STRUTTURE MURARIE

STRUTTURE MURARIE. - L'uomo, abbandonati i naturali ripari delle grotte e costruitesi abi-tazioni rudimentali, ne formò agglomerati che recinse con terrapieni e fosse a difesa degli uomini e degli armenti. In progresso di tempo, a rendere più valida la difesa, adoperò informi massi di pietra sporadici, male aderenti e sconnessi. Conosciuta in seguito la tecnica del taglio con l'uso di strumenti silicei e poi metallici, sorsero, fin dall'età neolitica, i primi recinti megalitici della civiltà mediterranea (Creta, Malta, Sardegna, Baleari) formati per lo più da un filare di base a grandi massi o lastroni, cori-cati od ortostatici, con sopra l'assise a più filari sovrapposti di massi di proporzioni decrescenti.

Il progressivo perfezionarsi di queste costruzioni difensive sulle alture, attorno agli abitati ed ai luoghi sacri, con il progredire della tecnica costruttiva e dei mezzi di estrazione e di adattamento del materiale, portò lungo l'età eneolitica e del ferro, all'erezione di quei meravigliosi colossali monumenti, di solidità portentosa, a grandi massi di pietra a poligoni irregolari, connessi senza cemento con la sola sovrapposizione. Tali le mura di Tirinto e di molte località della Grecia, dell'Asia minore e della Penisola iberica. La loro grandiosità è tale da non potersi più comprendere in età posteriore un così imponente dispendio di forze per costruirle e da attribuire l'erezione ai favolosi giganti Ciclopi (mura ciclopiche). Meraviglia la tecnica del trasporto e della sovrapposizione di così grandi massi, sia pure mediante l'adozione di leve, di rulli, di parziale interramenti e di piani inclinati.

I. MURA PELASGICHE

Una successiva fase più per-fezionata di tali costruzioni è quella in cui i massi sono meglio lavorati e spianati in modo da farli combaciare fra di loro e più accuratamente connetterli (mura di Micene nell'Argolide). Ulteriore fase è quella in cui la tendenza alla regolarità è più accentuata; le pietre sono disposte a strati orizzontali e poco dissimili fra di loro. Tali le mura di Argo, di Messene (371 a. C.), di Atene, del Pireo. Queste costruzioni, risalenti ai secc. fra il VII ed il IV a. C., sono proprie delle popolazioni indigene della Grecia e dell'Italia e furono dette pelasgiche perché attribuite ai primi immigrati dalla Grecia in Italia, detti Illexaoyol. In realtà appartengono alle popolazioni indigene di Grecia e d'Italia di origine mediterranea; in Italia agli Italici. Tali le mura erette in età diverse, dalle più remote ai tempi storici, a difesa delle arces e delle stazioni delle genti italiche del centro d'Italia (Cortona, Rieti, Alba Fucense, Tuscolo, Palestrina, Cori, Segni, Norba, Circello, Terracina, Ferentino, Ala-tri, Arpino, Atina, ecc.).

II. OPUS QUADRATUM

Mentre l'opera poligonale fu inviata nelle città italiche il cui terreno vicino era a fondo calcareo, già in Etruria, a Roma e nel Lazio era adottato un genere di costruzione di mura ancora più progredito ed estetico, favorito dall'esistenza del tufo, materiale più leggero e facilmente lavorabile. I massi, di dimensioni più o meno grandi, sono di cappellaccio, dapprima roz-zamente squadrati e disposti a filari alquanto irregolari (resti di mura del Palatino, dell'Aventino, di Ardea e di Vejo), divengono gradualmente più regolari; tali le co-siddette mura serviane di Roma (sec. IV a. C.). Queste sono a grossi blocchi di tufo più compatto (litoide), delle cave di Fidene e di Vejo, a strati alterni per testa e lun-ghezza, recanti segni di emissione dalle cave. I piani orizzontali sono interrotti da archi per dare maggiore solidità alle mura. In opus quadratum sono costruite le cisterne a tholos del Germalo, le mura primitive della Regia nel Foro, i basamenti dei templi di Giove Capi-tolino, di Saturno, dei Castori, della Concordia, dei Rostra vetera e della cisterna ogiva di Tuscolo (secc. v-IV a. C.). Se i filari sono di uguale dimensione l'opus qua-dratum è detto isodomum, se disuguali, pseudo-isodomum. I templi primitivi hanno i paramenti in questa opera di tufo, di peperino o di altra pietra locale rivestita di stucco. Anche alcuni altri edifici di età repubblicana, anche avan-zata, sono in opus quadratum; si diffonde l'uso del tra-vertino (lapis Tiburtinus) come, p. es., nel Tabularium.

III. OPUS INCERTUM

Dicesi quel genere di mura-tura romana consistente in una graduale riduzione del-l'opera poligonale; è anche denominato opus antiquum. Il nucleo è formato da un riempimento a sacco (emplecton, opus concertum) rivestito da paramento a blocchetti di pietra calcare quali uscivano dalle cave, non squadrati, disposti senza ordine l'uno sull'altro, connessi con malte e completati con scaglie negli interstizi (caementa). Tale s. m. è propria della fine del II e dei primordi del I sec. a. C. e caratterizza i resti di edifici eretti e ricostruiti nel rinnovamento di Roma e delle città laziali e del centro d'Italia, dopo le distruzioni prodotte dalle guerre civili (88-82 a. C.), durante la dittatura di Silla (82-78 a. C.); ne sono esempi, fra gli altri, i resti dell'Empiorum in Roma e la costruzioni sillane di Palestrina, di Terra-cina, ecc.

L'opus incertum inizia la serie delle murature pro-priamente romane la cui robustezza, divenuta prover-biale, è dovuta alla forza di coesione dei materiali ado-perati, calce di eccellente qualità e pozzolana.

IV. OPUS RETICULATUM

Nella prima metà del sec. I a. C. appare un genere di s. m. che è un perfezio-namento dell'opus incertum. La cortina è formata da cunei regolarmente squadrati a forma di tante piccole piramidi tronche, con la base in facciata, disposte a linee oblique inclinate a 45° sul piano, in modo da dare l'apparenza d'una rete; gli angoli sono rafforzati da morse in blocchi tufacei. Nella prima fase di tale opera, fino cioè all'età di Giulio Cesare, si ha l'opus reticulatum, in cui

le linee sono ancora incerte ed irregolari e lo strato di calce fra le tessere è ancora visibile. Con il periodo augurato il reticolato si fa più esatto e diviene il genere di muratura predominante (casa di Livia del Palatino, resti di case sotto il palazzo dei Flavi); con il regno di Nerone raggiunge la perfezione.

V. OPUS LATERITIUM

Durante la febbrile attività edilizia dell'età augustea si sviluppa la fabbricazione dei mattoni (lateres) con argilla figulinaria, cotti in fornace, di forma quadrata, rettangolare o triangolare, usati nella costruzione di muratura in sulle prime di edifici minori e di case private. Questa opera muraria può essere in certo modo considerata quale una derivazione pratica dell'opera quadrata. Con Tiberio l'uso di un tale paramento diviene comune ed è per la prima volta largamente adoperato in costruzioni di carattere pubblico, quali la Domus Tiberiana sul Palatino ed i Castra Praetoria. L'uso ne divenne sempre più comune per ogni genere di edifici; in quelli termali l'opera laterizia è rivestita da uno strato impermeabile di coccio pesto (opus signinum). Già prima all'età dei Flavi, ma più ancora lungo la seconda metà del II ed al principio del III sec. dell'Impero, fu di moda l'uso decorativo di cortine a faccia vista di mattoni intagliati e policromi, gialli, rossi, e di colore bruno (sepiolo di Annia Regilla alla Caffarella, tombe della Via Latina). Con Adriano il laterizio trionfa in pieno e viene reso più solido con l'adozione di ricorsi di grossi mattoni bipedales (cm. 59 x 59) a ca. cinque piedi l'uno dall'altro (Pantheon, Mausoleo di Adriano, Terme di Caracalla). Per le centine degli archi si usarono i seguenti pedales (cm. 45 di lato) e per gli ipoacusti termali i besas (cm. 22 di lato). Ciascun mattono reca assai spesso il bollo con l'indicazione della cava di argilla (praedia) e della fabbrica (figlina, officina) ed i nomi dei relativi proprietari e dirigenti. Comune è la menzione della data di emissione; innumerevoli sono i lateres reti, canti la data dell'anno 123 (Paetino et Aproniano coss.), indice della grande diffusione del materiale laterizio du- rante il regno di Adriano. In qualche caso è anche indicata la destinazione del materiale (Castra Praetoria), porto di Claudio e porto di Traiano di Centumelae). La forma dei bolli più frequenti è la lunata; si hanno anche la quadrata e la semicircolare e, dopo Diocleziano, la rotonda e la rettangolare. Il criterio di datazione dell'opera laterizia è data in massima dallo spessore dello strato di calce tra i filari dei mattoni; tanto più esso è sottile tanto più è antica l'opera. Va inoltre tenuto conto del fatto che la muratura può risultare imperfetta anche se di buona età, qualora sia stata destinata ad essere ricoperta da intonaco. In gran parte sono costruiti in laterizio i fornici degli acquedotti conducenti le acque a Roma con rafforzamenti angolari in pietra.

VI. OPUS MIXTUM

Alla fine del I sec. dell'Impero ebbe inizio l'uso di collegare i due sistemi, il reticolato ed il laterizio, a strati alternati. Tale genere di s. m. divenne comune ai tempi di Traiano e di Adriano. Gran parte della Villa tiburtina adrianea è costruita con murature formate da tre file di mattoni alternati con larghi strati di opera reticolata, il tutto rafforzato agli angoli con morse in laterizio. Alla fine del sec. II, con gli Antonini, si verificò una caratteristica trascurarezza nell'esecuzione del reticolato, talché si ha l'impressione che in quell'età sia tornato di moda l'opus incertum della Repubblica. Un reticolato in tal modo deteriorato, rafforzato da caementa di riporto di varia misura, si verifica in murature della fine del II, del III ed anche del IV sec., o sole, od alternate con file di mattoni, altro genere di opera mista.

Alla fine del III ed ai primi del IV sec. si ebbero ancora importanti costruzioni in laterizio. Una cortina abbastanza serrata presenta la cinta muraria di Roma, iniziata da Aureliano (275). Altre imponenti costruzioni in mattoni sono in Roma le Terme di Diocleziano, la Basilica di Massenzio, il Sessorianum, ecc. Nel tardo Impero prende il sopravvento un'opera muraria, già in scarso uso sin dalla fine del II sec., a bande orizzontali di mattoni in cotto alternate con strati di blocchetti squadrati di tufo o di pietra (Villa dei Quintili, Circo di Massenzio sull'Appia, a 310). Tale struttura appare in progresso di tempo sempre più affrettata ed imperfetta. Lo strato di calce fra i filari si fa sempre più alto; in qualche caso, già al principio del sec. IV, è superiore in spessore ai mattoni stessi. Un sistema ancora più pratico ed economico si ebbe con il costruire murature a mezzo di scaglie allungate di tufo o di selce, a strati quasi orizzontali ed a spigoli vivi, con poca malta.

BIBL.: I. H. Parker, Archaeology of Rome, I. Oxford 1874, p. 111; J. H. Middleton, Remains of ancient Rome, Londra 1892, p. 86 sgg.; R. Lanciani, Ruins and excavations of ancient Rome, ivi 1897, p. 43 sgg.; E. B. van Deman, Methods of determining the date of the roman concrete monum., in Journal of the Archaeological Institute of America, 16 (1912), pp. 230-31, 387-482; L. Cozzo, Un'industria nella Roma imper. I laterizi e i bolli doliani, Roma 1929; I. A. Richmond, The City Wall of imperial Rome, Oxford 1930; G. Saeffund, Le mura di Roma repubblic., in Acta Inst. Rom. Regni Suecae, I. Lund 1932; E. B. van Deman, The buildings of the roman aqueducts, Washington 1934. Gioacchino Mancini.

VII. LE S. M. NELLE CHIESE DI ROMA. — La Commissione sorta in seno al Centro studi di Storia dell'architettura ha messo in evidenza che in Roma le costruzioni delle chiese nel IV e V sec. sono o in opus latericium o in opera listata (opus mixtum). Esse si trovano accoppiate nel Maulsoleo di Costantina (S. Costanza); sono in laterizio nelle fondazioni delle absidii delle Basiliche Costantiniane del Laterano e del Vaticano, nelle basiliche di S. Maria Maggiore, di S. Pietro in Vincoli, di S. Sabina, di S. Sisto Vecchio, di S. Agata dei Goti, di S. Stefano Rotondo.

Sono in opera listata le fondazioni della basilica di S. Pietro in Vaticano, e nelle basiliche di S. Sebastiano, dei martiri Faustino, Simplicio, e Beatrice sulla Portuense, del titolo di Vestina (S. Vitale). Per il sec. VIII si hanno strutture in S. Angelo in Peschiera ca. 755 (R. Krautheimer, op. cit. in bibl., pp. 74-76), in S. Eusebio del tempo di papa Zaccaria o di Adriano I (772-95; ibid., p. 213, fig. 128).

Per il sec. IX si hanno le strutture delle chiese di S. Susanna, dei SS. Nereo e Achilleo e di S. Stefano Maggiore in Vaticano, del tempo di Leone III (795-816) (R. Krautheimer - W. Frankl, Recent discoveries in churches in Rome, in American Journal of Archaeology, 43 [1939], p. 388 sgg. e fig. 56), di S. Cecilia (R. Krautheimer, V. op. cit. in bibl., pp. 106, 108, fig. 70), e di S. Prassede dell'epoca di Pasquale I (817-24). - Vedi tav. CII.

BIBL.: B. M. Apolloni-Ghetti - G. De Angelis (Ossat - A. Ferrara - C. Venanzi, Le s. m. delle chiese paleocrist. di Roma, in Riv. di arch. crist., 21-22 (1945); R. Krautheimer, Corpus basilicae rum Christi, Romae, Città del Vaticano 1937. Enrico Josi.