VALORE ECONOMICO

VALORE ECONOMICO. - Il V. e., nel suo più generale significato, è l'importanza delle cose, in quanto rispondono ai bisogni degli uomini. Si tratta quindi di una valutazione soggettiva, non oggettiva; non assoluta, ma di confronto, non permanente, ma istantanea, cioè sempre relativa al momento ed alle circostanze della valutazione.

Tutta la scienza economica, e in particolare l'economia applicata, fa perno sul concetto di V. e sulla necessità di misurarlo. L'astrattanza con la quale l'economia classica trattò la questione, e il tentativo di risolverla con il fantasioso calcolo delle ore di lavoro cristallizzato nei soggetti del V. (da Ricardo [v.] a Carlo Marx [v.]), hanno portato al disinteresse per il problema e alla fondata accusa di sterilità fatta alla scienza economica: la quale mostra di preferire la più pratica teorica dei prezzi.

Gli economisti distinguono ancora un V. d'uso e un V. di scambio: riferendo il primo al fatto naturale che l'uomo, sia per istinto che per riflessione, colloca i beni di cui abbisogna in una scala gerarchica di pregio soggettivo, ossia di utilità; mentre l'altro è il V. medio secondo cui vengono scambiati praticamente i beni sul mercato, e che assegna a ciascun bene un potere d'acquisto nei confronti di ciascun altro bene.

Elementi determinanti del V. e. sono anzitutto l'utilità e quindi la desiderabilità del bene da valutare, che si esprime nella domanda: poi la effettiva disponibilità di quel bene sul mercato (offerta), infine la sua surrogabilità con altri beni, la possibilità o meno di rinviarne l'acquisto o il consumo, il costo di riproduzione qualora il bene andasse perduto.

I. MISURA DEL

V. E

La comune misura dei beni scambiati al fine di realizzare la giustizia commutativa, moneta (v.): essa può essere coniata, come sono le varie monete nazionali metalliche o cartacee, oppure di conto, cioè non coniata, ma virtuale, da usare unicamente nei conteggi. Una giusta valutazione (ossia il giusto prezzo)

non potrebbe uscire che da un confronto rapido, il più possibile completo, facile e preciso tra tutti i beni scambiabili. A questo ideale tendono concentricamente i progressi dell'economia applicata, orientati verso la unificazione e la perfezione tecnica e strumentale del mercato e dei suoi mezzi ausiliari, la formulazione di contratto, l'uso di indici del V. (v. appresso) e la ricerca di una moneta a costante potere d'acquisto nello spazio, nel tempo e nelle professioni. Si ritiene ancora oggi che la moneta d'oro sia un efficace strumento per la misura del V. Ciò è vero soltanto con assai larga approssimazione, comprovata dalle continue e costose misure manovre a cui gli Stati produttori d'oro o possessori di grandi riserve auro sono costretti, per mantenere inalterato il potere d'acquisto; dalle oscillazioni di tale potere e da quelle assai più sensibili delle monete cartacee, prendono origine vasti sfruttamenti involontari, ben più gravi di quelli premeditati, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra città e campagne, tra settentrioni e meridionali di ogni paese, tra classi e tra professioni. La lotta di classe ha qui le sue radici.

Poiché il V. bene, e quindi anche dell'oro, è funzione del V. il primo, soltanto da un equilibrio stabile di tutti i prezzi mondiali può scaturire la costanza di potere d'acquisto di una moneta che sia ancorata a tutte le monete mondiali. Questa intuizione è valsa a non scoraggiare i tentativi, sempre più frequenti e importanti, volti alla creazione di una moneta di costante potenza d'acquisto, da ottenere mutandone l'ancoraggio dall'oro al lavoro, oppure al volume degli scambi, o all'una o all'altra derrata di grande consumo (grano), a servizi tipici (trasporti), o anche a V. del tutto convenzionali nella speranza di riprodurre la moneta di conto dei banchieri veneziani e genovesi del sec. XIII.

In questi ultimi anni furono proposti il bancor di lord Keynes, la unitas del Piano White-Morgenthau, la moneta franca dell'anarchico tedesco-argentino Gesell (recentemente sottoposto a plebiscito in Svizzera), HALLESISMO (v.). Si ha infine l'epunit dell'E.P.U. (European Payments Union) che però non è altro che il dollaro USA, al pari dell'unus creato dall'UNESCO per i suoi particolari scopi d'istituto. Interessante per il suo carattere scientifico è l'hallis, anch'esso moneta di conto, garantita non da una riserva aurea, bensì da una riserva-reddito mondiale estremamente suddivisa, in modo che l'illimitato frazionamento del rischio realizzzi una vera e propria assicurazione dei capitali. Essa corrisponde al prezzo dell'unità percentuale di un reddito raffinato, cioè esente da rischio e illimitatamente disponibile: perciò di V. costante. Ancorato, infatti, a tutte le monete nazionali e a tutte le produzioni mondiali il suo potere d'acquisto galleggerebbe fermo sui poteri d'acquisto di tutte le altre monete e al pari di una zattera che fosse grande come il mare.

II. INDICI DEL

V. E

Importante per gli scambi è il procedimento diretto a trasformare il prezzo di una data qualità di merce in una data località, nel prezzo di una altra qualità della stessa merce in un'altra località mondiale, contrattata alle stesse o a diverse condizioni. La trasformazione si opera correggendo il prezzo originario per mezzo di coefficienti o termini addizionali che tengano conto delle variazioni merceologiche di qualità, delle spese differenziali di trasporto, noli, assicurazione, dogane, nonché delle condizioni di pagamento e relative garanzie ecc.: modificando cioè il prezzo-base secondo indici di qualità, di distanza economica, giuridica e di solvibilità. Il procedimento, tuttora imperfetto ma perfettibile, promette di essere di grande aiuto per la facilitazione degli scambi, per il confronto dei prezzi e il loro equilibrio mondiale.

III. IL

V. IN SOCIOLOGIA

Il problema centrale anche per la sociologia è la misurazione del V. lavoro. A parte le questioni di indole morale o di carità (relazioni umane dell'impresa, previdenze, prevenzioni infortuni, assicurazioni, parte normativa nei contratti collettivi ecc.) che si vanno pian piano risolvendo mediante un più diffuso e ragionato senso di moralità, ogni altra questione di giustizia sociale

cadebbe quando un perfetto ordinamento del mercato determinasse automaticamente e inappellabilmente, oltre che in modo persuasivo per tutti, il giusto prezzo dei prodotti e del lavoro sottraendoli all'arbitrio, al compromesso e all'influenza delle politiche. Sarebbe in tal modo garantito a ciascuno il massimo prezzo reale del suo utile lavoro, costituendo l'oggetto del suo diritto sociale.

IV. PLUS-VALORE

Dal fatto che il V. di mercato è generalmente superiore al costo di produzione, e seguendo il concetto ricardiano (v. LEÓN, RICARDO) che il V. di un prodotto o servizio dipende dalle ore di lavoro in esso cristallizzate, C. Marx dedusse che l'imprenditore si appropriava di una parte del V. dovuto al lavoro: il profitto (v.) industriale ne sarebbe il risultato.

Conseguenza e prova dello sfruttamento sarebbe il fatto che il lavoratore non riescono con i loro salari ad acquistare sul mercato tutti i beni che essi medesimi hanno prodotti; parte dei quali rimangono quindi inventari. Il che è smentito dai fatti, in quanto le crisi sono generalmente di sotto-consumo e traggono origine da molte cause: il lavoro intermediario e inutile, sperperi e distruzioni in guerra e in pace, costo elevato della compravendita e dei capitali, imperfetta organizzazione produttiva di mercato, imperfetta circolazione del denaro, svalutazione monetaria ecc. Il profitto industriale, del resto consumato limitato dalla concorrenza, non è che una delle cause, non la prima né la maggiore, destinata a scomparire insieme con le altre.

BIBL.: A. Montanari, Contributo alla storia della teoria del negli scrittori ital., Milano 1889; T. M. Carver, The concept of an economic quantity, in Quart. Journ., maggio 1907; W. M. Urban, Valuation, its nature and its laws, Londra 1909; R. P. Siragen, The true nature of value, Chicago s. a.; C. Blondel, Psychologie collective, Parigi 1930; L. Amoroso, Valore, in Diz. di politica, IV, pp. 588-90. Mario Baroni