SACCHETTI, FRANCO. — Poeta, n. forse a Ragusa ca. il 1330, m. ca. il 1400. Il nome compare fra quelli delle più antiche e illustri famiglie nel canto della nobiltà di Firenze, il XVI del Paradiso; ma la loro condizione sociale era ormai scaduta e la vita di Franco di Benci trascorse tra vicende diverse e spesso drammatiche di politica, in patria, di mercatura, e di viaggi in più parti d'Europa, di cariche pubbliche in città e a Bibbiena, a S. Miniato, a Faenza.
Uomo di meditazioni severe, di ricche letture, di curiosità vivaci, mentre la cultura andava organizzandosi nell'umanesimo filologico e già deduceva dalle poetiche dei grandi trecentisti i principi della classicità volgare egli si sottrae agli impegni, ma anche alle astrattezze dei nuovi letterati, e attende a comporre in due direzioni che paiono opposte: la religiosità schietta e spesso austera delle Sposizioni di Vangeli, la moralità severa che risalta dalle Lettere (ma in ogni sua opera, a tratti, appare il volto di un moralista risentito e crudissimo che vede troppo bene il declino della vita e del costume cittadino); e la festa inesauribile di una realtà varia e pittoresca, mobilissima nel disperso e allegro tumulto dei suoi gesti, cui tuttavia non s'abbandona: pare anzi che la guardi da una certa distanza, come rammentandola; ed è il giuoco di un ricordare continuamente divertito, e continuamente sorpreso dalle circostanze, il tema più assiduo del Trecentonovelle.
Si avverte bene ch'egli è in crisi fra la sintesi religiosa offerta al suo vivere e al suo pensare dal cristianesimo riccamente partecipato e meditato, e l'apparenza dispersiva in cui si frantuma e si dissipa il reale. La cultura cittadina era il frutto più vistoso della civiltà cristiana, e il francescaneismo aveva insegnato all'Italia il prodigio di una vita che si anima nell'affatto spirituale e si riconcilia a Dio amoroso creatore di una natura benigna: la sintesi fra la verità divina e la realtà, che è gioconda occasione di un ritrovamento spirituale, pare accennare a ridissolversi, nel S. Ed egli attende a disporre un rapporto che ricolleghi, in una cristallizzazione formale artisticamente irreprensibile, l'unità della vita e la molteplicità del reale. Da questa intenzione ricevono luce e prestigio, nelle Rime, le sue ballate, i suoi madrigali, le sue cacce. S. tenta una limitata ma originalissima soluzione formale del suo contrasto, cercando l'armonia di una danza e di una musica che incantano e sospendono la realtà fuggente. Quella vita cittadina si arresta, minimamente si atteggia, e si riassume in ritmo. Anche la spiritualità francescana s'era valsa delle tradizionali forme coreutiche, composte di parole, di musica, di danza, per illustrare l'itinerario dell'anima a Dio; ma le Rime del S. e anche le sue novelle, che lette attraverso le Rime rivelano come sia sempre pronto alle soluzioni formali, interrompono quel movimento saliente di cui Dante era stato il grandissimo poeta, e si limitano a riosservare una realtà circoscritta in se stessa, limitatamente armoniosa, spesso onomatopeica, eppure, nella grazia dell'incontro poetico, non immemore del dono onde la vita spirituale presta alla profana taluna delle sue più pure cadenze.