TEOFILANTROPISMO

TEOFILANTROPISMO. -

I. STORIA

Un certo Chemin, professore di latino a Parigi, pubblicò nel 1796 un Manuel des théophilanthrophiles, che capitò nelle mani del celebre Haüy (m. nel 1822), l'inventore dei caratteri in rilievo per i ciechi, il quale si entusiasmò per la teoria di Chemin. Il 5 novesco, anno V (25 dic. 1796) Chemin, Haüy, Moreau, Janes e Mandar si riunirono nell'ospizio dei ciechi, diretto da Haüy, e fondarono una società religiosa con il nome di Società dei teofilantropi, con un gruppo di aderenti.

Nell'apr. 1797 chiesero di tenere le loro riunioni di culto nelle chiese, che pretendevano di avere in comune con i cattolici; occuparono così 20 chiese, compresa Notre-Dame. Fondarono scuole, stamparono giornali, si diffusero rapidamente nei dintorni di Parigi, a Montreuil, Choisy-le-Roi, Andréy, Versailles, Fontainebleau e più lontano ancora, a Chantilly, Soissons, Château-Thierry, Nancy, Rodez, Le Havre, Châlons-sur-Marne, Bourges. A Sens si formò un rito differente da quello di Parigi, nel quale si sosteneva ostentatamente di fare appello al Vangelo. Fuori della Francia, un certo Siauve, oriundo parigino, tentò di diffondere la nuova religione in Svizzera nell'ag. del 1798; in Italia, un certo Gregory fece stampare a Torino nel 1799 una traduzione del Manuel di Chemin; altre traduzioni dello stesso libro furono fatte in inglese e in tedesco; non sembra però che il nuovo culto avesse fortuna all'estero. In Francia, al contrario, la diffusione fu rapidissima in mezzo agli istituti, professori e uomini di scienza o letterati. Si ricordano, tra gli aderenti, ex-preti, ex-pastori protestanti, ex-membri della Convenzione. I nomi più conosciuti del gruppo teofilantropico sono: Dupont de Nemours, distinto economista, Bernardin de St-Pierre, il celebre autore di Paul et Virginie, Laréveillère-Lépeaux, che fu membro del Direttorio e diede alla setta, proprio per tale carica, grande appoggio (erroneamente, però, è stato spesso considerato come l'inventore del t.). Numerosi scismi avvennero in seno alla setta proprio agli inizi; verso la fine dell'anno 1799, era in piena decadenza. Un decreto dei consoli del 12 vendemmia, anno X (4 ott. 1801) negò ai teofilantropi l'autorizzazione di continuare a servirsi degli edifici nazionali (chiese cattoliche) e l'11 ventoso (2 marzo 1802) un decreto del prefetto di polizia proibì «il culto della religione naturale, detto t.».

II. DOTTRINA

La dottrina teofilantropica non è che deismo, con una certa tinta evangelica, in quanto riassume la morale nell'amore di Dio e del prossimo. Tale dottrina derivava dal Vicaire Savoyard di Rousseau. Per i teofilantropi tutto il dogma si riassume in due certezze razionali: l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima: la credenza in Dio poggia sullo spettacolo dell'universo, mentre la credenza nella vita futura si fonda sul sentimento che si ha dalla nostra facoltà di pensare, il quale è un principio estraneo alla materia e sopravvive alla dissoluzione del corpo. «Adorare Dio, amate i vostri si

mili, rendetevi utili alla patria»: questo era il tema obbligato di tutti gli oratori nelle riunioni di culto, mentre si ripeteva spesso la tesi secondo cui tutte le religioni sono buone, purché si serva Dio convenientemente.

III. CULTO

I templi teofilantropici avevano un altare semplicissimo, sul quale si ponevano fiori o frutta, secondo la stagione. Sopra l'altare campeggia questa iscrizione: «Noi crediamo nell'esistenza di Dio e nell'immortalità dell'anima». Sui muri altre iscrizioni richiamavano i doveri principali. Di fronte all'altare sorgeva un pulito o una tribuna per il sermone religioso. Il culto aveva inizio con un canto, i fanciulli presentavano fiori o frutta. Il presidente della cerimonia, un capo di famiglia, vestito di una tunica celeste con una cintura rosa e una specie di manto bianco, dirigeva invocazioni, canti e letture; i canti erano estratti dalle opere di Racine o di J. B. Rousseau (da non confondere con Jean-Jacques).

Il culto da principio si teneva l'ultimo giorno delle decadi, poi la domenica. Si eseguiva musica scelta. Si celebravano le feste della Repubblica e quelle degli uomini celebri: Hoche, Joubert, Socrate, J.-J. Rousseau, Washington ed anche s. Vincenzo de Paol

i. Il lettore, salito sul pulpito, leggeva brevi estratti dei moralisti antichi e moderni, dai Veda fino al J

J. Rousseau, passando per il Vecchio e il Nuovo Testamento, Zoroastro, Confucio, Socrate, Aristotele, Cicerone, Seneca, Epitteto, il Corano, La Bruyère, William Penn, Voltaire, Franklin. I brani erano raccolti in un prontuario preparato antecedente, nel quale si potevano leggere come in un messale. Dopo la lettura, aveva luogo un commento seguito dal canto di un inno, quindi un canto alla patria e, infine, una specie di benedizione.

BIBL.: H. Grégoire, Histoire des sectes religieuses, 2 voll., Parigi 1810; A. Mathiez, La théophilanthrophie, ivi 1903; J. Brougrette, Les créations de la Révolution, ivi 1907; J. F. Sollier, Theophilanthrophists, in Cath. Enc., XIV, pp. 624-25 (con bibl.). Leone Cristiani