SABAOTH

SABAOTH. - Vocabolo ebraico (sēbhaōth) trascritto spesso in greco, specie in Isaia (più di 50 volte). Nella Volgata è trascritto una volta (Ier. 11, 20). Si legge nel Nuovo Testamento (Rom. 9, 29; Iac. 5, 4) e quindi fu accolto nella liturgia.

È il plurale di sābhaō, che vuol dire «esercito», ma in stato costrutto con has-sāmaijin può significare anche «astri» (cf. Is. 34, 4; 40, 26; 45, 12 ecc.) oppure «angeli» (cf. I Reg. 22, 19; II Par. 18, 18). Al plurale mantiene spesso il suo significato ordinario. L'espressione comunissima Yahweh sēbhaōth (= Yahweh degli eserciti) presuppone il concetto che Dio fosse l'invisibile «capitano» delle schiere israelitiche in numerose guerre, specialmente contro i Filistei (cf. I Sam. 17, 45; II Sam. 5, 24). Già prima si usava parlare degli «eserciti del Signore» (cf. Ex. 7, 4; 12, 41; Ios. 5, 14).

Nei Salmi e nella letteratura profetica si trovano accenni (cf. Ps. 23, 10) a tale prerogativa divina. Ma di solito si preferisce riferire l'epiteto alle schiere celesti, ossia agli angeli, alle stelle ed alla totalità degli esseri creati. Il riferimento alle stelle includeva il concetto del dominio assoluto di Dio su tali creature. In pratica così l'epiteto venne a significare «Dio onnipotente, padrone assoluto di tutto». Non per nulla i Settanta lo tradussero il più delle volte παντοκράτωρ (= onnipotente).

BIBL.: F. Vigouroux, s. V. in DB, V, coll. 1288-89; O. Borchet, Der Gottesname Yahweh Zeboath, in Theologische Studien und Kritiken, 69 (1866), pp. 619-42; E. Kautzsch, Zeboath, in Realencykl. f. prot. Theol. u. Kirche, XXI, pp. 620-27; B. N. Wambacq, L'épithète divine Yahweh Sēbōth, Tangerio 1947. Angelo Penna