20 maggio 1470 da Bernardo uomo politico della Re
pubblica veneta, che sapeva apprezzare i buoni studi e
condusse seco il figlio nelle ambascerie alle corti ed alle
città italiane. Pietro si appassionò alla vita letteraria del
suo tempo e si fece ottimo conoscitore del latino, e
per apprendere il greco da Costantino Lascaris si
portò sino in Sicilia. Alla corte di Ferrara conobbe
Lucrezia Borgia e ad Urbino nel 1507 diede in quella
corte prova di compito cortigiano ed insieme di va
lente letterato. Poi insieme con Iacopo Sadoleto fu
segretario papale di Leone X; ed una parte delle let
tere che scrisse allora pubblicò più tardi, ritoccate
nello stile, nella collezione delle sue Epistolae. A Roma
convisse con una donna romana ch'egli designò con il
nome di Morosina, che tenne poi seco e dalla quale
ebbe figli, e fra essi fu quel Torquato che si occupò
dell'edizione delle opere del padre. Il B. aveva otte
nuti benefici nell'Ordine di s. Giovanni di Gerusa
lemme, nel quale dovette emettere, sebbene a malin
cuore, i voti religiosi. Lasciata Roma nel 1521 si ri
tirò a vivere a Padova ed in una sua villa sul Brenta
che chiamò Noniano, con lunghi soggiorni a Venezia,
tenendo circolo letterario con gli amici, raccogliendo
manoscritti preziosi di carattere per lo più letterario,
ed oggetti d'arte. Nel 1530 la sua Repubblica lo elesse storico ufficiale; ed infatti egli compilò in latino, e poi tradusse in italiano, la Historia Veneta, in continuazione a quella di M. Ant. Sabellico, che comprende il periodo dal 1487 al 1513. L'alta stima che il B. s'era acquistato in tutto il mondo colto di allora, indusse Paolo III, nonostante l'opposizione degli uomini più austeri della sua corte, a crearlo cardinale nel Concistoro del 20 dic. 1538 ed a pubblicarlo il 19 marzo seguente. Il B., che aveva 68 anni, gradi molto questa attesa nomina, si portò a Roma nell'ott. e ricevette anche gli ordini sacri. Ebbe la diocesi di Gubbio il 29 luglio 1541, poi il 18 febbr. 1544 quella di Bergamo, e pensava anche alla possibilità di diventare Papa; morì invece a Roma il 19 genn. 1547, egualmente ammirato sia per i suoi scritti latini (epistole e carmi) sia per quelli in lingua volgare.
Pio Paschini
II. IL LETTERA-TO
La questione del come si dovesse scrivere rappresentò per il B. il «labor vitae» allora, come lo rappresenterà tre secoli dopo per il Manzoni: e i due ci misero pressapo-co gli stessi anni l'uno ad architettare la teoria dello stile illustre, l'altro a disfarla. Le Prose della volgar lingua s
sono un trattato a forma di dialogo (cométutti i trattati di allora del resto) che s'immagina tenuto a Venezia in tre successive serate del dic. 1512, e vi interloquiscono Carlo B., fratello dell'autore
ono un trattato a forma di dialogo (come tutti i trattati di allora del resto) che s'immagina tenuto a Venezia in tre successive serate del dic. 1512, e vi interloquiscono Carlo B., fratello dell'autore e suo interprete, Giuliano de' Medici ed Ercole Strozzi. C'è una estrema destra umanistica, rappresentata da quest'ultimo, che contesta senz'altro al volgare il diritto e la possibilità di assurgere a lingua letteraria in quanto non lingua, ma detrito di lingua, e c'è una estrema sinistra ancora grosso modo fedele alla teoria dantesca del volgare illustre. Tra i due estremi il B. rivendica i diritti della toscanità, anzi della fiorentinità. Ed è tesi che conta nella storia della lingua italiana, purché non ci s'illuda intorno al suo significato, anzi alla sua portata; il B. a questa teoria così romantica e manzoniana arrivava con tutt'altri argomenti che romantici e manzoniani e invece che i diritti del fiorentino parlato o del popolo avallava quelli del fiorentino scritto e dei letterati. Ma sul punto dello stile l'umanesimo del B. riebbe il sopravvento in teoria e in pratica. Dopo tanto concedere alla dignità della parola volgare, al genio della parola volgare egli non concesse nulla; e così dalla persuasione che anch'essa dovesse armonizzare nelle forme della retorica classica, cioè latina, ricavò una specie di ciceronio volgare, cioè quello scrivere latineggiante o aulico. Il solo che per merito del B. riuscì ad evadere dalle maglie del bembismo, fu il Petrarca lirico. Dagli umanisti era stato sdegnato come provenzalleggiante e barbarico; ma, ora, assunto a classico della lingua volgare dall'autorità del B., il diritto o l'obbligo di imitarlo in luogo di Orazio e di Catullo si formò da sé. Il libro della sua apoteosi e quindi della piena classicizzazione della grande letteratura volgare trecentesca, spirito e forma, fu il famoso trattato d'amore in forma di dialogo volgare, Gli Asolani scritto prima del 1502 e pubblicato nel 1505. Caterina Cornaro regina di Cipro tieni corte in Asolo per il matrimoni odiuna sua damigella e, in tre giornate, tre nobili veneziani e tre gentildonne disputano dell'amore, fonte di ogni affanno per Perottino e d'ogni bene per Gismondo. Ma Lavinello riconosce in quello del primo l'amor sensuale, in quello del secondo l'amore platonico; e a questo va il commosso inno dell'epilogo. A codesto filosofare del Petrarca e quel tanto di platonismo spurio che dai tempi di Andrea Capellano si perpetuava nel mondo cortigiano. Non per nulla Gli Asolani son dedicati a Lucrezia Borgia. Il tono è grave e annuncia sempre cose profonde; ma il contenuto è facile e quasi frivolo, con un effetto di contrasto che intenzionalmente non arriva all'ironia; ma ciò non per tanto la sfiora. Vero Petrarca in diciottesimo, sospeso anch'egli fra l'ozio e il negozio, fra l'amore della solitudine e quello dei successi mondani, fra le tentazioni ed il bisogno di Dio, il B. non scrive dei capolavori, ma non traslascia mai il «labor limace» ed è un meraviglioso seraggiatore. Dicono che il senso dell'armonia sia un dono degli italiani; ma egli lo possiede in modo particolare. Lo trasfuse petrarchescamente anche nella vita.