SEGNO. - In senso ampio s. (gr. σημαῖον) è quella qualsiasi cosa (realtà, immagine, oggetto) che ne manifesta un'altra: «quodcumque notum in quo aliquid cognoscatur» (s. Tommaso, De verit., q. 9, a. 4 ad 4; cf. Sum. Theol., 3ª, q. 60, a. 4: «signum est per quod aliquis devenit in cognitionem alte-rius»): così il respiro e il battito del cuore sono s. della vita. Con significato più rigoroso, è ciò che esiste, o viene assunto, unicamente come espressione di un'altra cosa: in questo senso la bandiera è s. della patria, la parola s. dell'idea.
Il Lalande (Vocab. techn. et crit. de la philos., 5ª ed., Parigi 1947, pp. 970-71) propone una triplice distinzione: s. è: 1) una percezione attuale che permette, con maggiore o minore sicurezza, un'affermazione relativamente a un'altra cosa: in questo senso può dirsi che l'estensione del s. è amplissima, per la molteplicità delle relazioni che collegano i vari aspetti di una realtà e le diverse realtà fra di loro; 2) un atto o gesto espressivo di un comando o di un'azione da compiersi; 3) un oggetto (figura, immagine) che funge esclusivamente da simbolo di un'altra cosa e ne richiama la rappresentazione o l'idea, p. es., i simboli degli elementi chimici: è il s. nel senso rigoroso già definito. L'ulteriore distinzione del s. in naturale e convenzionale si fonda sulla natura della relazione che intercorre fra il s. e la cosa significata: è «naturale» il s. che comporta una relazione reale (di causa, effetto, somiglianza: ove interviene quest'ultimo rapporto, si parla talora di s. «formale», e in tal senso è detto s. «formale» il concetto come rappresentazione o forma intenzionale dell'oggetto: cf. s. Tommaso, De verit., loc. cit.), p. es., l'impronta indicante il passaggio di un animale e la sua direzione, o i vari s. fisiognomici come espressione di sentimenti e qualità psichiche (semantica tentata già, empiricamente, da Aristotele: cf. Physiognom., specialmente cap. 3). Se invece la relazione fra s. e cosa significata è posta in atto per pura convenzione, il s. è «convenzionale», p. es., i s. del linguaggio musicale. La divisione è per estremi e ammette gradi intermedi, in quanto in alcuni oggetti può aversi una certa attitudine ad essere assunti come s. di una determinata cosa, p. es., la bilancia come s. della giustizia o, nella religione cristiana, il Battesimo come s. della interna purificazione spirituale. Per quanto riguarda il linguaggio umano, può dirsi che esso comprende tutte le gradazioni del rapporto semantico, dal grido, espressione immediata di un sentimento, alle parole onomatopeiche o strutturalmente e foneticamente espressive, fino a quelle puramente convenzionali e arbitrarie dei moderni linguaggi scientifici.
Il significato del s. è rilevante nella conoscenza umana, non soltanto pratica, dove la sua funzione è notissima, ma anche teoretica. Già Aristotele ne notava l'importanza filosofica, in quanto «è proprio della filosofia il poter scoprire talora qualcosa di necessario dove si presentano alcuni s.» (Physiognom., cap. 2, 807 a 9-10). In realtà, intendendo il s. nel suo significato più ampio, è attraverso s. sensibili (i caratteri esteriori del mondo e della sua attività, rivelatori della contingenza) che è possibile, per s. Tommaso, pervenire all'affermazione di Dio. È dello stesso s. Tommaso l'osservazione «quod signa proprie dantur hominibus quorum est per nota ad ignota pervenire» (Sum. Theol., 3ª, q. 60, a. 2, c.; cf. De verit., loc. cit.). È pertanto perfettamente consono all'indole della conoscenza e dell'attività umana che la realtà soprannaturale e la sua comunicazione all'uomo venga espressa nella religione cristiana, attraverso s. sensibili (Sacrificio, Sacramenti).