« SUB TUUM PRAESIDIUM ». - È la più antica preghiera alla S.ma Vergine che si conosca.
I. IL TESTO ORIGINARIO
È conservato in un foglio di papiro (cm. 18 x 9,4) rinvenuto in località non nota d'Egitto e acquistato, nel 1917, dalla « John Rylands Library » di Manchester (Pap. Ryl., 470); pubblicato nel 1938 da C. H. Roberts, The Catalogue of the Greek and Latin Papyri in the John Rylands Library, III: Theological and literary Texts, Manchester 1938, pp. 46-47 (cf. A. Calderini, in Aegyptus, 18 [1938], p. 349). Il Roberts, per motivi teologici (culto alla Vergine) lo data al sec. IV; ma E. Lobel, suo collega e coeditore dei papiri di Ossirino (vol. XIX, Londra 1948), considerando obbiettivamente le sole ragioni paleografiche, si dichiara (come riferisce lo stesso Roberts) « restio a porlo più tardi del sec. III ». La scrittura a lettere onciali, alta e dritta, stretta e nello stesso tempo ariosa, con elementi ornamentali, ha un aspetto decorativo, in parte proprio delle iscrizioni, per cui H. J.
Bell, cui si associa il Roberts, pensa che il papiro fosse un esemplare destinato come « modello per un incisore ».
(do C. H. Roberts, Catalogue of the Greek and Latin Papers, III. Theological and literary texts, Manchester 1938, n. 279)
II. COMPOSIZIONE
Essendo il lato destro del papiro molto lacero, al Roberts è sfuggita la natura specifica della preghiera, ed è merito del p. Feuillen Mercenier, del monastero di Chevetogne, aver in essa riconosciuto il S. t. p., proponendo così la ricostituzione completa del testo in base alle relative formole liturgiche ancor oggi in uso nel rito copto e bizantino (Le Muséon, 52 [1939], p. 233). Come tutte le preghiere liturgiche antiche, il S. t. p., pur nella sua semplicità e spontaneità del sentimento, si ispira a testi biblici, mutuando espressioni caratteristiche dal greco dei Settanta. L'inizio richiama l'immagine dell'« ombra delle ali », cara ai Semiti e agli Egiziani, quale espressivo simbolo della divina protezione: ὑπὸ τὴν σκέπην τῆς... (Is. 49, 2; 51, 16; cf. Ps. 16, 8 e commento di F. Vigouroux, ad loc., con illustraz. monumentali). È notevole il fatto che la formola copta abbia conservato, senza tradurlo, il termine sacro σκέπη (praesidium) e che il concetto dell'ombra alarum si ritrovi in alcune versioni, come la siriaca, la siro-caldea e l'armena.In tutta la composizione poi si rileva la stessa situazione spirituale che si ha nei salmi individuali (ad es., 16, 27, 30, 38, 60) imploranti il soccorso immediato del Signore, rifugio e liberatore (καταφυγή e βύστης) del fedele che a lui ricorre per scampare dall'incombente pericolo (Ps. 17, 3; 60, 5; 70, 4; 90, 1 sgg.; 114, 2-5; 142, 9 = καταφεύγομεν e βύσαι ἡμᾶς [ἐκ κινδύνου] del S. t. p.). Significativo, in proposito, è il confronto con l'antichis-
sima preghiera del papiro di Dér-Balizeh (fol. 1ª, linn. 8-12: PO 18, 425 e 428; ed. Roberts-Capelle, An early Euchol., Lovanio 1949, p. 14), la cui espressione: ἀλλὰ βύσαι ἡμᾶς ἀπὸ παντὸς κινδύνου, richiama il periculis cunctis del S. t. p. romano.
III. IMPORTANZA DELLA PREGHIERA
a) Valore storico. - Il tono della preghiera sembra indicare un tempo di persecuzione (Valeriano, Decio) da cui si anela esser liberati (βύσαι ἡμᾶς, orue nos; il λυτρώσαι della liturgia greca non ha più questo significato, ma un valore teologico).b) Valore teologico. - In tanta necessità (περίστασις) il cristiano cerca scampo sotto il manto della Vergine, all'ombra della sua εὐσπλαγχνία, che non è l'ἔλεος dei Salmi, attributo di Dio, ma la grande misericordia e sollecitudine del cuore materno (cf. Eccl. 30, 7, e eisera misericordiae, σπλάγχνα ἐλέους, di Lc. 1, 78). E la preghiera è a lei rivolta direttamente, come soccorritrice e salvatrice, essendo la Madre di Dio, Θεοτόκος. Il ritrovare questa parola in un testo eucologico dimostra ch'essa, in Egitto, non era solo un termine della scuola, ma liturgico. Si comprende così quanto riferisce lo storico Socrate, che Origene, nel I libro, ora perduto, del suo commento in Rom., « spiegava (ἐρμηνεύω) in qual senso [Maria] si dica Θεοτόκος » (Hist. eccl., VII, 32: PG 67, 812 B). Considerando poi come nell'epoca anteriore al Concilio di Efeso (431) tale parola dogmatica si riscontra in autori che si ricollegano con la Scuola di Alessandria (cf. Hefele-Leclercq, II, p. 244, nota; Fliche-Martin-Frutz, IV, p. 167, n. 17; Manteau-Bonamy [V. BIBLICA.], pp. 10-12), si scorge in questo un influsso della liturgia alessandrina, e si spiega maggiormente l'asprezza della lotta antinestoriana, in cui Cirillo si batté non per un termine di scuola, ma per una espressione della fede del popolo, consacrata dall'uso liturgico (cf. Denz-U, 139). Non si conosceva finora alcun documento positivo comprovante il culto di invocazione alla Vergine nel periodo anteniceno (cf. E. Neubert, Marie dans l'Eglise anténic., Parigi 1908, pp. 268 e 275; E. Dublanchy, Marie, in D'ThC, IX, col. 2443): il Pap. Ryl. 470 riempie la lacuna documentaria, eliminando ogni discussione. Con la chiara affermazione della Maternità divina di Maria il S. t. p. ha una manifesta allusione anche alla sua immacolata purezza, proclamando la S. Vergine come « la sola pura », « la sola casta e benedetta »: ἡ μονὴ ἁγνῆ, καὶ ἡ εὐλογημένη.
c) Valore liturgico. - Il testo del papiro, ricostruito dal Mercenier, rappresenta la redazione primitiva, e spiega le due recensioni posteriori: l'orientale (bizantino-ambrosiana), e l'occidentale (alessandrino-romana). La formola romana, infatti, appare della medesima famiglia del testo copto, mentre quella ambrosiana dipende dal testo bizantino.
IV. DIFFUSIONE E USO LITURGICO
Dalla patria d'origine, l'Egitto, il S. t. p. si è diffuso attraverso i due riti principali: il bizantino e il romano. La liturgia copta ha conservato, quasi integralmente, la formola originaria che ci offre il papiro greco, e ancor oggi, almeno presso i cattolici, ne fa uso ai Vespri. Le liturgie bizantina e romana dovettero ricevere il S. t. p. dall'Egitto prima delle controversie cristologiche del sec. V. a) Liturgia romana. - Nell'Occidente latino il S. t. p. ha avuto varie redazioni, che testimoniano originali greci diversi. La formola romana si ritrova nell'Antifonario di Compiègne (sec. IX-X) tra le antifone in Evangelio (serie di antifone che si intercalavano nei diversi versetti del Benedictus) per la festa dell'Assunzione (PL 78, 799). Attualmente è in uso a Compieta del Piccolo Ufficio della B. Vergine (antifona Nunc dimittis). È utilizzata in parte negli uffici della Maternità di Maria (11 ott.: V responsorio) e della B. V. Mediatrice di tutte le grazie (31 maggio: Respons. breve alle Ore minori). È poi di uso frequente in vari esercizi di pietà; in Francia, anche nei Saluts del S.mo Sacramento. A. Wilmart ha pubblicato un ufficio medievale in onore dei Sette Dolori della S.ma Vergine, attribuito a Innocenzo IV, ove il S. t. p. è la preghiera iniziale per ogni singola parte (Auteurs spirituels, Parigi 1932, pp. 518, 523-26). Nella liturgia domenicana si canta a Compieta per varie feste della Madonna. I Salesiani l'hanno come devozione speciale in onore di Maria Ausiliatrice; presso| ΠΟ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | Υπό τήν σήν | Sub tuum | |
| ΕΥΣΙΑ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | εὐσπλαγχνίαν | praesidium | |
| ΚΑΤΑΦΕ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | καταφάγνων | confugimus, sancta | |
| ΘΕΟΤΟΚΕΤ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | Θεοτόκεν τός ἡμῶν | Dei Gentia: nostras | |
| ΙΚΕΣΙΑΣΜΗΙΑ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | Ιεμείαν μή νην. | deprecationes ne de- | |
| ΕΙΔΗΚΕΜΠΕΡΙΣΤΑΚ | ἀνδρ ἐν περσέτῳ | pictus in necessitatibus | |
| ΑΑΑΕΚΚΙΝΑΤΝΟΥ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | ἀλλ' ἐν περσέτῳ | nod a periculo euntio | |
| ΡΥΣΑΙΗΜΑΚ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | ἀνδρ ινεμν | libra nos semper, | |
| ΜΟΝΗ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | μόνη ὀργή | Virgo gloriosa | |
| ΗΕΥΛΟΓ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | μόνη εὐλογημένη | et benedictia. | |
| 4 | Sub tuum | Sub praesidium | |
| misericordium | misericordium tearius | misericordium tearius | |
| confugimus | confugimus, 2 | confugimus, 2 | |
| Dei Gentia: nostram | Dei Gentia: nostram | Dei Gentia: nostram | |
| deprecationem ne in- | deprecationem ne in- | deprecationes ne in- | |
| duces in tentationem | picius in necessitatibus | picius in necessitatibus | |
| sed de periculo | sed a periculo | sed a periculo | |
| libera nos, | astra nos, | astra nos, | |
| sola casta | 8 (to) quae sola (to) | 8 (to) quae sola (to) | |
| et benedictia. | benedictia. | benedictia. |
(da F. Mercenier, L'Antienne Mariale grecque la plus ancienne, in Le Mustois 38 (1939), p. 231)
« SUB TUUM PRAESIDIUM » - Testo del papiro della Rylands Library, n. 470, col. 1, posto a confronto dal p. F. Mercenier con i testi: bizantino, col. 2 (Ὠρολόγιον τὸ μὲν), ed. Roma 1938, p. 232); romano, col. 3; ambrosiano, col. 4 (Missale ambrosianum, Milano 1831, pp. 381-92); e la versione latina del testo copto, col. 5.
i Gesuiti fa parte dell'unico esercizio quotidiano di pietà ch'essi praticano in comune. Notevole è l'inizio, semplificato con l'omissione della parola misericordia (εὐσπλαγχνία), e la finale: Libera nos semper, Virgo gloriosa et benedictia. Il semper è unito, anche nella melodia gregoriana, a « libera nos », mentre criticamente dovrebbe unirsi a Virgo, secondo il caratteristico epiteto greco Ἀειπάρθενος: termine, però, che non si trova nella formula originaria, né in quella della liturgia bizantina, che invece ha il corrispondente μόνη ἀγνή. La parola gloriosa è pure una variante romana: non si sa se antica; il p. Mercenier ammette che possa essere originaria (σεμνή); manca nell'Antifonario di Compiègne e nella liturgia domenicana. La melodia gregoriana, di VII modo, nella sua semplicità quasi sillabica, esprime un sentimento di confidente e filiale abbandono, e, nell'insistente motivo, l'urgenza di un soccorso immediato. Prima della restaurazione gregoriana, in Italia era in uso anche un'altra melodia di II modo (cf. J. Pothier, Antienne « S. t. », in Rev. du chant grég., 2 [1893-94], pp. 3-4).
b) Liturgia ambrosiana. - Il testo milanese (Sub tuam misericordiam) deriva da quello bizantino (Ὑπὸ τὴν σὴν εὐσπλαγχνίαν); ma sembra posteriore a s. Ambrogio, anche per l'errata traduzione « ne inducas in tentationem » (invece di: ne despicias in necessitate), la quale non può essere attribuita al Santo, che conosceva bene il greco; tale variante potrebbe però non appartenere alla traduzione originaria, ed essere una tardiva contaminazione dell'orazione domenicale. Nel medioevo la preghiera si usava (secondo il cod. T 103 Sup. della Biblioteca Ambrosiana) nella VI domenica di Avvento, tra le antifone o psalendae litaniche (cf. Cagin [V. op. cit. in bibl.]). Oggi si ha solo come antifona post Evangelium in alcune Messe della Madonna (5 ag. e 16 luglio [medesima Messa]; S. Maria in Sabbato [Messa feriale] e Messa votiva solenne). È anche cantata dal popolo con melodia propria del rito.
c) Liturgia bizantina. - Nei confronti del testo originario dato dal Pap. Ryl., 470, quello della liturgia bizantina costituisce una forma più elaborata, con varianti dovute soprattutto alle esigenze del ritmo.
Nella liturgia bizantina (e quindi nei vari idiomi propri del rito) la preghiera è adibita come θεοτόκον (tropario in onore della « Madre di Dio ») alla fine dei Vespri feriali (Ὠρολόγιον, Roma 1876, p. 104; 2ª ed. ivi 1937, p. 232), sempre associata all'Ave Maria che precede come primo tropario (θεοτόκε παρθένε χαίρε).
d) Altri riti orientali. - Le Chiese armena, siro-antiochena, siro-caldea e malabarica, maronita, etiopica, anche se non posseggono il S. t. p. nella loro liturgia, lo hanno nei loro libri di devozione (a quanto sembra, per influsso di Roma). I Maroniti ne fanno, con le Litanie lauretane, un uso frequentissimo (in arabo, adibito in tutte le funzioni estraliturgiche). Per i cattolici dell'Etiopia fu tradotto dal latino dai missionari, e si recita insieme alla Salve Regina. La formola siro-antiochena, la quale sembra molto antica, ha diverse varianti, di sapore biblico, che ne costituiscono una profonda rielaborazione (cf. P. Hinds, Disciplina Antiochena antica: Siri, IV [Fonti per la Cod. can. Orient., 2ª serie, fasc. 28], Città del Vaticano 1943, p. 307, nota 1).