TAZZOLI, ENRICO

TAZZOLI, ENRICO. - Sacerdote, n. a Canneto il 19 apr. 1812, m. a Belfiore il 7 dic. 1852. Professore di filosofia nel Seminario mantovano e rinomato predicatore, aderì al Comitato mazziniano di Mantova, di cui divenne ben presto presidente.

Il Comitato aveva lo scopo di tener desta l'avversione contro l'Austria e di raccogliere armi e fondi per una possibile insurrezione, nonché di procurarsi dati sugli apprestamenti militari abburgici. Arrestato una prima volta nel 1848 per una predica che le autorità austriache ritennero rivoluzionaria, fu presto rilasciato dopo una severa ammonizione; esortato dai suoi stessi amici ad esulare, rifiutò, per dedicarsi con maggiore trasporto alla sua attività cospiratrice, né rallentò l'opera anche quando cominciarono - sul finire del 1851 - gli arresti e le condanne capitali ordinate dal maresciallo Radetzky per soffocare ogni conto insurrezionale. Il 13 dic. 1851 il T. presiedette una riunione, nella quale fu proposto di attentare alla vita dell'imperatore Francesco Giuseppe in occasione dell'annunziata sua visita nel Lombardo-Veneto, ma riuscì a far disapprovare l'insano progetto. Pochi giorni più tardi (1º genn. 1852) la polizia trasse in arresto tale Luigi Pesci, trovato in possesso di una cartella del prestito mazziniano: il Pesci confessò di averla avuta dal sac. Ferdinando Bosio, che a sua volta indicò nel T. il diffusore del pericoloso materiale. Pur avvertito in tempo, il T. ricusò ancora una volta di porsi in salvo e venne arrestato il successivo 27 genn. Egli fu così coinvolto nel grande processo mantovano, istruito con dura energia dall'auditore capitano Kraus. Il silenzio dei numerosi imputati, la fuga di molti indiziati che provvidero a distruggere in gran parte le prove della cospirazione, il diffuso disagio dell'opinione pubblica e la preoccupazione del governo di Vienna di evitare eccessivi rigori stavano per rendere nulli gli sforzi del Kraus, quando, malauguratamente, si posero sulla via delle propalazioni il Bosio - poi fattosi apostata e passato al protestantesimo - e Luigi Castellazzo, che più tardi fu deputato al Parlamento e segretario generale della massoneria, nonostante le circostanziate accuse di uno dei superstiti del processo, Giuseppe Finzi, il quale preferì rassegnare il mandato parlamentare piuttosto che sedere alla Camera insieme con il traditore, spudoratamente difeso dalla setta. Per conseguire la promessa impunità, il Castellazzo - che era stato segretario del Comitato mazziniano - rivelò ai giudici quanto era a sua conoscenza, tranne la chiave del cifrario usato dal T., che fu peraltro scoperta dalla polizia viennese. A questo punto il T., con eroico altruismo, si addossò tutta la responsabilità della congiura, nella speranza di salvare, a prezzo della propria vita, quella dei coinquisiti.

Nelle more del processo, essendosi il governatore di Mantova, gen. Culoz, rivolto a lui per chiedergli quali motivi inducesero gran parte del clero lombardo ad avversare la dominazione austriaca, egli rispose con due misurate Memorie (edite da A. Luzio, Mantova 1886), nelle quali tracciava un preciso quadro delle condizioni d'Italia sotto l'oppressivo governo abburgico: scritti di mirabile saggezza politica, che non si penserebbero composti nel carcere, senza sussidio alcuno di fonti. Il vescovo di Mantova, mons. Giovanni Corti - che aveva delegato

il canonico Martini ad assistere spiritualmente i detenuti - tentò ogni mezzo per salvarli dalla pena capitale, giungendo sino a chiedere udienza all'imperatore e ad invocare l'intervento pontificio: ma i generosi sforzi del presule riuscirono inutili ed egli ebbe altresì il doloroso compito di procedere alla dissacrazione del T. prima che il condannato dovesse salire il patibolo.

Le ultime ore del T., descritte con commossa parola da mons. Luigi Martini nel suo celebre Confortatorio, furono ammiorevoli di cristiana fermezza: consolò e benedisse i compagni di supplizio e prima di abbandonarsi al carnefice disse al Martini: «Raccomandi a tutti i preti di non impacciarsi di politica e di essere fervorosi in chiesa». Le sue spoglie, formulate ai piedi della forca, ebbero onorata sepoltura in Mantova dopo la liberazione della città.

BIBL.: C. Cantù, Del prete E. T., Milano 1868; L. Martini Il confortatorio di Mantova, Mantova 1870-71 (ristampato nel 1952 con ampio commento di A. Rezzaghi); T. Vedovi, Cenni biografici dei martiri di Belfiore, ivi 1872; L. Segala, Verona e Mantova nella cospirazione contro l'Austria e nei processi politici del 1850-53, Verona 1895; G. De Castro, I processi di Mantova, Milano 1893; L. Pastro, Ricordi di prigione, ivi 1907; E. Picco, Don E. T., Torino 1912; ma specialmente A. Luzio, I martiri di Belfiore e il loro processo, 3ª ed., Milano 1916 (ristampato nel 1952 a cura di A. Monti); id., I processi politici di Milano e Mantova restituiti dall'Austria, ivi 1919 (rist., Mantova 1952). La nota del Castellazzo fu provata dallo stesso Luzio in un numero str. (4 dic. 1884) della Gazzetta di Mantova; T. Urangia Tazzoli, Gina. Mazzini e don E. T., in Rass. stor. del Risorg., 37 (1930), pp. 488-99; id., E. T. e Cesare Cantù, in corso di stampa negli Atti del XXXI Congresso di st. del Risorg. (Mantova, sett. 1952), dove saranno comprese numerose altre comunicazioni relative ai processi mantovani del 1850-53, di C. Vidal, A. Rezzaghi, S. Markus, G. Gaeta, G. Pratico e altri.

Renzo U. Montini

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“TAZZOLI, ENRICO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 1096. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/tazzoli-enrico.