interessi di questo mondo. Sotto questo aspetto, quantunque dovesse esercitarsi in questo mondo, essa non era di questo mondo, ma si identificava con il regno della verità; ed egli appunto era
venuto per rendere testimonianza alla verità. Per accettare la sua r. e sottomettervisi occorre essere uomini di verità (ibid. 18, 36-37).
Questa, la parola a cui si riferiscono gli Apostoli e la Chiesa, quando parlano della r. di G. C.: essa è essenzialmente di ordine spirituale. Come ricorda espressamente il Prefazio della Messa di Cristo-Re, « questo regno eterno e universale, che si estende a tutte le creature, è un regno di verità e di vita, un regno di santità e di grazia, un regno di giustizia, di amore e di pace ». Esso si attua, in senso proprio, nelle intelligenze con una adesione ferma agli insegnamenti del Vangelo, nella volontà con una sottomissione totale e fiduciosa ai suoi precetti, nei cuori con una generosa dedizione, capace del sacrificio della vita.
III. IL FINE PROPRIO DELLA R. DI G. C. E LE SCE RELAZIONI CON LA SOVRANITÀ CIVILE. — È impossibile errare sullo scopo, al quale è ordinata la r. di G. C. Essa è totalmente di ordine soprannaturale; vi è interessato anche l'ordine naturale, ma soltanto nella misura in cui può favorire od ostacolare l'attuazione dei disegni di Dio sull'umanità. Il riconoscimento della r. di G. C. non implica l'attuazione di un governo teocratico sulla terra: i capi di Stato non ricevono il loro potere da Cristo-Re, non sono né i suoi delegati, né i suoi luogotenenti; il Papa, come vicario di Gesù Cristo in spiritualibus, non ha alcun potere « diretto » sui governi civili.
Ma quanto più la r. di G. C. si distingue dall'autorità civile, tanto più le è superiore. Essa viene da un altro mondo e tende a condurvi; per la sua natura e per la sua origine, si impone a tutti e a ciascuno; non c'è nessuno che non sia tenuto a riconoscerla e ad accettarla in tutta la sua pienezza. La « verità », di cui è l'espressione, proietta la sua luce su tutta l'attività morale e religiosa dell'umanità e con lo scopo di regolarla e ordinarla tutta al suo fine soprannaturale. La Chiesa, che ha l'incarico di conservarla, diffonderla e interpretarla, partecipa alla sua autorità; ha da Gesù Cristo stesso la missione e il potere di farla accettare; per mezzo di essa, questa r. sovrumana si esercita e si manifesta. Alla Chiesa pertanto appartiene il compito di scegliere, determinare, approvare e applicare i mezzi propri ad assicurarne l'irradiazione. Di qui le deriva, di fronte a qualsiasi governo, una indipendenza che uguaglia, si può dire, quella di questa stessa r.
Pertanto essa non solo non è loro ostile, ma riconosce nei governi civili un'istituzione di origine divina, perciò ne insegna e ne inculca il rispetto. Ma poiché Dio, dal quale proviene ogni loro potere, ha tutto subordinato alla r. di suo figlio, la Chiesa, che è lo strumento di questa r., non può essere loro soggetta. Il disordine, invece, si avrebbe quando i governi le creassero ostacoli all'adempimento della sua missione. Piuttosto essi devono, quando la Chiesa ne rivolge loro domanda e nella misura in cui l'accetta, prestarle il loro aiuto. Facendo questo non deviano dal loro proprio fine: solo riconoscono il fine supremo, che i loro sudditi devono raggiungere e al quale spetta alla Chiesa sola di condurli. Per questo è necessario alla Chiesa di raggiungere i sudditi, quali sono, cioè non soltanto come individui, ma come uomini fatti per vivere e di fatto viventi in società, e poiché la società in generale e le società particolari che gli uomini formano tra di loro (prima di tutto la società familiare) rivolgono costanti appelli alla coscienza di essi, la Chiesa non può lasciarli senza direzione né aiuto in quei campi, dove spesso si trovano in gioco le responsabilità più gravi. Di qui per la Chiesa il dovere di promuovere quello che si chiama il Regno sociale di Gesù Cristo.
IV. IL REGNO SOCIALE DI GESÙ CRISTO
Con questi termini si può intendere una certa partecipazione di diversi gruppi sociali al culto e agli omaggi resi alla persona di Gesù Cristo: culto e omaggi che devono accompagnarsi sotto pena di essere vani e derisori, con una certa cooperazione all'opera della salvezza perseguita dal Figlio di Dio nel mondo. Per conseguenza creano fra la Chiesa e i diversi Stati una unione o alleanza che, senza confondere i loro domini, importa una certa interferenza delle loro attività. Cercando e applicandosi a mantenereREGALITÀ DI GESÙ CRISTO - REGALITÀ DI MARIA S.MA
questa unione, la Chiesa non domanda solo che sia riconosciuta e lasciata alle istituzioni di Cristo la possibilità di esercitare e far sentire la loro influenza su tutto ciò che, dipendendo dall'uomo, dipende per ciò stesso da Dio; ma intende anche rivendicare per gli uomini stessi il diritto che hanno di non essere impediti, ma anzi di venire aiutati da chi li governa, nel raggiungimento di ciò che costituisce il loro fine supremo. L'intesa desiderata fra i due poteri è dunque ordinata al vantaggio di coloro che sono nello stesso tempo membri della società civile e fedeli della Chiesa.
Ma, per quanto desiderabile e feconda sia questa intesa, non in essa precisamente consiste o si manifesta il Regno sociale di Gesù Cristo. Nella vita sociale, come nella vita personale degli individui questo Regno è essenzialmente di ordine interiore. Esso consiste prima di tutto nell'applicazione dei principi religiosi e morali ricordati o inculcati da Cristo alle varie contingenze della vita. Come faceva osservare Pio XII nella sua allocuzione del 10 febbr. 1952, al popolo di Roma, a nulla servirebbe il proclamare la paternità o la regalità divina, se le si proibisse di intervenire in qualsiasi modo nella vita privata o pubblica. A nulla gioverebbe l'entusiasmarsi delle idee di giustizia, di carità, di pace, se si fosse già prima decisi di non fare da parte propria nessun sacrificio a queste virtù. Non c'è per conseguenza Regno di Cristo nelle famiglie se non in quanto egli stesso presiede alla loro formazione e al conseguimento dei fini che Dio ha loro assegnati; non presiede alle relazioni sociali in generale se non nella misura, in cui ottiene che sia bandita la ricerca esclusiva dell'interesse personale; non c'è Regno sociale di Cristo là dove regna lo spirito di lucro e di dominio, che soffoca nelle anime perfino i più elementari sentimenti di umanità, o lo spirito di cupidigia, che soffre meno di essere sprovvisto di bene che non di vedere gli altri più provveduti.
Qualunque sia il campo in cui si esercita, la r. di G. C. non si stabilisce se non sulla base di un'adesione totale agli insegnamenti del Vangelo, di un'accettazione fiduciosa delle direttive della Chiesa e di una carità, che unisca Dio e il prossimo in un amore ugualmente sincero ed efficace. A questo segno, come egli disse ai suoi Apostoli, Gesù Cristo riconoscerà sempre quelli che accettano veramente di vederlo regnare in essi e su di essi. - Vedi tav. XXXI.
REGALITÀ DI MARIA S.MA. - È il titolo che indica le funzioni sociali della Vergine riguardo al Corpo Mistico e i suoi rapporti con l'universo intero. I Padri, la liturgia, il magistero ordinario e tutta la Chiesa discente attribuiscono questo titolo a Maria (cf. G. Roschini [V. BIBLICA.]).
I. CONCETTO
La r. di M. non può essere concepita che dipendentemente da quella di Cristo, di cui è una partecipazione. Le prerogative messianiche di Maria hanno una vera somiglianza con i poteri di Cristo Salvatore, ma presentano specifiche caratteristiche. Cristo comunica a sua Madre una particolare affinità, che la rende capace di collaborare con lui, di agire in unione a lui, per gli stessi fini, sebbene con una efficacia che, per se stessa, sarebbe insufficiente. All'opera di Cristo Re, come a quella di Cristo Redentore, Maria reca una specie di complemento, che il Padre previde, volle e si degna di gradire come intimamente congiunto all'azione, che è la sola necessaria, del Salvatore. Quindi, pur partecipando della r. di Cristo, quella di Maria non coincide perfettamente con essa, soprattutto per il carattere di subordinazione, che le è inerente. Sarebbe un alterare il genuino concetto della r. di M. se in essa non si vedesse che un primato di eccellenza, fondato sui doni di natura e di Grazia. Maria è il capolavoro dell'universo e per le sue perfezioni si aderge su tutti gli uomini e gli angeli, e questo primato morale è affermato nelle titane, dove essa è invocata regina dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli e di tutti i santi; ma non costituisce la r. di M. Né si giungerebbe all'essenza di questa r. se ad essa si riconoscesse solo quel dominio universale che s. Paolo attribuisce al cristiano (1 Cor. 3, 21-23). L'unione con Cristo introduce i fedeli nei suoi diritti, rendendoli altrettanti figli in colui che è il Figlio eterno. Anche Maria è, con singolare eccellenza, figlia del Padre, ed ha parte, più di chiunque, al dominio universale dei figli adottivi. Ma la r. propria della Madre di Gesù è di un altro ordine, immensamente più alto, in quanto le conferisce un'autorità, che esercita il suo influsso sul destino degli uomini e del mondo.II. FONDAMENTI E NATURA
Occorre uscire dalla sfera delle realtà; una regina-madre non partecipa alle prerogative reali di suo figlio; da lui non le deriva che un prestigio morale. Totalmente diverso è il caso della Madre di Gesù. La sua dignità di madre del Re dei re la costituisce vera regina, poiché la sua maternità, per volere di Dio, è circondata di particolari privilegi che le innalzano un trono accanto a quello del figlio. La Ineffabilis Deus (v.) afferma che la maternità associa Maria in maniera intima a suo Figlio, rendendola partecipe delle sue funzioni messianiche, che esercita con lui alle sue dipendenze e con alcune restrizioni provenienti dalla condizione di donna. S. Tommaso (Sum. Theol., 3ª, q. 27, a. 5 ad 3) sottolinea questo aspetto: «Non c'è dubbio alcuno che la Beata Vergine abbia ricevuto eccellentemente il dono della sapienza, la grazia dei miracoli e anche il dono della profezia, come li ebbe Cristo. Tuttavia, non le fu concesso di svolgere pienamente l'attività di questi doni o di altri analoghi, come fece Cristo, ma soltanto nella misura che conveniva alla sua condizione... Per questo non fece uso della sua sapienza per insegnare, perché ciò non sarebbe convenuto a una donna». L'insegnamento di Pio IX è fondato nella Rivelazione. Il Protoevangelo (Gen. 3, 14-15), considerato nella luce del Nuovo Testamento e della Tradizione, annunzia il sorgere di una donna che sarà partecipe della messianità di suo Figlio e alla sua dipendenza. Come una novella Eva, dovrà partecipare alle funzioni di un novello Adamo, che nascerà da lei e che cesserà a Dio un popolo nuovo, riscattandolo, santificandolo, governandolo secondo i disegni eterni della misericordia. Il Vangelo meglio delineò la fisionomia della donna della promessa e il pensiero vivente della Chiesa prese sempre più chiara coscienza del posto di tale donna nell'economia della salvezza. Ormai la donna della Genesi appare chiaramente nel piano di una intima partecipazione alle prerogative messianiche di suo Figlio.Questa legge della «communicatio» delle sue attribuzioni di Salvatore fatta da Gesù a sua Madre, per una cooperazione assai stretta, per quanto subordinata, è il principio sul quale poggia la partecipazione della Vergine alla redenzione del genere umano e autorizza a proclamare la r. di M. Con il suo assenso la Vergine, nel giorno dell'Annunciazione, diede nella persona di Cristo un capo,
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che doveva guidare tutti gli uomini di buona volontà, in quella compagine organica che è la Chiesa, al possesso del Bene infinito. In tal modo, un nuovo impulso verso il Padre nacque dal fiat della Vergine. Maria, tuttavia, non rimase solo all'inizio di questo orientamento. Per la sua partecipazione alle prerogative messianiche del Figlio, tutti i redenti sono posti sotto il suo governo. L'Uomo-Dio, nato da Maria, è il re dell'universo per diritto assoluto, inseparabile dalla sua persona (iure nativo) e anche per diritto acquisito (iure quensito) per il nuovo titolo di Redentore (v. REGALITÀ DI GESÙ CRISTO). Ora poiché è certo che la Vergine ha collaborato con il Redentore alla salvezza del mondo, è da ritenere che partecipa anche di quella r. che suo Figlio acquisito con il sangue. La correlazione è un titolo nuovo alla r. universale di Maria. L'esistenza di Maria si svolse parallela a quella di Gesù, ma modellata su essa e muoversi nell'orbita dei suoi Misteri. È in cielo, alla destra del Padre, nell'onnipotenza della sua r. glorificata, che Gesù è pienamente Cristo e Signore. Similmente fin dal momento della sua presenza accanto a suo Figlio, nella sua Assunzione, Maria, raccogliendo i frutti della correlazione, esercita la sua r. universale sui redenti e sul mondo, il cui destino è solidale a quello delle anime (Rom. 8. 19-22).
L'opera della redenzione oggettiva è finita. Ma Cristo applica ora la redenzione alle singole anime nella Chiesa (redenzione soggettiva). Il sacerdozio regale di Cristo è in atto perché mediante i singoli impulsi della Grazia e, in maniera particolare, mediante il dono della perseveranza, i fedeli sono condotti verso il loro supremo destino. Per designare questa attività di salvezza, la liturgia adopera il verbo gubernare, che mette in rilievo il carattere regale, cioè l'impulso che dà alle anime affinché possano raggiungere il fine soprannaturale (cf. Hebr. 9, 24; 7, 25; 4, 9). Nella sua dignità di novella Eva, accanto a Cristo, Maria regna dall'alto sui redenti. In unione a suo Figlio, la Corredentrice continua l'opera iniziata presso la Croce; completa la sua mediazione: ottiene che sia distribuito il cumulo di meriti e di grazie acquistato e al quale essa aggiunse l'implorazione della sua preghiera e delle sue lacrime. Certo, la distribuzione di qualsiasi Grazia non si concepisce senza l'intervento della S.ma Trinità e di Cristo; solo questo intervento è indispensabile in maniera assoluta, solo esso è sufficiente. Nessuno tuttavia può negare che Dio abbia voluto che Maria eserciti il suo influsso materno nella distribuzione della Grazia. I sommi pontefici, i teologi, i fedeli sottoscrivono l'affermazione di s. Bernardo: «Tutto ci viene da Maria» (cf. Pio XII, Discorso dell'incoronazione della Madonna di Fatima, in AAS, 38 [1946], p. 266). La Vergine Maria, perché regina, guida i fedeli verso il cielo, e li introduce in esso, in quanto partecipa alla distribuzione di tutte le Grazie e in modo del tutto particolare di quella della perseveranza finale. Così in ogni istante successivo della loro vita i fedeli sono governati da una tenerezza e da una autorità regale, condotti sicuramente, se assecondano i suoi favori, nell'eterna felicità.
Pio XI, nella sua encic. Ingravescentibus malis del 29 sett. 1937, invita tutti i fedeli a invocare l'augusta Regina dei cieli contro il comunismo ateo (AAS, 29 [1937], p. 380), che incombe minaccioso sull'Europa. Benedice inoltre e approva l'erezione di una cattedrale a Port-Said e il disegno di dedicarla a Maria «Regina dell'Universo», e vi invia per la consacrazione un Legato, offrendo una collana d'oro e diamanti per la statua di Maria Regina. E anche permette che nella diocesi di Port-Said si aggiunga nelle Litanie l'invocazione: «Regina mundi, ora pro nobis» (ibid., p. 373). Pio XII nella formula solenne di consacrazione della Chiesa e del genere umano al Cuore Immacolato di Maria invoca la S.ma Vergine come «Regina del mondo». La liturgia usa continuamente verso Maria il titolo di «Regina»: «Ave, Regina caelorum», «Regina coeli, laetare», «Salve Regina», «Gloriosa regina mundi», ecc.
III. FUNZIONI
È ora ovvio chiedersi quale parte la Vergine possa avere nel potere legislativo o giudiziario o coercitivo di Cristo Re, quale apporto possa recare all'esercizio di tali poteri. Si risponde, con s. Tommaso,che Maria può essere investita di questi poteri senza averne l'uso integrale, il quale è condizionato alla posizione di Maria «secundum quod conveniebat conditioni ipsius» (Sum. Theol., 3°, q. 27, a. 5 ad 3). Cristo Re è il legislatore supremo della Nuova Alleanza; egli è la fonte delle leggi che formano la sostanza del suo Regno spirituale. La Vergine Regina contribuisce a queste leggi, in quanto sono esse destinate a un popolo, che è anche il suo popolo. In realtà le promulga insieme a suo Figlio, approvandole con la pienezza della sua sapienza, aderendovi con tutta la forza del suo spirito. Ottiene ai fedeli le Grazie necessarie per amare efficacemente la legge, applicarla alle condizioni concrete, praticarla senza debolezza. Giustamente, perciò, la liturgia rivolge talora a Maria la preghiera: «Nutantia corda tu dirige.» Del resto s. Tommaso afferma (Sum. Theol., 1°-2°, q. 108, a. 1) che la Nuova Legge consiste principalmente nella Grazia dello Spirito Santo e che tutto il resto non è che secondario e relativo, sia per disporre ad accogliere la legge interiore, sia per indicare come occorre piegarsi a tutte le esigenze della stessa legge. Ne segue che, anche se Maria fosse estranea alla promulgazione dei precetti del Nuovo Testamento, il suo elemento essenziale, che è una legge d'amore, la quale agisce influendo internamente, le spetterebbe pienamente, poiché ogni Grazia è di sua spettanza e la legge interiore di amore è la più nobile e necessaria manifestazione del governo che avvia le anime al loro fine. Così si rileva il potere regale della Madonna per la parte che le spetta nel far nascere e sviluppare la dinamica legge interiore, che è l'aspetto caratteristico del Nuovo Testamento. Quanto alle potestà giudiziaria e coattiva, non è indispensabile che esse si trovino nella funzione regale della Madonna. D'altra parte, non sembra esserci motivo alcuno per non attribuirglielle nella loro realtà sostanziale. Per quanto riguarda l'esercizio effettivo di esse, è sufficiente, per mettere in salvo il carattere materno della sua r., fare appello al principio enunciato da s. Tommaso, relativo alla restrizione dei doni realmente posseduti dalla Vergine rispetto al loro uso. Difatti la Tradizione, che riconosce in lei la Madre di misericordia, non sembra accordarle parte alcuna nell'esercizio del ministero di giustizia del Figlio. Salutiamo con la Chiesa la Madonna come la Regina di ogni misericordia: «Salve Regina, mater misericordiae». - Vedi tav. XXXI.