SALIMBENE da PARMA. - Cronista, francescano, a Parma nel 1221, m. dopo l'8 sett. 1287.
Figlio di un Guido de Adam di nobiltà cittadina, la sua vocazione, sollecitata dall'ambiente tutto pervaso del gran moto duecentesco di reviviscenza cristiana, dalla madre religiosissima, dal fratello, che lo precedette nel- l'Ordine dove egli entrò nel 1238, fu acerbamente contra-stata dal padre che tutto tentò per sottrarlo anche appellandosi a frate Elia e all'imperatore Federico. La sua vita si raccoglie in tre periodi distinti: il viaggio di città in città, di convento in convento, da Fano, dove si nasconde alle minacce paterne, per Lucca, Siena, Pisa, a Parma, nel 1247, durante l'assedio in cui l'Impero fallì l'ultima prova contro le libertà comunali; quindi un soggiorno in Francia, inviatori probabilmente dai concittadini per soccorso, dove vide e conobbe i protagonisti dei grandi avvenimenti del secolo, e il suo frequentare, ritornatone nel 1249, le cerchie gioachimite; infine distaccatese dopo il 1260, che fu l'anno del gran moto dei Flagellanti suscitato da Ranieri Fasani, gli ultimi anni intenti al ricordo. E se nella giovinezza confidava ingegnamente in quella cifra magica del tempo cui certe correnti gioachimite riducevano l'attesa del terzo regno dello Spirito, adesso guarda indietro come stupefatto alle innumerevoli cose e persone viste, e comprende che il
SALIMBENE DA PARMA - SALIMBENI LORENZO E JACOPO
1668
notizie su questi due artisti, n. a Sanseverino (Marche) ed attivi nella prima metà del sec. XV, sono assai scarse.
Lorenzo è il più anziano e con ogni probabilità il più qualificato dei due. Il suo nome compare per la prima volta nel trittico della Pinacoteca di Sanseverino del 1400 nel quale egli dichiara di avere 26 anni, sicché la sua data di nascita viene fissata attorno al 1374. La sua formazione non è chiara. Non è possibile pensare ad influssi da parte di Gentile da Fabriano, la cui educazione fu se mai parallela, proprio per ragioni di età; né ad Alegretto Nuzi che, pur avendo potuto esercitare su lui qualche ascendente, non può, per ragioni stilistiche, aver determinato l'orientamento verso i modi del gotico internazionale, che appaiono in Lorenzo ben sentiti e compenetrati già dalla sua prima opera, e cioè il trittico predetto. Sicché bisogna convenire con A. Venturi che a tali modi L. sia pervenuto attraverso la visione di codici miniati provenienti dal settentrione e, forse anche, in seguito a contatti con artisti veneti che s'incontrano assai di frequente nella regione, agli inizi del sec. XV. Nei primi anni del '400 sostò nelle Marche, p. es., Jacobello del Fiore e vi fu con tutta probabilità anche Zanino di Pietro. Nel 1404 L. esegui affreschi nella chiesa della Misericordia a Sanseverino, dove è visibile in un sottotarco una figura di Cristo, firmata e datata; nel 1407 una Crocifissione, nella sagrestia della chiesa di S. Lorenzo in Diolio.
Nelle Storie di s. Giovanni Evangelista, affrescate nel Duomo vecchio della città, appaiono per la prima volta i due fratelli; ed accanto ad essi un enigmatico «maestro Oliviero». Certo che da questo momento Lorenzo e Iacopo mostrano chiaramente di essere orientati maggiormente verso i modi del gotico internazionale, con una spiccata tendenza per il gusto narrativo, che riappare nelle decorazioni della cripta del S. Lorenzo in Diolio, dove rifugge, tra le altre, una fragile ed elegantissima figura di s. Lucia.
Il ciclo pittorico più rappresentativo dei due fratelli sono senza dubbio i celebri affreschi dell'Oratorio di S. Giovanni in Urbino che recano la loro firma e la data del 1416. L'intera parete di fondo contiene una grande Crocifissione, mentre su quella di destra si svolgono le Storie del Battista in una serie di riquadri, disposti a doppio ordine. Mentre la Crocifissione è improntata ad una drammaticità di un realismo talora esasperato, nella parete laterale tutto si placa e diventa piacevole e raffinata sequenza di storie fantastiche del Battista, nelle quali accanto alle piacevoli espressioni dell'elemento naturalistico e del dettaglio aneddotico, propri del gotico internazionale, interviene una tendenza ad un decorativo, vanno quanto mai raffinato ed attuato con colori sommessi, di una rara preziosità. Tanta è l'unità artistica di questa parete che invano si è tentata (dal Colosanti e da altri) una divisione dell'opera tra i due fratelli, mentre le differenze stilistiche con la Crocifissione sono tanto notevoli da sollevare il problema dell'intervento di un'altra mano (dato che la firma e la data si trovano al di sotto della Crocifissione), cui attribuire le Storie. Ma molto più probabilmente coteste evidenti e già note differenze si debbono all'influsso esercitato sui pittori dalla visione di opere di artisti settentrionali e probabilmente da arazzi, cui persino le qualità coloristiche di detti affreschi sembrano collegarsi (Longhi). All'arte dei S. si ricollegano anche gli affreschi dell'Oratorio di S. Monica a Fermo, mentre ad essi sono assegnati altri dipinti – due santi nella Galleria di Urbino – di attribuzione, però, tutt'altro che certa. Sembra che Lorenzo fosse morto già prima del 1420, mentre Jacopo era ancor vivo nel 1427.
Vedi tav. CIV.
SALIMBENE DA PARMA - Cronica. Pagina con gli anni 1168-72. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 7260, f. 7° (sec. XIII).
tempo è provvidenziale soccorso per un inesausto dono di vita.
La sua Cronica, unica rimastaci e mutila di molte che compose, trascorre per un'epoca in tumulto. Egli guarda e rammenta con aperti occhi e memoria vivida, curioso di tutto perché tutto è vita creata. E si palesa, così, frutto indiretto, ma stupendo, dell'efficacia della spiritualità francescana. Trascorre accanto ai grandi dibattiti che agitano il pensiero e la politica contemporanea; ma non irrigidisce mai né i protagonisti di quella vita, pontefici e imperatori, frate Giovanni da Parma e frate Gerardo da Borgo S. Donnino, re crociati e feudatari imperiali, in un'estrazione dottrinale o politica; né gli anonimi delle turbe alleluiani, i combattenti delle guerre di comune, i cittadini e i villani, in un'estrazione economica e pratica. Il cronista discende con slancio verso la molteplicità innumerevole della vita storica. Il suo quararare circoscrive le cose nella loro stupenda evidenza, ma non le imprigiona; ed ogni creatura ha diritto alla vita, anche a quella che si esprime nel suo affettuoso e curioso guardare. Se il canone di una storiografia intellettualistica è il comprendere senza amore e senz'odio, il francescano invade anche le scene orrende di quel tumulto con un fervido amoroso soccorso. E la sua lingua latina, intrisa di forme volgari, è lo strumento duttile e potente di questo suo modo fervido, ingenuo e ardito. Monumento della vita duecentesca d'Italia, la Cronica dispone e precorre le nuove arti, la nuova letteratura, il nuovo costume.