ARISTOCRAZIA

ARISTOCRAZIA. - In Platone ed Aristotele si-gnifica una forma di governo: quella costituita da uomini che emergono per doti intellettuali e morali. Secondo i due filosofi greci, però, l'eccellenza intellet-tuale e morale è connessa con l'indipendenza econo-mica; per cui gli ottimi non possono appartenere che alle classi più elevate che si distinguono soprattutto per ricchezza ereditata e per nobiltà di origine.

Nel medioevo non significa una forma di governo, ma una classe di cittadini: quella che, distinguendosi dal clero e dalla borghesia - d'origine, quest'ultima, mercantile e industriale - si fondava sull'esercizio delle armi, su un complesso di competenze politico-civili e su privilegi trasmissibili per eredità. Poteva essere tanto monarchica (Francia) che repubblicana (Venezia), a seconda che si appoggiasse ad una dinastia oppure assumesse essa stessa la somma dei poteri statali.

Nell'età moderna, soprattutto in seguito alla Rivolu-zione Francese, l'a. perde la sua funzione politica; e quindi, quale era nel medioevo, cessa di esistere. Il termine però continua a sussistere per indicare una categoria di persone che per le loro doti eccezionali vengono ad avere nella società compiti direttivi.

Secondo il Carlyle il progresso umano l’attuano gli eroi: Maometto, Dante, Lutero, Cromwell, Rousseau, Napoleone. Per l’Emerson uomini rappresentativi sono quelli che esprimono il sentire più profondo dell’anima umana e segnano il cammino nella storia.

Nelle opere del Nietzsche, invece, ritorna spessissimo l’affermazione che ragione di essere della società e meta del progresso è la formazione di una schiera di uomini superiori (super-uomo); e cioè dei veri aristocratici, la cui volontà ha da essere così vigorosa da infrangere senz’omon-bra di rimorso la legge morale per celebrare la loro libertà oltre i confini del bene e del male: «l’essenziale in una buona e sana a. si è che essa non senta se stessa quale funzione, sia di un re o di una comunità, bensì quale intimo significato e quale più alta giustificazione dei medesimi; e che avvolga perciò in buona coscienza il sacrificio di innumerevoli individui, i quali per essa devono ridursi ad esser uomini incompleti, schiavi, strumenti. Il suo credo fondamentale deve comprendersi in ciò, che la società non debba esistere per la società stessa, bensì unicamente quale base, quale impalcatura, per servire di so-stegno, di mezzo di elevazione ad una specie eletta di esseri perché possano raggiungere i loro alti compiti e in generale un’esistenza più elevata: al pari delle due assette di sole che trovansi nell’isola di Giva e che si abbracciano alla quercia per innalzarsi al di sopra della medesima e per spiegare alla splendida luce del sole la pompa dei loro fiori ed esporre così al mondo la loro fe-licità» (Al di là del Bene e del Male, n. 258, vers. di E. Weisel, Torino 1922).

La posizione nietzschiana rappresenta forse la più radicale stortura dell’età nostra: eroe non è colui che si fa un vanto di avere infranta la legge morale; eroe invece è chi adegua ad essa la sua volontà in ogni istante e in tutte le contingenze della vita; perché la legge morale è l’esigenza più profonda dell’essere umano, il quale si arricchisce seguendola e non già vìo-lando.

BIBL.: R. W. Emerson, The Representative Men, Londra 1890; Th. Carlyle, Gli Eroi, trad. di Pezzè Pascolato, Firenze 1890; G. Vidai, L’individualismo nelle dottrine morali del se. XIX, Milano 1909; Fustel de Coulanges, La Città Antica, trad. di G. Perrotta, Firenze 1924; G. Blanc, Des chefs ou des élites, in Chronique Sociale, genn.-febbr. 1948, pp. 39-47. Pietro Pavan