TEOPASCHITI. - Il termine (Θεός = Dio e πάσχω = soffro) designa quelli che attribuiscono al Verbo la sofferenza e la morte.
Occorre distinguere due forme di teopaschismo: quello proprio o reale, eretico, che riferisce alla divinità la passione e la morte e si esprime con la formula: Divinitas passa est; e quello improprio o nominale, ortodosso e legittimo, che, comunicazione degli idiomi (v.), attribuisce alla persona del Verbo Incarnato le azioni e le passioni della natura umana assunta. Supposta l'Incarnazione, può dirsi: Deus passus est, unus de Trinitate cruci-fixus est. Espressioni teopaschite ricorrono già presso i Padri anteriori alle controversie cristologiche (cf. s. Ignazio, Ad Rom., VI; Ad Eph. I, 1). Contro di esse insorse il nestorianesimo (v.), che negava la comunicazione degli idiomi. Essendo le due nature ciascuna con la propria personalità, le operazioni devono essere riferite alla rispettiva natura e persona, né può dirsi: Deus natus, passus, mortuus est. S. Cirillo difese queste espressioni, aggiungendo per chia-rezza la parola carne (cf. Anatematismo, XII, in Denz-U, 124).
Mentre il nestorianesimo respingeva perfino il teopaschismo verbale, EUTICHIE E EUTICHIANESIMO (v.) o monofisismo reale (v.) passò all'eccesso opposto, sostenendo il teopaschismo reale. L'errore scaturiva dalle teorie che sostenevano l'assorbimento dell'umanità da parte della divinità, che sola sussisterebbe, o la «vanificazione» della divinità nell'umanità, o la mescolanza della divinità e dell'umanità in un composto divino-umano, in una natura tena-drica, o la composizione in una essenza completa.
Gli ortodossi accusavano di teopaschismo tutti i monofisiti, sia nominali sia reali, specialmente Pietro Fullone (v.). Questi aggiunse al trisagio della Messa (Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis) le parole: qui crucifixus est pro nobis, adottate dalle Chiese monofisite. Gli ortodossi, che riferivano il trisagio alla S.ma Trinità, videro nell'aggiunta un vero teopaschismo e un patrippassianismo. I monofisiti nominali però non erano t. in senso proprio. Essi riferivano l'aggiunta, in senso ortodosso, alla persona del Verbo Incarnato, intendendo il trisagio di Gesù Cristo. I cattolici però respingevano l'aggiunta, equivoca e sospetta, perché tra i monofisiti nominali si trovavano alcuni euchiani. Tolto il pericolo di errore, l'aggiunta fu accettata anche dai cattolici. Roma prima la tollerò, poi ne ordinò la soppressione nel 1677 agli Armeni, e di nuovo nel 1833.
Si difuse pure tra i monofisiti la forma di Flossense: Unus de Trinitate crucifixus est. L'espressione, come la precedente, riferita a Cristo, è legittima, per la comunica-zione degli idiomi e i monofisiti nominali la prendevano in senso ortodosso. Per i cattolici era, sulle labbra dei monofisiti, pericolosa e sospetta. Alcuni monaci sciti, per guadagnarsi i monofisiti, ripresero la formula cirilliana: Unus de Trinitate passus est carne, e tentarono di farla approvare dai legati pontifici a Costantinopoli. Questi resistettero, giudicando il tentativo inopportuno, perché favorevole al monofisismo. Quattro monaci vennero a Ormisda (v.), il quale, informato dai legati, non volle approvare la formula, sospetta nel tenore e nella intenzione dei sostenitori. I monaci sciti non desistettero, l'imperatore Giustiniano incluse la formula nella professione di fede (15 marzo 533) e ne sollecitò l'approvazione dal papa Giovanni II. Questi, avendo teologi occidentali giudicata ortodossa la formula in se stessa, l'approvò (25 marzo 534). Si discostava così dalla linea di condotta del suo predecessore, che aveva resistito, considerando l'origine e il favore della formula presso i monofisiti, tra i quali erano veri eutichiani. Un atteggiamento più fermo avrebbe risparmiato altre discussioni e avrebbe frenato il movimento di ripresa del monofisismo. Il papa Vigilio dovette riconoscere la stessa formula (cf. Concilio Constantinopolitano, II, can. 10; Denz-U, 222).