URBANESIMO. - Nome con cui si è soliti indi-
care i generali fenomeni di formazione dei grandi
agglomerati urbani, specie se rapidi ed intensi, ed
anche quel particolare afflusso dovuto all'attrazione
del centro urbano sulle popolazioni rurali vicine e
lontane. Fenomeni che spesso assumono propor-
zioni ed intensità tali da divenire patologici.
Fenomeni connessi con tale problema si riscontrano
sino nell'epoca romana, soprattutto quando alla capitale
dell'Impero affluirono forestieri d'ogni sorta, o spinti dalla
necessità, o dal desiderio di far fortuna o dalle attrattive
delle comodità, del lusso e dei divertimenti. Nelle età
susseguenti il fenomeno dell'u. non cominciò a divenire
preoccupante se non all'inizio dell'epoca moderna, come
effetto della formazione dei grandi Stati nazionali. Esso
fu peraltro più accentuato nel resto d'Europa che in
Italia. Le statistiche, che al servizio della demografia e di
altre scienze sociali hanno permesso d'acquisire dati
sempre più precisi, dimostrano che dal sec. XIX in poi
il fenomeno dell'u. ha assunto proporzioni imponenti:
la formazione del capitale ed il suo impiego nell'industria
costituiscono la causa principale dello sviluppo urbano. Al-
l'inizio dell'Ottocento soltanto Londra e Parigi, tra le gran-
di città europee, si aggiravano sul milione di ab. Nel 1900
si portarono a tale livello altre capitali europee, Berlino,
Vienna, Pietroburgo, Costantinopoli e Mosca. Ancor più
rapida è stata la formazione delle grandi città dell'Ame-
rica settentrionale e meridionale, alimentate da un enorme
afflusso di immigrati. Analoga rapidità di sviluppo si ri-
scontra nelle città australiane e nelle grandi città asiatiche,
dove peraltro l'afflusso di europei per lo sviluppo dei
traffici, che funzionò da incentivo per la formazione di
grandi nuclei di indigeni, si appalesa come forza concor-
rente rispetto allo straordinario incremento naturale delle
popolazioni locali.
In Italia grandi città nel 1500 potevano considerarsi
Napoli, Palermo, Milano, Venezia, Roma, Genova e Mes-
sina, fino alla sua distruzione a causa del terremoto, senza
però che il livello numerico delle popolazioni potesse para-
gonarsi a quello delle grandi capitali estere. Per trovare
città italiane con un milione di ab. bisogna attendere
ca. il 1930 (Roma e Milano). I Comuni con più di cento-
mila ab. costituiscono oggi più del 25% della popolazione
complessiva. In alcuni tra questi la popolazione, in un
settantennio, è aumentata in media del 400 per 100:
così, oltre Roma e Milano, che hanno caratteristiche e
curve di sviluppo singolari, alcune città con porti mili-
tari e commerciali, o sedi di grandi industrie, specie i
centri industriali lombardi, ed alcune grandi città del mez-
zodi. L'ultima guerra ha aperto una dolorosa parentesi nello
sviluppo normale, già di per sé allarmante, del fenomeno
urbanistico: specie nei paesi teatro di operazioni belliche,
le grandi città accolsero un numero impressionante di profughi e di profittatori senza mezzi e senza lavoro, che hanno creato problemi nuovi e di ardua soluzione.
Lo sviluppo delle aree urbane non poteva però essere lasciato all'arbitrio dei costruttori privati e delle iniziative individuali. È sorto così in tutti i paesi interessati dai fenomeni dell'u., l'istituto del piano regolatore, ed una corrispondente disciplina di studio, l'urbanistica, che si prefigge di regolare il più razionalmente possibile lo sviluppo armonico delle città. In Italia sin dal 1865 si introdusse una prima disciplina col regolare, per i Comuni con oltre 10.000 ab., la formazione di piani per migliorare la situazione degli abitati dal punto di vista dell'igiene e del traffico, e prevedendo la formazione di piani di ampliamento per la creazione di nuovi quartieri. Dal 1885 si susseguirono provvedimenti speciali per i piani regolatori delle maggiori città, senza peraltro risolvere i problemi urbanistici di maggior ampiezza. Un progresso notevole fu realizzato con la legge 17 ag. 1942, che poneva ogni piano regolatore in funzione dell'interesse generale, da un lato mediante il piano territoriale di coordinamento, intorno a cui venivano inquadrati i singoli piani comunali, dall'altro mediante il piano regolatore generale, che abbracciava l'intero territorio comunale. Veniva inoltre consentito ai Comuni di creare un demanio di aree, espropriando le zone di espansione dell'aggregato urbano, imponendo ai privati l'obbligo di eseguire le sistemazioni previste nei piani particolareggiati e con esecuzione di ufficio in caso di inadempienza. Si era anche previsto di costituire apposite unità fabbricabili, mediante appositi «comparti», la cessione obbligatoria delle aree destinate a suolo stradale, la imposizione del vincolo su aree urbane destinate a giardini privati, il divieto di lottizzazione di terreni a scopo edilizio prima dell'approvazione dei piani regolatori particolareggiati.
La statistica demografica si occupa di analizzare in qual misura l'incremento della popolazione sia da attribuirsi al saldo attivo tra nascite e decessi, ed in qual misura alle migrazioni interne ed alle immigrazioni, e consente una valutazione sociale del fenomeno dell'u. Da un certo punto di vista, esso è indispensabile al progresso sociale, poiché solo nell'agglomerato urbano è possibile lo sviluppo delle scienze, lettere ed arti, attraverso la creazione di grandi scuole, biblioteche, musei, laboratori.
Tuttavia, può essere anche causa di numerosi e gravi disagi. In linea normale le grandi città, con l'attirare continuamente individui meno dotati, contribuiscono sensibilmente all'accrescimento del numero dei degenerati mentali e dei minorati fisici. Anche gli individui positivamente non colpiti risultano alle analisi mediche e statistiche affetti da generale indebolimento che si ripercuote sulle generazioni successive con inconvenienti sempre maggiori. Inoltre, l'acquisto continuo della maggior parte di nuovi abitanti si effettua in ambiente socialmente ed intellettualmente meno progredito per cui la più raffinata civiltà esteriore è spesso dissociata dalla presenza di solide basi morali. La corsa sfrenata ai divertimenti di ogni genere, che nelle città si annidano spesso non controllati, portano generalmente ad un affievolimento del senso del dovere e della dignità umana. Lo spirito religioso e morale subisce forti scosse; per lo smarrimento di guida spirituale, più efficace nelle località meno popolate, risulta incrinata rispetto alla maggior saldezza della famiglia rurale, con riflessi negativi sull'educazione dei figli. Il vizio è nelle città indubbiamente più appariscente, più facile, meno ostacolato dai pubblici poteri, spesso esso stesso fonte di lucro per un rilevante numero di individui.
Il problema della casa diviene perennemente insolubile. L'organizzazione cittadina si rivela sempre insufficiente, specie la dove i privati speculatori anticipano le costruzioni edilizie di molto tempo rispetto alle installazioni igieniche, alle scuole, alla rete di comunicazione col centro, anche perché gli organi pubblici non sono in grado di fronteggiare economicamente il continuo sorgere di nuove necessità. I reati, specie quelli contro il patrimonio, trovano in questi casi terreno favorevole per il loro sviluppo, come del resto è in progressivo aumento la percentuale degli alcolizzati.
Un primo gruppo di provvedimenti a carattere repressivo riguarda l'imposizione di limiti all'afflusso nelle città. Così si subordina l'iscrizione nei registri di popolazione di nuovi individui alla dimostrazione di concrete possibilità di lavoro ed in genere del possesso dei mezzi di sussistenza, e si comminano pene più o meno severe ai favoreggiatori di immigrazione clandestina. Provvedimenti di tal genere sono stati presi anche in Italia, nel 1928 e nel 1930, e con maggiore organicità nel 1939, come pure nei paesi verso i quali si dirige di solito l'emigrazione.
Un secondo gruppo di provvedimenti ha carattere preventivo in relazione alle cause dei fenomeni urbanistici. Tra queste cause primigeni la miseria delle abitazioni rurali, la lontananza dei medici, la scarsezza e l'assenza totale dell'assistenza pubblica e privata delle scuole. È necessaria la bonificazione sociale delle zone rurali, creando altresì centri di interessi che trattengono il contadino alla terra. Misure dirette a promuovere il frazionamento di grandi proprietà terriere sono state adottate in molti paesi dell'Europa continentale, nel duplice intento di favorire la trasformazione dei cattivi in piccoli proprietari e di agevolare una più diretta ed immediata aderenza al terreno coltivato, mediante concomitante incremento del credito agrario e dell'edilizia rurale.
Per l'Italia sono particolarmente da ricordare le due leggi del 12 maggio e del 21 ott. 1950, la prima nei confronti dell'altipiano della Sila, la seconda per i territori di altre regioni italiane, prevalentemente centro-meridionali e della Sardegna. Esse regolano l'espropriazione dei terreni suscettibili di trasformazione, assoggettandovi le proprietà eccedenti una certa estensione, mediante la corresponsione di un'indennità, ed esonerando d'altra parte i terreni a coltura intensiva provvisti di aziende organiche ed efficienti, dotate di impianti moderni e condotte in forma associativa con più lavoratori. Disposizioni legislative collaterali hanno poi cercato di favorire la costituzione volontaria di piccole proprietà coltivatrici, mediante beneficio di ordine finanziario e fiscale.
L'esperienza e le statistiche dimostrano inoltre che nei paesi a diversità di altitudine, come l'Italia, si verifica un progressivo spopolamento dalle zone più alte, più difficilmente sfruttabili, soggette a maggiori disagi, verso le zone più basse, e da queste verso la pianura, e poi verso le città. Di qui la necessità di intervenire con leggi e con stanziamenti adeguati a favore delle zone montuose, che pure hanno una parte preponderante nell'economia dei singoli Stati. Fanno parte di provvedimenti preventivi anche le disposizioni legislative intese alla più razionale disciplina della colonizzazione delle zone di territorio nazionale con dotate dalla natura, ed al coordinamento dei piani di colonizzazione interna con i movimenti migratori interni, in modo da distogliere dalle città nuclei di popolazione rurali sovrabbondanti rispetto a un dato territorio per dirigersi verso le zone da colonizzare. Per il raggiungimento di queste finalità si rivelano opportune le norme sulla disciplina del collocamento della mano d'opera, che possono avere anche l'utile funzione di distogliere gli operai dell'industria da una città per dirigersi verso una altra che offra maggiori possibilità di impiego.
Anche l'ampliamento del perimetro cittadino, con la conseguente creazione di alveari umani, privi di senso estetico, igienico e morale e la conseguente inevitabile estensione della città, potrebbe essere sostituito dalla creazione di villaggi salubri e moderni, non lontani dal luogo di lavoro, opportunamente collegati con la città da comodi mezzi di trasporto, che sono in continuo crescente sviluppo.