SALUTATI, LINO COLUCCIO. - Umanista e uomo politico, n. a Stignano in Valdinievole il 16 febbr. 1331, m. a Firenze il 4 maggio 1405. A Bologna, dove fin dall'infanzia aveva seguito il padre esule, coltivò gli studi giuridici. La sua vocazione era la poes-sia, ma per la morte del padre si trovò in ristret-tezze e dove iscriversi al tirocinio dei notai.
Lasciata Bologna dopo la caduta della signoria dei Pepoli (1351), protettrice degli esuli, tornò con la famiglia nella valle natia, dove esercitò per qualche tempo il nota-riato. Nel 1367 fu per pochi mesi cancelliere del Comune di Todi, poi seguì per ca. 2 anni la Curia pontificia di Urbano V, senza trovarvi stabile sistemazione, e riprese il medesimo ufficio a Lucca (1371). Quiete e agiatezza raggiunse finalmente a Firenze, dove forse al principio del 1374 fu eletto notaio delle Tratte e l'anno successivo cancelliere dei Signori. Fu lui a conferire dignità a quell'ufficio, profondendovi per ca. 30 anni i tesori d'una vasta cultura e d'una esperienza sostenuta da raro equilibrio interiore e grande onestà di costumi. Le sue lettere ufficiali - che rappresentano una vera e propria riforma in senso umanistico dello stile cancellaresco, fino allora legato ai moduli di un barbarico latino medievale - parevano al Duca di Milano più pericoloso di mille cavalieri in armi. Religiosissimo, attaccò violentemente l'anti-papa e i cardinali scismatici, ma fu un convinto oppo-sitore del temporalismo papale e tenacemente difese l'in-dipendenza del governo fiorentino dalle ingerenze pon-tificie. Alla sua morte gli fu decretato il titolo di poeta e il cadavere coronato d'alloro ebbe degna sepoltura in S. Reparata.
L'ufficio di cancelliere fu per il S. consapevole realiz-za-zione di quella intima fusione tra umanesimo e vita civile che costituisce la sintesi del suo pensiero. Appas-sionato ricercatore di codici (si sentì beato il giorno in cui s'accorse d'aver scoperto le epistole di Cicerone *Ad familiarem*), fu il primo a praticare con metodo scientifico la collazione dei manoscritti, iniziando così quella critica testuale che doveva rimanere uno dei frutti più cospicui del nostro umanesimo. La santità della poesia, come sin-tesi di sapienza e rivelazione, e il valore educativo degli studi classici appassionatamente difese in famose pole-miche con il cancelliere bolognese Giuliano Zonarini, con Carlo Malatesta, con Giovanni di Duccio da S. Miniato, con il b. Giovanni Dominici, autore della *Lucula noctis*. Discepolo e continuatore del Petrarca, ne raccoglie e sviluppa le aspirazioni nel senso d'una più attiva par-tecipazione alla vita e d'una più acuta intelligenza storica.
del presente. Certi suoi atteggiamenti antisolastici muovono dalla fede nel primato della volontà sulla ragione, della vita attiva sul sapere. Alla sancta rusticitas dei mistici e degli eremiti contrappone il valore sociale degli studia humanitatis; riconosce la superiorità delle leggi sulla medicina proprio perché fine di quelle è il bene comune. Notevole importanza, nel quadro della cultura del tempo, ha anche il S. come pensatore politico per certa conciliazione tra democrazia e principato, imperniata sul rispetto della legalità, e per una larghezza di vedute che lo porta a vivere con ben altra concretezza d'intenti il sogno del Petrarca e di Cola d'una Italia confederata e legata a Roma tamquam membra cum capite.
Delle numerose opere del S. la più importante è l'Epistolario in 4 voll., pubblicato da F. Novati in Fonti per la storia d'Italia (Roma 1891-1911); ma per le epistole ufficiali è ancora utile la vecchia raccolta di L. Mehus e G. Rigacci, Firenze 1741-42). L'Invecchia in Antonium Luschum in difesa di Firenze, a cura di D. Moreni (ivi 1826). Il De nobilitate legum et medicinae e il De verecundia, in unico vol. a cura di E. Garin (ivi 1947). Il De tiranno con trad. II. a cura di F. Ercole (Bologna 1942). Il De Hercule eiusque laboribus in 2 voll. a cura dell'Ullman (Zurigo 1951). Inediti il De saeculo et religione e il De fato, fortuna et casu. Versi latini in Carmina illustr. poet. ital., VIII, Firenze 1721, pp. 293-300. Perdute otto ecloghe giovanili.