VALORI, FILOSOFIA dei. - Indica un orientamento della filosofia contemporanea il quale nei suoi molteplici indirizzi afferma innanzi tutto: a) l'opposizione dell'essere (inteso come mondo della natura e dell'esperienza, scientifica o comune) e del dover essere (inteso come norma-oggettiva nel doppio senso di pensiero e di azione, o come esigenza soggettiva dell'affettività e della libertà); poi, b) l'accentuazione del momento «emozione» (indirizzato ad un ideale di conoscenza pura) e dell'apprezzamento o stima (in opposizione ad una semplice rappresentazione di ciò che è); e infine c) un interesse primordiale verso i problemi che interessano il senso dell'esistenza umana e, di conseguenza, la sostituzione della «comprensione» con il senso o fini della vita alla spiegazione causale (meccanicità). Secondo questo triplice orientamento: metafisico, psicologico, etico e etico-religioso, si suddividono le «assiologie» o dottrine dei V. credito.
Nel corrente linguaggio filosofico il termine V. INDIA, oggettivamente, il fatto che le cose sono più o meno stimate o desiderate e, oggettivamente, dà rilievo all'eccellenza intrinseca che dà un fondamento a tale stima, oppure un carattere di utilità. Il significato matematico di logico, estetico ed economico del V. (cf. A. Lalande, Vocabulaire techn. et crit. de la philosophie, Parigi 1926, s. v.) abitualmente al di fuori dell'indagine filosofica. Nella filosofia contemporanea il termine V. può indicare tanto una regola di validità universale quanto una qualità «sui generis» chiamata talvolta «qualità terziaria», come l'equivalente dei termini «fini» e «bonum» (ci si ricollega ai termini: qualità, virtù, bene, fine, perfezione, norma).
Ricercando lo sviluppo storico, si può riconoscere che tutte le grandi filosofie sono in un certo senso f. dei V. (Lavelle), così per le idee di ordine, gerarchia, finalismo che esse utilizzano come (e soprattutto) per le dottrine etiche che comportano. Benché sia facile scoprire l'influenza platonica nelle assiologie di Scheler e di N. Hartmann, e quella aristotelica nella teoria di Brentano, tuttavia è con la rivoluzione kantiana che s'inizia la spe-culazione sul V. Ciascuna delle «tre critiche» ha fornito
un elemento originale d'ispirazione: secondo Rickert (cf. Logos, 9, [1920], pp. 1-42) la « Critica della ragion pura » ha messo in rilievo un soggetto che non è quello degli empiristi e neppure è la sostanza spirituale dei metafisici, ma un « irreale », un punto di collegamento che è insieme Wert e Geltung. Il mondo oggettivo è costituito da queste « geltende Wertformen ». Le tesi della « Critica della ragion pratica » si ritrovano nella distinzione usata soprattutto nella teologia protestante che si ispira a Ritschl (v.) fra « Seinsurteile » e « Werturteile ». È la distinzione fra « reflektierende Urteilskraft » e « bestimmende Urteilskraft », usata nella « Critica alla facoltà di giudicare », ricorda l'opposizione moderna tra l'esplicazione e la comprensione.
Antesignano prossimo della f. dei V. è H. Lotze con la terminologia di « percepire valutativo », « sentimento », « mondo dei V. », « recettività dei V. » (« Wertempfindend, Gefühl, Welt der Werte, Empfänglichkeit für Werte ») nell'antitesi ch'egli stabilisce tra la morale antica basata, secondo lui, sul concetto empirico di natura umana e la morale autentica fondata su delle « ethischen Ideen » (vide per qualsiasi essere spirituale; cf. Grundzüge, cit. in bibl., cap. 1, pp. 1-9), o « Wertbestimmungen der Vernunft », esse stesse espressione di un « Gefühl » identico in ogni tempo e luogo, nonostante le diverse « forme » che ne offrono le società e le culture (Mikrokosmos, cit. in bibl., cap. 5, p. 276 sgg.). Nietzsche (v.) che attribuisce importanza alla nozione di V. (che vuole sostituire a quella di verità), fatto sinonimo tanto di utilità biologica, quanto di misteriosa energia creatrice (il cui simbolo è Zarathustra) che sostiene il suo progetto di una inversione di tutti i valori (« Umwertung der Werte »: sottotitolo del « Wille zur Macht »). È un tentativo di creare una cultura con la base i valori vitali, la cui sorgente è una « volontà di potenza » di fondamento biologico.
Lo sviluppo della f. di V. deve molto in alcune delle sue opere più rappresentative (M. Scheler, N. Hartmann) alla fenomenologia di Husserl. Si aggiunge infine a questi principi filosofici la « crisi dei fondamenti » (Krisis der Gründe) attraverso la quale sta passando la civiltà occidentale. Secondo la concezione realista di Scheler (sviluppata da N. Hartmann) il V. è una qualità immediata delle cose che si manifesta per se stessa come le qualità sensibili, assolutamente indipendente non solo dalla volontà ma anche dalla stessa percezione emotiva, estranea tanto al dovere (Sollen) che vi si appoggia come alla realtà (natura, storia, libertà) che può rappresentare, più che tradirla o misconoscerla. Il V. è dotato, precisa N. Hartmann, di un essere ideale, simile alle essenze matematiche, ma con la differenza che mentre queste si impongono necessariamente nel reale, questo non è affatto il caso dei V. (dei V. etici in particolare). La concezione neo-kantiana identifica V. e norma, la norma stessa definita mediante la relazione ad una validità universale (« Beziehung aus dem Zweck der Allgemeingültigkeit »). Cf. W. Windelband, Präludien, cit. in bibl., II, p. 74 sgg.
Le leggi fisiche (Naturgesetze) enunciano solo relazioni costanti fra i fatti (causalità); le norme danno la definizione dei fini supremi, che impongono a tutti nell'ordine del pensiero e dell'azione; implicano da questo punto la relazione necessaria ad un soggetto (impersonale). Così valore e dovere (Wert e Sollen) s'identificano (cf. le esitazioni di Rickert in Gegenstand der Erkenntnis, Tubinga 1921, p. 281 sgg.). Nella tesi psicologista, che riprende la concezione spinoziana e hobbesiana, il V. è una relazione al « Begehren » (« Ehrenfels » distinto dal « Fühlen »). Più esattamente il V. di un oggetto consiste nella sua « Begehrenarbeit » (per Brentano, cf. Vom Ursprung, cit. in bibl., p. 17). Nel soggettivo fichtiano di R. Polin il V. è ridotto ad un immaginario che nei diversi momenti del ciclo assiologico si determina in fine, in norma e finalmente in azione per estinguersi in oggetto realizzato cioè una cosa (Création des valeurs, cit. in bibl., p. 45 sgg.). Infine nella tesi sociologica il V. è una rappresentazione collettiva, un condensato di giudizi di apprezzamento imposti all'invividuo come norma d'agire e di pensare (cf. E. Durkheim, Jugements de valeur et jugements de réalité, in Rev. mét. et mor., 19 [1911], p. 437 sgg.).
Quanto al fondamento dei V. bisogna pertanto distinguere la ragione o il criterio giustificativo dei V. e la loro origine o appiaccimento nella storia. Per il realismo assiologico di Scheler, come pure per il neo-kantismo e lo stesso Brentano, i V. non hanno bisogno di alcuna giustificazione estrinseca: essi si impongono a tutti di diritto, per una loro evidenza « sui generis »; sono giustificati per se stessi e giustificano tutto il resto e gli danno un senso (Simm.). Invece per la loro origine o il loro apparire nella storia (o nella natura), essi sono condizionati da un insieme di fattori biologici, culturali, etnici, religiosi, ecc. In questo senso un relativismo assiologico è compatibile con la tesi oggettivista. Per le tesi psicologiche o sociologiste, i problemi dell'origine e del fondamento del V. tendono a confondersi. Quindi si ha che ad un tale grado di evoluzione della società le sue rappresentazioni collettive, come le tendenze psicologiche dominanti (che si pensano o relativamente immutabili o in continuo diversamente), sono insieme sorgente e criterio dei V. Nel soggettivismo individualista la valutazione costituisce il V. ed è insieme il punto di origine e la giustificazione che questa valutazione mette in rilievo per una volontà di potenza irrazionale (Nietzsche) o per una libertà irriducibile alla biologia (Polin). Da un punto di vista testata, è l'Assoluto insieme il punto d'origine da cui provengono i valori e la loro ultima giustificazione (Lavelle, Le Senne).
Considerati nelle loro relazioni i V. sono suscettibili di una doppia considerazione, secondo che si consideri il rapporto che li unisce fra loro (relazioni interne) o quello che li riferisce ai loro differenti fattori di realizzazione (relazioni esterne). Nel primo caso si parla di rapporti d'inclusione, di esclusione, d'indifferenza (da qui una logica dei valori che non si limita ad una semplice logica sui « giudizi di V. »). Ma ciò presuppone una divisione generica dei V. concezione. Si ricorda, fra le più conosciute, la divisione di V. positivi e di V. negativi (non da tutti accettata; cf. R. Polin, Du Laid ecc., cit. in bibl., passim) analoga alla divisione aristotelica dei contrari intesi come gli estremi di uno stesso genere, e che qualcuno ha paragonato alla divisione delle quantità positive e delle quantità negative dei matematici, il cui concetto è stato introdotto nella filosofia da Kant; la divisione scheleriana: « Höhere, niedrigere Werte » che con la divisione in V. negativi e in V. positivi, costituisce l'ordine gerarchico dei v.; « Personwerte », « Sachwerte », « Aktwerte », « Funktionswerte », ecc. (divisione secondo i soggetti immediati dei v.). Il secondo punto di vista considera l'inserzione del V. natura, nella storia e nelle diverse società umane (onde una sociologia statica e dinamica dei v.), nella libertà individuale (quindi una fenomenologia delle varie attribuzioni assiologiche ampiamente descritte da R. Polin, Compréhension des valeurs, Parigi 1944; cf. anche K. Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, trad. it., Roma 1950).
Passando alla classificazione dei v., importante è quella secondo il loro contenuto fatta da Scheler che stabilisce la seguente gerarchia: a) valori materiali (economici); b) valori vitali (in cui i due estremi sono il nobile e il vile: « Ungemein-Gemein »); c) valori spirituali (suddivisi anche in valori teorici, estetici ed etici); d) valori religiosi o valori del sacro. C'è anche la divisione tripartita: valore-verità; valore-utilità, valore-bellezza (G. Tarde citato da T. Ribot, Logique des sentiments, Parigi 1905, p. 42 sgg.), e quella di Krejbig in V. personali (igiene), valori interpersonali (morale) e valori impersonali (etici). Rickert, indipendentemente da ogni forma di gerarchia, ha fatto una deduzione (che è nello stesso tempo una classificazione) a partire dall'« aspirare » (Streben) umano, considerato in tre differenti momenti; A) contemplazione o valori impersonali; a) teorici (scienza); b) estetici (arte); c) mistici (panteismo). B) azione o valori personali: a) etici o etico-sociali (morale); b) erotici (matrimonio, amicizia, famiglia); c) religiosi (regno di Dio sulla terra mediante l'armonia umana, in concreto; il cristianesimo: cf. Logos, 3 [1913], p. 295 sgg.). Infine L. Lavelle (Traité, cit. in bibl., I, pp. XIV-XV) propone una suddivisione in tre differenti gruppi