BENE COMUNE. – Il concetto di b. c. ha un’importanza fondamentale nella sociologia cattolica, la quale vi riconosce il fine essenziale e immanente della società e il criterio sommo, che serve a determinare l’ampiezza dei doveri privati e pubblici e i limiti del potere dello Stato. Per svolgere adeguatamente questo punto così importante, occorre procedere ordinatamente, dibattendo prima la questione preliminare se l’organismo sociale abbia o no un fine naturale, per poi stabilire gli elementi e il soggetto ultimo al quale si riferisce. Quattro diversi aspetti del problema vanno, dunque, parzialmente considerati: 1) esistenza di un fine sociale naturale; 2) determinazione di tale fine nel b. c.; 3) elementi che lo costituiscono; 4) soggetto ultimo a cui beneficio deve ridondare.
I. ESISTENZA DI UN FINE SOCIALE NATURALE
L’importanza fondamentale della questione circa i fini, che la società pubblica è chiamata a perseguire, è stata intuita dal Jellinek il quale scrive: «senza la conoscenza di questi scopi non è possibile una completa scienza dello Stato. Una definizione dello Stato puramente formale, la quale prescinda affatto dallo scopo di esso, non può mai fornirci un’immagine perfetta dello Stato» (La dottrina generale dello Stato, p. 453). Tuttavia, lo stesso autore non dubita, qualche pagina39. – ENCICLOPEDIA CATTOLICA. – II.
innanzi, di affermare che non esiste una finalità intrinseca, naturale e obbiettiva dello Stato e che una questione a tale riguardo sarebbe oziosa, non potendosi dare ad essa una risposta con l’indagine empirica.
Nell’esclusione di un fine obbiettivo dello Stato concorda tanto i teorici che si ispirano all’idealismo, come il Jellinek, quanto quelli che costruiscono la teoria su principi materialistici o meccanicisti. Nella concezione ideata non è possibile determinare uno scopo per lo Stato, giacché sarebbe un assurdo assegnare all’assoluto, quale lo Stato si configura per ogni idealista, una meta fuori di sé, alla quale sia obbligato di tendere. Non bisogna scambiare lo Stato con la società civile, avverte Hegel, né porre «la sua determinazione nella sicurezza e protezione della proprietà e libertà personale», assegnandogli come fine ultimo l’interesse del singolo, poiché, essendo lo Stato spirito oggettivo, verità ed eticità, non deve servire all’individuo, ma questi allo Stato (Lineamenti di filosofia del diritto, p. 211).
Positivo e materialismo arrivano alla medesima conclusione. Per tutte le teorie, che si conformano ai principi da queste due correnti affermati, la vita sociale non sarebbe altro che un effetto di forze naturali, le quali opererebbero con la necessità degli elementi cosmici, fuori di ogni fina-lismo, che, se anche per ipotesi esistesse, non potrebbe essere oggetto di indagine per la scienza positiva, aliena da ogni questione metafisica. «Il problema, notava giustamente il Jellinek, se un organismo abbia un qualsiasi scopo per una qualche cosa che sta al di fuori di esso, dal punto di vista empirico-naturalistico, è inammissibile» (La dottr. gen. dello Stato, p. 431). L’opinione viene condivisa dai teorici dell’assolutismo: Machiavelli, Treitschke.
Tutti gli indirizzi, che a cominciare dal sec. XVIII si accinsero alla rielaborazione della dottrina dello Stato su nuove basi, si trovano poi concordi nell’affermare che ad esso non si può assegnare un fine naturale, obbiettivo, universale, giacché tale ammissione, farebbe da un lato rinascere il tanto osteggiato diritto naturale, messo ormai definitivamente da parte, e dall’altro essa si manifesta incompatibile con lo storicismo evolutivo e il relativismo radicale, cui si è abbandonata la mentalità moderna. Il Ranelletti, uno degli esponenti di tale mentalità, afferma che alla domanda, quale sia lo scopo dello Stato, non si può dare nessuna risposta, potendo lo Stato «nella forza della sua potestà di impero comprendere nella sfera della sua azione ogni attività umana; e regolare e dominare con la sua volontà tutta la vita del popolo. Gli scopi suoi perciò possono variare da paese a paese, da tempo a tempo secondo i compiti che esso crede di assumere in ogni società, in relazione alle esigenze collettive, nel periodo storico di cui si tratta» (Istituzioni di diritto pubblico, p. 31).
Ma una teoria dello Stato, la quale prescinda da ogni elemento finalistico, è impossibile, come nota lo stesso Jellinek, e perciò ogni forma di empirismo viene sempre ad urtare nella necessità di stabilire qualche punto di riferimento, al quale sia diretta l’operosità dell’ente sociale.
Tale necessità ha determinato due correnti, una che potrebbe chiamarsi massimalista e l’altra minimalista. Secondo la prima, alla quale appartengono sia l’idealismo sia lo storicismo, il biologismo e il positivismo di tutte le tinte, lo Stato si giustificherebbe da se medesimo, possedendo la ragione ultima della sua esistenza nella propria intima costituzione, e quindi non potrebbe avere come fine se non se stesso, la sua potenza e la sua affermazione e dilatazione, cui dovrebbero rimanere subordinati tutti gli aspetti della vita sociale. La seconda, principalmente rappresentata dalla concezione liberale, restringe al minimo il fine dello Stato, assegnando alla società pubblica il compito esclusivo di tutelare l’ordine giuridico, per assicurare il gioco spontaneo delle contrastanti libertà. È la teoria del Kant e dello Stato carabiniere del Lassalle.
La concezione cattolica si mantiene agli antipodi. L’insegnamento autorevole degli ultimi Pontefici ricalca i punti essenziali della dottrina tradizionale, insistendo sull’esistenza di un fine naturale della società civile e assegnando tale fine nel b. c. della col
lettività. Pio XII, nel messaggio natalizio del 1424, così si esprime: «La ragione, illuminata dalla fede, assegna alle singole persone e particolari società nell'organizzazione sociale un posto degno e nobile; e sa, per parlare solo del più importante, che tutta l'attività dello Stato, politica ed economica, serve per l'attuazione duratura del b. c., cioè di quelle esterne condizioni, le quali sono necessarie all'insieme dei cittadini per lo sviluppo delle loro qualità e dei loro uffici, della loro vita materiale, intellettuale e religiosa». Secondo Leone XIII, nell'enciclica Immortale Dei, è compito specifico dello Stato il procurare all'uomo «tutto quello che basta perfettamente alla vita» poiché «la ragione ultima del potere di chi governa è la tutela del b. c.». Più diffusamente ancora ha insistito sullo stesso concetto Pio XI. Nella Divini Redemptoris egli insegna: «Dio ha in pari tempo ordinato l'uomo anche alla società civile, richiesta dalla sua stessa natura. Nel piano del Creatore la società è un mezzo naturale, di cui l'uomo può e deve servirsi per il raggiungimento del suo fine, essendo la società umana per l'uomo, e non viceversa». E nella Mit bremender Sorge: «La società è voluta dal Creatore come mezzo per il pieno sviluppo delle facoltà individuali e sociali, di cui l'uomo ha da valersi, ora dando, ora ricevendo per il bene suo e quello degli altri». Lo stesso pensiero ritorna nella Summi Pontificatus di Pio XII, dove è detto che «la sovranità civile è stata voluta dal Creatore, perché regolasse la vita sociale, rendesse più agevole alla persona umana, nell'ordine temporale, il conseguimento della perfezione fisica, intellettuale e morale e l'aiutasse a raggiungere il fine soprannaturale».
Le proposizioni, nelle quali si condensa la dottrina cattolica, sono di facile dimostrazione. Nessuno oggi mette in dubbio che la vita sociale sia un effetto di forze naturali insite nell'essere razionale. Le differenze che si riscontrano tra le diverse scuole, non riguardano questo principio da tutte indistintamente ammesso, dopo il tramonto definitivo del contrattualismo. Ora tali forze non possono essere né fisiche né biologiche, né esclusivamente ambientali, e non possono premere sull'uomo in modo deterministico, poiché l'ente razionale, che costituisce la materia da ridurre ad unità politica, è un essere spirituale, che non si muove all'azione se non mediante il previo esercizio delle sue facoltà superiori. L'ente sociale è, dunque, un effetto naturale che procede dall'attività spirituale dei suoi componenti. Posto questo principio, che solo un materialismo volgare può negare, l'esistenza di un fine immanente ed essenziale segue come conseguenza logica e necessaria.
Innanzi tutto la natura in tutte le sue opere manifesta un'interiore razionalità, alla quale obbediscono in modo istintivo o riflesso tutti gli esseri, operando ciascuno secondo i propri principi al raggiungimento di uno scopo. Ma se la natura obbedisce ad un fina lismo immanente in tutte le sue operazioni e manifestazioni, e d'altra parte l'ente sociale è un effetto delle sue forze, segue che anche la società avrà un fine essenziale, il quale sarà naturale ed obbiettivo. Questa conseguenza acquista maggior rilievo se si mette in relazione con il soggetto che, seguendo l'inclinazione della natura, deve dare inizio alla vita sociale. Questo soggetto è l'uomo, che non si muove all'azione se prima l'intelligenza non avrà conosciuto e ponderato uno scopo, come oggetto e termine della volontà. L'istinto di socievolezza, quindi, non potrebbe esercitare influsso alcuno sull'uomo, se non fosse solle
vato al piano dello spirito, diventando impulso e moto, del cui termine ultimo si abbia piena coscienza, e rimarrebbe senza effetto, se la luce della sua finalità intrinseca non si proiettasse sul campo dell'azione, dove deve intervenire la volontà libera del soggetto umano. Deve, dunque, concludersi che, come ogni ente naturale ha un fine suo proprio, così lo ha anche la società civile.
Questo fine è essenziale in quanto scaturisce dall'intima costituzione della realtà sociale, di cui è un elemento costitutivo, quale parte necessaria del suo concetto adeguato, e nota specifica che la distingue da qualsiasi altra associazione umana necessaria o libera. Perciò stesso è anche universale, ossia proprio di qualsiasi aggregato politico. È inoltre intrinseco e immanente, in quanto viene designato dalle leggi dell'essere, come principio di azione che, mediante la voce della natura, determina in modo necessario e obbligato le direttive massime dell'attività sociale.
II. IL FINE SOCIALE CONSISTE NEL B. C. – È questa la dottrina tradizionale del pensiero cattolico, concordemente riaffermata, come già indicato, dagli ultimi documenti pontifici di Leone XIII, Pio XI, Pio XII.
Rimontando indietro, oltre i secoli del razionalismo e del positivismo, la medesima dottrina è dominante presso filosofi e giuristi di professione. La concezione democratica del potere, che signoreggia fino all'apparire delle moderne teorie statolatte, porta in sé implicita l'idea che la vita pubblica è al servizio della persona umana e quindi del b. c. Anche nel concetto di sovranità, elaborato al tempo dell'assolutismo regio, ad es., dal Bodin, l'anima del pensiero tradizionale si rivela nella subordinazione del potere alla legge naturale. Quel che si dice del Bodin vale per la grandissima maggioranza dei teorici, eccezione fatta del Machiavelli e del Guicciardini.
Nel campo cattolico il Suárez, in pieno sec. XVI, assegna al potere legislativo come scopo «la felicità naturale della comunità umana perfetta, della quale ha cura, e dei singoli uomini, in quanto sono membri di tale comunità (De Legibus, III, cap. 2, n. 7). E s. Tommaso, toccando lo stesso argomento, afferma che la legge primo et principia liter riguarda l'ordine per il b. c., e che compete alla sua natura ed essenza l'essere ordinata al medesimo bene (Sum. Theol., 1.2.2a, q. 90, a. 3). Si rimonta così attraverso l'Aquinate, alla dottrina Aristotele (v.).
La concezione cattolica si appoggia sopra alcuni dati obbiettivi di indiscusso valore probativo. Innanzi tutto l'indagine sulla natura umana rivela come l'essere razionale, a differenza degli altri viventi, nasca bisognoso di assistenza, che deve protrarsi per lungo periodo, prima che egli raggiunga la piena maturità fisica, intellettuale e morale. A supplire questa deficienza la natura organizza in primo luogo la società domestica e in secondo luogo la società pubblica, per integrarlo e potenziarlo.
Questa necessità di integrazione non viene colmata adeguatamente dalla società familiare. Né l'individuo singolo, né la famiglia sono in grado di organizzare un'esistenza mediocremente umana, poiché l'uomo non vuole solamente vivere, ma vuole anche perfezionarsi, progredire, espandere il suo dominio sulla terra, migliorare le proprie condizioni di vita. È questo il motivo che induce tanto l'individuo quanto la famiglia ad uscire dall'isolamento e ad inserirsi nell'aggregato sociale. Al fondo di ogni moto sociale si trova il desiderio di provvedere ai propri bisogni, di trovare condizioni di maggior benessere, di facilitarsi la via al raggiungimento della perfezione. Questi dati obbiettivi, forniti dall'indagine sulla natura umana e sulle sue fondamentali aspirazioni, suggeriscono la
conclusione inevitabile che la vita sociale non tende ad altro, se non ad integrare l'uomo, procurandogli i mezzi necessari al suo pieno sviluppo, il che equivale a dire che la società ha come fine essenziale il b. c.
Dimostrata la razionalità della teoria, che ripone il fine dello Stato nel b. c., è opportuno determinarne meglio il concetto. Per questo basta rivolgersi alla causa motrice dell'istinto di solidarietà e dedurre le conseguenze. Dalla sua analisi risulta, in primo luogo, che il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
Inoltre la vita sociale è destinata a integrare l'uomo nelle deficienze naturali, arrivando con la sua provvidenza e la sua azione là dove non può giungere l'azione individuale e famigliare. La società deve dunque possedere tutti i mezzi necessari all'adempimento di questo ufficio.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, che è il costruttore diretto del suo avvenire ultrarereno e della sua perfezione interiore nell'ordine soprannaturale, nell'acquisto della quale viene aiutato da altre forze che non siano quelle puramente umane. L'attività sociale può soltanto influire indirettamente in questo settore, rinnovando gli ostacoli, difendendo i principi morali e le concezioni religiose, non mai direttamente come creature di tali valori trascendentali.
Infine il b. c. è un bene subordinato alla morale alle cui supreme direttive deve adeguarsi. Con la vita sociale la natura non intende sovvertire l'ordine dei valori, si prefigge anzi di sostenerlo, facilitando a ciascun individuo l'acquisto di quegli abiti morali, che gli renderanno più agevole l'adempimento dei propri doveri. Né l'uomo, entrando a far parte dell'organizzazione politica, intende che venga depressa la sua dignità, la quale si afferma principalmente nell'operare secondo i dettami della ragione e i principi della coscienza morale. Come la moralità costituisce la nota caratteristica di ogni bene umano, così essa è nota integrante del concetto di b. c., che deve rimanere subordinato in tutti i suoi aspetti e attuazioni in favore della persona e della collettività.
Il b. c. è un bene universale in doppio senso: nel senso che deve essere equamente distribuito tra tutti i membri del corpo politico, in proporzione adeguata al loro concorso per attuarlo senza privilegi di casta, di partito, di consorterie e simili; nel senso ancora che abbraccia tutti i beni particolari, utili e necessari a creare quella perfetta sufficienza di vita, che permetta all'uomo di conseguire la propria perfezione. L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. Il bene che ne risulta, è un effetto collettivo, ed appartiene ad ogni singolo membro che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura in cui ha concorso a crearlo.
In secondo luogo, la medesima analisi rivela il b. c. come un bene integrativo. Suo ufficio è di aiutare i soggetti dell'unità sociale in quello che essi non possono conseguire con l'attività privata, supplendo alla loro impotenza solo entro il raggio in cui questa si manifesta e non oltre. Come si è detto, la natura produce l'essere sociale, perché soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari, necessari al pieno sviluppo dell'uomo. Il b. c., quindi, non viene ricercato quale un sostituto dell'azione individuale e familiare, ma come elemento suppletivo, che rinforzi l'uomo e l'altra, senza paralizzare, e per conseguenza rimane circoscritto entro il settore dove né la famiglia né l'individuo sono sufficienti.
Un terzo carattere del b. c., che si deduce dalla medesima fonte, consiste in ciò che tale bene è temporale ed esterno, in quanto rimane unicamente confinato alla vita presente, alla felicità terrena e prosperità materiale dell'uomo. Il fine trascendente è opera della volontà libera di ogni singolo individuo, qui
1223
tiene. Infatti, le relazioni, che gli uomini intrecciano entro l'ente collettivo, sono relazioni tra soggetti eguali, i quali prestano dei servizi e ne ricevono il contraccambio, secondo una ben nota legge equilibratrice detta giustizia. È essenziale quindi al b. c. un ordinamento giuridico che questo diritto determini, imponga e tuteli. Inoltre l'uomo porta connessi intimamente con il suo essere di persona alcuni diritti innati, che egli non intende né può alienare, entrando a far parte di un aggregato sociale, ma vuole conservare, vedere anzi protetti nel possesso e nell'uso. Altri menti la vita sociale non sarebbe per lui un bene desiderabile, ma un male da fuggire. Non può quindi essere b. c. se questi diritti fondamentali non vengono riconosciuti, conservati e convenientemente protetti, donde la necessità di un ordinamento giuridico munito di virtù coattiva.
Tra i diritti soggettivi, che l'ordinamento giuridico deve proteggere, il più importante e fondamentale è quello della libertà, poiché senza la libertà tutti gli altri diritti diventano privi di senso, non potendo essere esercitati dal soggetto che li possiede. La libertà inoltre e il suo esercizio, entro i limiti della legge morale, rende degna la vita dell'uomo, la quale senza di essa non meriterebbe umanamente di essere vissuta.
Tuttavia per avere intero sotto lo sguardo il panorama sul quale si distende il b. c., è necessario estendere ancora l'àmbito. Non bisogna infatti dimenticare come una delle sue note principali consista nell'essere un bene integrativo della persona umana. A causa appunto di questo, la sua caratteristica non può restringersi, come si è notato, alla tutela del diritto, ma si estende a tanti altri beni necessari al compito svolgimento della persona umana.
Tali beni si possono condensare in una formula comprensiva, dicendo che il b. c. consiste nella pubblica proprietà, sufficienza della vita e felicità temporale, per la cui attuazione la vita sociale deve essere in grado di fornire i mezzi necessari. Questo benessere poi, prospettiva e relativa felicità temporale è effetto di svariati elementi particolari, di cui sarebbe lungo e superfluo tentare una descrizione anche incompiuta. Sarà, fra l'altro, compito dello Stato aiutare l'iniziativa privata, provvedere alla sanità dell'economia pubblica, migliorare le condizioni sanitarie del paese, offrire maggiori possibilità di lavoro redditizio e facilitare l'impiego della mano d'opera, costruire strade, ponti, canali, bonificare terre incolte, erogare pubblici ricoveri alla mendicità e asili al dolore, adoperarsi insomma affinché il tenore della vita del popolo raggiunga un grado di benessere conforme al progresso generale della civiltà.
Inteso nel senso fin qui descritto, il b. c. non è quel concetto astratto, contro il quale sogliono scagliarsi le teorie empiristiche e relativiste, ma una realtà ben concreta, multiforme nei suoi aspetti e tuttavia tale da dirigersi, che l'azione della società, cui assegna gli scopi immediati, ai quali deve essere rivolta, e insieme i confini esatti della sua influenza, affinché possa riuscire proficua alla collettività.
IV. SOGGETTO DEL B. C. — Il soggetto a beneficio del quale deve ridondare il b. c. è la persona umana, la quale, come sta all'inizio della vita sociale, di cui è causa cosciente e libera, così sta al termine ultimo della sua attività. Non sono di questo parere le teorie moderne, che, avendo ipostatizzato la società pubblica, concependola come ente-persona per sé stante, hanno poi negato il valore intrinseco e trascendente della persona, convertendola in strumento o mezzo al servizio dei fini della collettività. In siffatte concezioni svariatissime nella loro tessitura sistematica, ma concordi nel rigonfiamento ipertrofico dello Stato e del suo potere, il bene, al quale la società dovrebbe provvedere, sarebbe soltanto l'interesse egoistico dello Stato, per il quale nulla vieterebbe che l'individuo e persino intere generazioni venissero sacrificati, senza altra giustificazione che il bene dell'ente astratto, detto Stato, nazione o classe.
L'errore grossolano che si annida in tali ideologie viene messo a nudo, non appena la mente si ripiega sulla realtà umana e ne deduce le dovute conseguenze. Infatti se si riguarda la vita reale, piena e normale, essa, come disposizione soggettiva, vuole e cerca nel b. c. il compimento del bene privato. L'uomo, nel sentirsi attratto verso la società, la riguarda in primo luogo e istintivamente dalla parte che lo tocca più da vicino e lo interessa, vedendo tra il bene sociale e il proprio io una correlazione intima, per cui il bene della società è innanzi tutto suo, e per questo lo ricerca.
L'uomo dunque comincia ad amare e desiderare la società, in un primo tempo per il bene che se ne ripromette, per l'aumento dei mezzi che da essa può ottenere, per la maggiore facilità di conseguire la perfezione e la felicità, e soltanto in una seconda fase questo amore interessato salirà a un piano più alto, convertendosi in amore e ricerca disinteressata del b. c. per se stesso. Ora questo desiderio naturale dell'uomo di sentirsi completato dal corpo sociale sarebbe vano, se il b. c. non fosse destinato a rifluire su di lui, per appagarne le aspirazioni innate, che lo conducono spontaneamente alla vita sociale. Quando perciò si dice che l'individuo è per il b. c. della società, occorre immediatamente integrare la formula, aggiungendo che il b. c. è per la persona umana.
Il b. c. non può quindi essere un bene astratto di un ente astratto, non il bene egoistico dell'ente sociale arbitrariamente avulso dai suoi componenti; non può consistere nell'attuazione di fini totalmente estranei agli individui, né può mai sboccare al loro totale sacrificio, ma è e deve essere un bene concreto, che si dilata per tutto l'organismo sociale, dando a ciascuna cellula ossigeno e nutrimento e stimolando la vita e l'attività. La qual cosa risplende, se è possibile, di maggior luce, se per poco si rifletta come, in ultima analisi, gli operatori del b. c. siano tutti membri della collettività, gli esseri intelligenti radunati in comunione di intenti e in fusione di volontà, protesa al medesimo scopo e che mette in moto le energie fisiche e spirituali dei soggetti, i quali riservano nel tesoro comune il loro contributo. Se la persona è il vero creatore del b. c., sembra del tutto ovvio che esso debba ritornare alla sua causa produttiva, nella misura in cui questa avrà cooperato alla sua produzione. Il b. c., almeno in parte preponderante, è destinato a rifluire nella generazione che lo opera e vi collabora.
In ogni tempo l'individuale e il sociale, i bisogni dell'uomo e la richiesta della società devono contemporanei e armonizzarsi in un punto giusto di equilibrio, il quale consiste nel valore preminente della persona che, se come parte di un tutto organico è tenuta a prestare i suoi servizi per la creazione della prosperità pubblica e il suo progressivo aumento, come ente razionale, con un fine che trascende i limiti del tempo, subordina a sé e a questo fine il b. c. In tal modo si chiude il circolo sociale: l'uomo che è la fonte immediata, l'artefice e il costruttore geniale e indefesso del b. c., ne è ancora il termine prossimo, il soggetto nobile, spirituale e immortale, sul quale esso si riversa, per coronarne le aspirazioni e soddisfare i bisogni che l'hanno sospinto verso l'ideale della vita sociale.
BIML.: F. Suárez, De legibus ac de Deo legislatore; Defensio fidei; G. Hegel, I fondamenti della filosofia del diritto, Bari 1913; V. CATHREIN, VIKTOR, Filosofia morale, 2 voll. trad. it., Firenze 1920; G. Jellinek, La dottrina generale dello Stato, Milano 1921; L. Taparelli, Saggio teorico di diritto naturale, 2 voll., Roma 1928; J. Leclerq, L'Etat ou la politique, Namur 1929; M. Defourny, Aris-
1225
BENE COMMUNE - BENEDETTINA ARTE
tote. Etudes sur la politique, Parigi 1932; E. Ranelletti. Istituzioni di diritto pubblico, Padova 1934; G. Gentile. I fondamenti della filosofia del diritto, Firenze 1937; B. Schwalm. La società d'Etat, Parigi 1937; G. Gonella. La nozione di b. c., Milano 1938; I.N.Guicnchea. Principia iuris politici, 2 voll., Roma 1938-39; A. Brucculeri. Lo Stato e l'individuo, 1938; D. Del Bo, Il b. c., Firenze 1942; A. Messineo. Monismo sociale e persona umana, Roma 1943.