TAMBURINI, PIETRO

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TAMBURINI, Pietro. - Teologo giansenista, n. il 10 genn. 1739 in Brescia, m. il 14 marzo 1827. Fu il cervello e l'anima del giansenismo italiano. I termini della sua vita e l'ambito della sua opera (più di trenta pubblicazioni) segnano la curva descritta in Italia dall'eresia di Giansenio.

Se Scipione de' Ricci (v.) ebbe in quel movimento una sua importanza quasi esistenziale, territoriale, politica e insieme coreografica e propagandistica, il T. con il suo insegnamento universitario, la sua varia attività letteraria, con la partecipazione Sinodo di Pistoia (v.) e l'influenza esercitata nei cenacoli religiosi e politici del tempo vi domina intellettualmente, riunendo in sé pregi e difetti e oscillazioni della eresia nella sua geografica comparsa italiana: polemista irruente, teologo illuminista, ora sostenitore del governo assolutista, ora difensore del governo repubblicano. Tuttavia sempre fu coerente al suo sistema giurisdizionale gallicano e alle teorie gianseniste, permettendo così di stabilire, in una bibliografia tanto discorde, quale discriminante del giansenismo italiano, una costante teologica e giurisdizionale. Se toccò la politica fu per una connessione inevitabile di esistenza, per opportunismo e marginalmente, e ciò indica l'influenza che solo indirettamente esercitò nel risorgimento nazionale e nel liberalismo del sec. XIX. Divulgatore, non pensatore originale: in teologia e in diritto canonico riferendosi agli appellanti ed ai giurisdizionalisti francesi e olandesi, aggiungendovi solo rilievi liturgici e pratici derivanti da controversie avventizie. Iniziò la sua educazione nella città natale studiando presso i Filippini, finché ordinato sacerdote nel 1760, tre anni dopo passò a Roma dove fu prefetto degli studi al Collegio Irlandese. A Roma conobbe diversi giansenisti, tra cui il de' Ricci e il conte di Bellegarde. Nel 1778 era professore nell'Ateneo pavese e nel 1781 prefetto degli studi del Collegio-seminario austro-ungarico, trasferito da Giuseppe II da Roma a Pavia. Preparò, diresse divulgò il Sinodo di Pistoia del 1786, e durante la Rivoluzione Francese fu prima titolare della cattedra di filosofia morale e di diritto naturale nell'Università di Pavia e poi professore al Liceo di Brescia. Dopo la Rivoluzione Francese fu eletto direttore della Facoltà legale nella Università pavese, dove rimase fino alla morte e ca-

ricco di anni e di scomuniche» com'egli stesso disse. Sembra abbia fatto una buona morte con intima riconciliazione, anche se non risulta una ufficiale e chiara ritrattazione di errori. Iniziò, vivente, la pubblicazione degli Opera omnia, che doveva constare di 41 volumi, ma che rimase interrotta. Sua opera principale: Ethica christiana (4 voll., Pavia 1783). Nella dottrina teologica della Grazia, T. dipende da Baio, nel concetto di gerarchia cattolica da Sarpi, dai gallicani francesi, dal giansenista Van Espen e dall'opera di Van Hontheim; nell'insegnamento e nella prassi sacramentaria codificò il suo pensiero negli atti del Sinodo pistoiese, rivelandosi contro l'attribuzionismo, il sistema morale probabilista e il limbo per i bambini morti senza Battesimo; circa le relazioni fra Stato e Chiesa ripete Richer, Dupin, De Marca, Febronio. In Italia fu tra i primi filosofi a rinnegare «il pensiero della scolastica» e a leggere e consigliare la lettura di Rousseau, Voltaire, Montesquieu, non indifferente al sensismo di Locke e Condillac e alle teorie delle Hobbes. Aderiva spiritualmente alla Chiesa scismatica di Utrecht, spregiudicato assertere della tolleranza ecclesiastica contro la presunta «intolleranza» della S. Sede, pugnace anticuralista. Ma non si può ignorare la faccenda del suo insegnamento, l'interesse che suscitarono le sue pubblicazioni si da segnare il punto di contraddizione della polemica religiosa, il contributo al risveglio degli studi sacri anche se in un modo troppo illuministico senza tuttavia mai arrivare, prima nella Rivoluzione Francese e poi nell'orientamento del primo liberalismo ottocentesco, direttamente ad una idea di libertà e di indipendenza nazionale, ma solo indirettamente dietro le vecchie barriere dell'assolutismo ecclesiastico e politico.

BIBL.: Mem. e docum. per la stor. dell'Univ. di Pavia e degli uomini illustri che vi insegnarono, Pavia 1878, pp. 330-336; E. Rota, P. T. di Brescia «teologo piacentino» e la controversia giovanista di Piacenza, in Boll. d. Soc. pavese di Stor. patria, 1912, pp. 343-364; B. Ricci, Il maggior teologo giovanista d'Italia P. T., in La scuola cattol., 20 (1921), pp. 14 sgg., 100 sgg., 276 sgg., 358 sgg.; E. Rota, Il giovanismo in Lombardia sulla fine del sec. XVII, Brescia 1927; C. A. Jemolo, Il giovanismo in Italia prima della rivoluzione, Bari 1928, pp. 261-332; G. Mantese, P. T. e il giovanismo bresiano, Milano 1942.

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