ACCIDENTI EUCARISTICI. - Sono le apparenze del pane e del vino, che, transustanziazione (v.), costituiscono come un misterioso «receptaculum» del corpo e del sangue di Gesù Cristo, rendendone così possibile la presenza sacramentale (v. EUCARISTIA).
Sulla natura degli a. e. si è discusso molto da filosofi e teologi, perché, ammessa per fede la conversione totale della sostanza del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, si presenta il problema: qual'è la concreta realtà delle dimensioni, del colore, del sapore, e degli altri fenomeni sensibili, che conservano identiche le proprietà ch'essi avevano quando erano uniti alla loro sostanza? I teologi cartesiani (Maiqnan, Drouven, Witasse) per esigenza di sistema dovettero rispondere che non si tratta di realtà oggettive, ma di modificazioni dei sensi e dei corpi circostanti prodotte miracolosamente (una specie di doctissimo degli a.). Alcuni atomisti del sec. XIX (Tongiorgi e Palmieri) credettero di poterle spiegare con la forza di resistenza propria dei corpi, che verrebbe prodotta da Dio là dove le molecole del pane e del vino la esercitavano. Il Franzelin, indulgenzi al dinamismo leibniziano, pensa che siano le forze secondarie del pane e del vino, una specie di energia (εἰνέργημα) superstite alla mutazione del nucleo centrale e divinamente conservata.
Gli Scolastici invece, accettata la dottrina aristotelica della reale distinzione tra accidente e sostanza corporea, ed ammessa per fede la transustanziazione, logicamente conclusero che le apparenze del pane e del vino, dopo la consacrazione, conservano la stessa natura di prima, che cioè le dimensioni, il colore, il sapore ecc. sono le stesse realtà oggettive, che in antecedenza avevano, come soggetto d'inessione, la sostanza del pane e del vino. Tale illusione fu confermata dalla Chiesa nel Concilio di Costanza (1415), quando, contro Wiccliff (m. nel 1382), sostenne che gli a. e. intesi in senso peripatetico, rimangono senza soggetto (Denz-U, n. 582). Questo classico documento è avvalorato da analoghe dichiarazioni del Concilio Tridentino (Denz-U, n. 884), del Catechismo Romano, dell'enciclica Mirae caritatis (1902) di Leone XIII. Del resto il modo realistico con cui i Padri della Chiesa parlano delle specie eucaristiche, pur non suscettibile di alcun inquadramento filosofico, armonizza mirabilmente con la concezione scolastica. L'esperienza finalmente dei nostri sensi, tanto attendibile quanto è loro proporzionato l'oggetto di cui rendono testimonianza, costituisce una riprova che s. Tommaso non si perita di chiamare infallibile.
Ammessa dunque la realtà oggettiva degli a., si conclude che essi esistono senza soggetto alcuno d'inessione. Infatti, sottratta per conversione la sostanza primitiva, non potrebbero poggiare che sul corpo di Gesù Cristo o sull'aria circostante, ma ciò è impossibile, perché, a tacere di altre ragioni, non v'è proporzione tra gli a. del pane e la sostanza corporea di Gesù Cristo o dell'aria. Tuttavia, rimanendo senza soggetto alcuno, non perdono la natura di a., perché conservano la loro relazione trascendentale alla sostanza, da cui furono separati in virtù della transustanziazione (ed è appunto in questa relazione che si trova il costitutivo formale dell'accidente e non nell'attuale inessione), né possono cadere nel nulla, perché, sebbene privi di sostegno naturale, sono conservati dall'onnipotenza divina, che supplisce eminente la funzione della sostanza, come suppli l'influsso virile nella concezione verginale di Gesù Cristo.
Del resto non bisogna pensare che tanti siano gli interventi divini quanti sono gli a., perché quelli che per natura sono privi di dimensione, colore, sapore, odore ecc. conservano il loro antico rapporto d'inerenza alla quantità dimensiva, la quale viene direttamente sostenuta da Dio. Se una nave, ad es., venisse sollevata in aria, si dovrebbe dire miracolosamente la
7. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - I.
dizione della medesima; ma non quella del nocchiero e dei passeggeri; il miracolo cioè sarebbe unico.
Conservando la loro obbiettiva realtà gli a. producono tutti gli effetti di cui erano causa prima della transustanziazione (operatio sequitur esse). Quinque forme prima continuano a influire nei corpi circostanti (actio) e ad essere soggetti (passio) alla divisione e all'assimilazione. Certo la corruzione e l'assimilazione fisiologica non possono avvenire che mediante un soggetto comune, su cui si avvicendino le forme: ora nel caso nostro, non essendoci la materia del pane come sostrato comune, bisogna ammettere un intervento di Dio, per cui la quantità del pane e del vino, dopo che ha supplito la sostanza nelle mutazioni previe, venga trasformata in materia, nell'istante in cui è prodotta una nuova sostanza come termine del processo assimilativo. Tale intervento è giustamente considerato da s. Tommaso come un prolungamento del miracolo della transustanziazione.