AGAPÈTE. - Dal greco ἀγαπηταί «dilette». Territorio popolare, che designava anticamente quelle vergini o vedove consacrate a Dio, le quali convivevano con un uomo parimente stretto da voto di castità, al fine di esserne aiutate nel disbrigo delle faccende economiche, e soprattutto per aiutarsi a vicenda nella pratica dell'ideale ascetico, con una specie di matrimonio spirituale. Col tempo (seconda metà del sec. III) ricevette pure il nomignolo dispregiativo di συνεξαχτοί, od ἐπείασχτοί, in latino subintrodutae, che alcuni vorrebbero restringere a quelle che coabitavano con un ecclesiastico. Dal sec. v invece, con tale termine si designavano solo quelle donne, parenti o meno, che gli ecclesiastici si tenevano in casa per il disbrigo delle proprie faccende domestiche. I seguaci di questo si appellavano a s. Paolo: I Cor. 9, 5: Numquid non habemus potestatem mulierem sororem circumducendi sicut et ceteri apostoli et fratres Domini et Cephas? Quelli che lo riprovavano si appoggiavano invece a I Tim. 5, 11-13: Adolescentes viduas devitata; cum enim luxuriasse fuerint in Christo, nubere voluunt... obtosae... verbosae et curiosae loquentes quae non oportet. Ma ambedue avevano torto. La questione fu discussa a fondo dal Crisostomo in due pastorali (PG 47, 495-532), pubblicate a Costantinopoli poco dopo la sua elezione: Adversus eos qui apud se habent virgines subintroducatus e Quod regulares feminae viris cohabitare non debeant.
Le testimonianze dirette di quest'uso (raccolte specialmente dall'Achelis) sono rare e d'incerta portata. Per lo più noi lo conosciamo solo attraverso le condanne emanate da Padri e concili contro di esso. Dalle quali appare ad ogni modo che l'uso, senza essere mai stato generale, ebbe tuttavia una grande diffusione, forse favorita dalle sette gnostiche, in cui si praticava correntemente. Vedi la lettera 4 di s. Cipriano, il decreto del Sinodo di Antiochia del 268 contro Paolo di Samosata e i suoi chierici (Eusebio, Hist. eccl., VII, 30, 12), l'epistola dello Pseudo Clemente Ad virgines; s. Girolamo, Epist. 22 ad Eustochium (PL 22, 402), ed i Concili di Elvira (can. 27), di Ancia del 314 (can. 19), di Nicea (can. 3). Affermatasi poi la legge del celibato dei preti, vari concili prescrisero che essi non tenessero con sé persone di altro sesso, al più permi
sero loro solo strette parenti. Così, dopo i concili già citati, quello di Geronda del 517 (can. 7), il quinto di Orléans del 549 (can. 3), quello di Tours del 567 (can. 11), il primo di Mâcon del 583 (can. 1), il quarto di Toledo del 633 (can. 42), di Bordeaux del 663-75 (can. 3), che è il solo di epoca merovingica che parli nominatamente di subintroducere, ecc. Vedi pure le disposizioni legislative di Gregorio Magno (Epist., XIII, 39) al vescovo di Spoleto, la Novella 123, cap. 29, di Giustiniano e la V. CELIBATO.
Nei paesi celti, durante il sec. v e la prima metà del VI, vigeva il costume che monaci e monache abitasero in edifizi separati, ma posti dentro lo stesso recinto monasteriale (detti poi monasteri doppi). Nella Bretagna Armonicana queste conhospitae aiutarono anche i preti nella celebrazione della Messa e specialmente a dar la Comunione con il calice, cosa che faceva orrore ai vescovi galli di quel tempo, i quali vedevano in ciò DIACONIA (v.).