CALABRIA

CALABRIA. -

I. GEOGRAFIA

Con questo nome si designò in antico la Penisola Salentina, e solo dopo il sec. VII l'altra, più ampia, che a sud del gruppo del Pollino, staccandosi dal tronco d'Italia fra il Golfo di Policastro e la foce del Sinni, termina questa ad occidente. È paese quasi tutto montuoso (22,4% del territorio) o collinare, con cime che s'alzano oltre i 1500 m. (M. Cocuzzo, m. 1541) e massicci altipiani (Sila, Aspromonte) anch'essi sollevati fin quasi i 2000 m. (M. Botte Donato, m. 1929; M. Montalto, m. 1956). I corsi d'acqua, più torrenti che fiumi (fiumare), hanno creato, con i loro copiosi detriti, brevi pianure alluvionali (al di sotto dei 100 m.; il Crati, la piana di Sibari; l'Amato, quella di S. Eufemia) che coprono in complesso appena il 14% della superficie della C. Il clima, tipicamente mediterraneo sub-tropicale lungo le coste, assume nell'interno carattere continentale, con inverni freddi e piovosi nelle aree più elevate, e con tendenza ad un certo squilibrio termico fra i due litorali, di cui quello ionico più caldo ed asciutto.

Rigogliosa di foreste in antico, la C. spicca ancora, fra le regioni del nostro mezzogiorno, per l'estensione dell'area ricoperta da boschi e da colture arboree specializzate (48%). Soprattutto la cimosa costiera è vestita di splendidi oliveti, agrumeti e frutteti. La C. è in Italia al primo posto per la produzione di bergamotto (Reggino), cedri e castagni, al secondo per quella degli altri agrumi, dell'olio di oliva e dei fichi secchi (Catanzarese); e parimenti notevoli sono i quantitativi di bozzoli, di frutta, di legumi, ecc. che di qui vengono immessi sul mercato nazionale. L'agricoltura assorbe oltre i 3/5 della popolazione attiva;

per contro molto modeste sono le cifre relative all'industria (18 %, oltre un 6 % all'artigianato).

Fertilità del terreno e tradizionale parsimonia di genti spiegano l'indice relativamente alto (sebbene inferiore alla media dello Stato) della densità del popolamento (133 ab. al kmq.). I massimi assoluti corrispondono alla C. meridionale, al vallo cosentino ed all'istmo catanzarese. I centri abitati molto popolosi sono rari: solo il comune di Reggio supera i 100 mila ab. (la città i 60 mila); seguono Catanzaro con 35 e Cosenza con 32 mila ab. Più di 2/3 dei Calabresi vivono in comuni con meno di 10 mila ab.

L'attuale divisione amministrativa perpetua, sotto diverso nome, la partizione tradizionale in C. citeriore (Cosenza), ulteriore prima (Reggio) e seconda (Catanzaro), d'onde l'uso, tuttora non infrequente, di Calabrie in luogo di C. Ecco i dati statistici relativi:

Province (e ab. del capoluogo) 1948Num. dei comuniSuperf. in kmq.Popolav. consim. 1936Densità a kmq.Popol. 1-1-48 in 1000
Catanzaro (57613)1555232606364116704
Cosenza (60216)153667358702588680
Reggio (139598)933189578262182650
Calabria4011509417716511172034

Al 1° genn. 1948 la popolazione della C. era valutata ad oltre 2 milioni di ab.

BIBL.: C. Arzoni, La C. illustrata, Catanzaro-Cosenza 1874; G. Marenghi, La C., Roma 1909; N. Valenti, I centri costieri della C. e il loro sviluppo, Catanzaro 1924; G. Ienardi, C., Roma 1926; C. Sgro, Demografia della C., Napoli 1928; F. Nunzians, La rinascita agraria calabrese, Firenze 1930; H. Kanter, Kalabrien, Amburgo 1930; E. Cortese, Descrizione geologica della C., Firenze 1934; P. Schmidt, Nordkalabrien, eine sozialgeographische Studie, Berlino 1937. Giuseppe Caraci

II. STORIA

Anticamente si chiamava Brutium, dai primi abitanti, affini ai Lucani, che l'abitarono, e fece parte integrante della Magna Grecia. Quando, nel sec. VII, i Bizantini persero il dominio della vecchia C., cioè della penisola salentina, ne trasferirono il nome al Brutium, che d'allora in poi ha sempre mantenuto l'attuale denominazione. Nella divisione augustea dell'Italia, il Brutium, con la Lucania, forma la terza regione.

Le origini cristiane del Bruzio si fanno risalire a s. Paolo, il quale, in occasione del suo viaggio a Roma si fermò per un giorno a Reggio (Act. 28, 13). Secondo leggende posteriori, un suo discepolo, Stefano di Nicea, insieme con un certo Suera, ne avrebbe continuato l'opera. Sono anche leggendarie la presenza di s. Pietro nella regione, la predicazione di s. Marco in Val di Crati e di s. Dionigi l'Areopagita quale vescovo di Crotone. È certo che il cristianesimo penetrò di buon'ora in C., attraverso gli attivissimi porti di Reggio, Locri, Crotone, Turio e Vibona in continuo contatto con l'Oriente; le iscrizioni cristiane trovate a Reggio, Tauriano, Tropea e altrove dimostrano che il Vangelo si affermò prima nelle città marittime e procedette dal sud verso il nord. La gerarchia, in una testimonianza di s. Atanasio, vi figura costituita fin dalla prima metà del sec. IV. Al principio del sec. V il papa Innocenzo I (401-17) si rivolge ai vescovi del Bruzio, Massimo e Severo. A Tauriano ed a Blanda Iulia sono state trovate iscrizioni con i nomi dei vescovi Leucosio e Giuliano, tutti e due ammogliati (secc. IV-V). Nelle lettere di s. Gregorio Magno sono ricordate undici diocesi del Bruzio: Reggio, Locri, Squillace, Miria, Crotone, Turio, Cosenza, Nicotera, Tauriano, Vibona e Tempsa.

In seguito alla lotta iconoclasta, il patrimonio della Chiesa romana nella regione fu incamerato dall'imperatore di Bisanzio e le diocesi, ridotte all'ubbidienza del patriarcato di Costantinopoli, dovettero adottare il rito

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CALABRIA - Pastorale con l'Incoronazione della Vergine (principio del sec. XV) - Reggio Calabria, Cattedrale.
(fot. Ministero P. I)
greco. Nel sec. IX la circoscrizione ecclesiastica fu rimaneggiata; vengono costituite le due metropoli di Reggio e di S. Severina, e altre diocesi, quali Rossano, Cassano, Bisignano, Oppido e Nicastro prendono il posto di quelle distrutte, Turio, Tempas, Miria, ecc.

Il monachismo, esistente nella regione prima di s. Gregorio Magno, si afferma con Cassiodoro che fonda i due celebri cenobi del Vivario e del Castellese presso Squillace. Ma presto i monaci latini vengono soppiantati da quelli greci, che invadono anche i reconditi e impervi recessi della regione, formando delle zone eremitiche (notissima quella del Mercurion nella C. nord-occidentale) e dei monasteri celebri, che trasformano la C. in una nuova Tebaide. Tra questi cenobi meritano particolare attenzione quelli del Patirion, presso Rossano; di S. Adriano, presso S. Demetrio Corone; di S. Giovanni di Stilo; di S. Filarete presso Seminara; di S. Bartolomeo di Trigonio, presso Sinopoli. I preziosi manoscritti greci usciti da questi monasteri sono oggi dispersi in varie biblioteche d'Europa. La santità si affermò mirabilmente, con una quarantina di santi calabro-greci, tra cui s. Elia di Reggio, s. Giovanni Teristi, s. Gregorio di Cassano, s. Fantino, s. Nilo, s. Bartolomeo di Simèri, ecc.

I Normanni iniziano la conquista della C. nel 1054 e la terminano virtualmente nel 1064. Essi restituiscono a Roma la giurisdizione usurpata da Bisanzio, pur lasciando invariata la circoscrizione ecclesiastica esistente, anzi aggiungendo altre diocesi, quali Mileto e S. Marco, al posto di Tauriano e Vibona, distrutte, e di Malvito. Ad essi si deve la rilatinizzazione della C. e il grande favore accordato agli Ordini monastici benedettini, certosini e cistercensi: sorgono così le ricche e potenti abbazie benedettine di S. Eufemia e della S.ma Trinità di Mileto; la Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra S. Bruno, dove morì lo stesso fondatore dei Certosini; i cenobi cistercensi della Sambucina, di Corazzo e della Mattina, la cui arte si afferma trionfalmente nel duomo di Cosenza, consacrato nel 1222. Dai Cistercensi FIORE, IL (v.), che nel 1189 gettò le basi della Congregazione Florense con centro in S. Giovanni in Fiore.

Ai Normanni subentrarono gli Svevi (1195-1264). Durante la lunga dominazione di Federico II, la C. raggiunse un grande progresso economico; ma gli Svevi adottarono una politica religiosa disastrosissima, che li portò alla rovina. Con gli Angioini le condizioni religiose migliorarono di molto; ma la lunga guerra del Vespro devastò la C. (1282-1304). Il governo vicereale spagnolo che durò per più di due secoli fu esiziale per C. (secc. XVI-XVII). Nel sec. XIII i Francescani calabresi hanno i loro martiri nel Marocco (1227): ai Domenicani è affidata la chiesa di S. Matteo a Cosenza (1240).

Il sec. XV è dominato dalla figura di s. Francesco di Paola, fondatore dell'Ordine dei Minimi. Contemporaneamente si affermava nella regione la Congregazione riformata domenicana, per opera del b. Paolo da Mileto. Riforme ancor più importanti furono effettuate nel sec. XVI; si hanno così due Congregazioni agostiniane, quella così detta dei Zumpani, per opera del b. Francesco da Zumpano, e quella di Collorito, per opera del b. Bernardino da Rogliano. La riforma cappuccina ha i suoi promotori nei bb. Ludovico e Bernardino da Reggio. In questo stesso secolo eminenti ecclesiastici calabresi si affermano per il loro ingegno: i tre cardinali calabresi: Paolo Parisio da Cosenza, Guglielmo Sirleto da Guardiavalle e Vincenzo Lauro da Tropea; Colantonio Ruffo da Scilla è il primo generale dei Basiliani; Filippo Gesualdi da Castrovillari è generale dei Conventuali, Silvestro Papalo da Monteleone dei Cappuccini; Teofilo da Tropea, domenicano, è il primo commissario del S. Uffizio; il suo confratello Tommaso Campanella da Stilo, è anch'egli calabrese.

A cinque religiosi calabresi del sec. XVII la Chiesa ha decretato gli onori degli altari: Umile da Bisignano, francescano; Nicola Saggio da Longobardi, minimo; Angelo Falcone da Acri, cappuccino; Paolo Navarro da Laino e Camillo Costanzo da Bovalino, martiri della Compagnia di Gesù nel Giappone.

Il sec. XVIII è un secolo di decadenza, aggravata dal terremoto disastrosissimo del 1783 e dalla politica giurisdizionalistica del ministro Tanucci. Il sec. XIX fu illustrato dalle virtù eroiche dei ven. Bernardo Maria Clausi da S. Sisto, minimo, e Gesualdo Melacrinò da Reggio, cappuccino.

Il sec. XX ha visto sorgere i due seminari regionali di Reggio e di Catanzaro, che contribuiscono in maniera sostanziale alla formazione intellettuale e spirituale del clero. V. anche BASILIANI D'ITALIA; ITALO-ALBANESI; ITALO-GRECI.

BIBL.: I vecchi autori regionali, G. Barrio, De antiquitate et situ Calabriae, Roma 1571 (ed. dell'Aceti, Roma 1737); G. Morafioti, Antichità di C., Padova 1601; G. Fiore, C. illustrata, 2 voll., Napoli 1691 e 1743; D. Martire, C. sacra e profana, 2 voll., Cosenza 1876-78, sono da consultare con molta circoscrizione. Lavoro molto serio è quello di G. Minasi, Le Chiese di C. dal quinto al duodecimo secolo, Napoli 1896, che ha un complemento in L. Duchesne, Les épèches de Calabre, in Mélanges Paul Fabre, Parigi 1900, pp. 1-16; J. Gay, Les diocèses de Calabre à l'époque byzantine, in Revue d'hist. et litt. religieuses, 5 (1900), pp. 233-60; D. Taccone-Gallucci, Regesti dei Romani Pontefici alle chiese di C., Roma 1902 con note delucidative abbastanza buone, Troppo radicale sembra il lavoro del Lanzoni: La prima introduzione del cristianesimo e dell'episcopato nella Lucania e nei Bruzii, in Arch. stor. della C., 5 (1917), pp. 3-25, e in Le diocesi d'Italia dalle origini al principio del sec. VII, Faenza 1927. Una buona sintesi è stata fatta da A. Crivellucci, Le origini cristiane del Bruzio, in Il seminario regionale calabrese Pio X, Roma 1914.

Sono anche da vedere: D. Taccone-Gallucci, Le epigrafi cristiane del Bruzio, Reggio Calabria 1904; P. Orsi, Iscrizioni cristiane di Taurania nei Bruzi, in Arch. stor. della C., 2 (1914), pp. 225-36; A. Crispo, Le antichità cristiane della C. prebizantina, in Arch. stor. Cal. e Lucania, 14 (1945), pp. 3 sgg., 119 sgg., 209 sgg.; F. Russo, La metropoli di S. Severina, in Arch. stor. Cal. e luc., 16 (1947), pp. 1-20.

III. ARTE DELLA C

L'arte cristiana, dopoché, a causa delle invasioni barbariche, s'era quasi persa ogni traccia della fiorente civiltà greca e romana precedente, cominciò a manifestarsi in C. quando vi giunsero

i monaci orientali. E prima ancora che nel battistero di S. Severina (sec. IX), nella cattolica di Stilo e nel S. Marco di Rossano (secc. X-XII) apparissero i chiari riflessi della civiltà architettonica bizantina sorsero piccole chiese simili ai sacrari delle regioni elleniche dell'Armenia e dell'Anatolia. Più tardi elementi derivati dall'architettura siculo-musulmana apportarono agli edifici bizantini eleganze decorative. Il nuovo spirito e il nuovo orientamento dominarono anche la pittura, la scultura e le arti minori di cui rimangono scarsissimi avanzi. Il celebre Evangelario di Rossano del sec. VI è un prezioso documento della pittura sui codici, mentre la Croce del duomo di Cosenza è un tipico saggio dell'oreficeria bizantina. Il dominio normanno suscità, specialmente nel campo della edilizia, un'intensa attività; che soprattutto si manifestò attraverso le chiese erette dai monaci di s. Nilo, le quali ebbero caratteri propri, si da assumere il nome di « chiese niliane ». Alle chiese e ai monasteri edificati dai normanni seguirono numerosissimi sacri edifici costruiti dai Benedettini e poi dai Florensi. Il tipo del tempio a croce greca e a croce con cupola centrale proprio delle chiese niliane venne sostituito dal tipo basilicale a croce latina, ma anche dopo l'avvento dei Normanni l'influsso dell'arte siculo-musulmana continuò a manifestarsi nella decorazione. Marmorari e artefici forse siciliani importarono l'arte del decorare pavimenti e membrature architettoniche con musaici a disegni geometrici, cosmati (v.).

La feconda operosità architettonica fu incoraggiata e aiutata dagli Svevi. Nel 1222 venne inaugurato il duomo di Cosenza in cui, per la prima volta, appaiono, nell'abside e nella facciata, elementi gotici cistercensi. Durante il successivo periodo angioino-durazzesco anche la C. si inserì nel rinnovamento architettonico favorito dagli Angioini; in questo periodo, pittori, scultori, decoratori di altre regioni lavorarono in C. Gli affreschi della cripta di S. Francesco ad Irsinia, il sepolcro dei Sangineto nella chiesa di S. Maria della Consolazione ad Altomonte, i mausolei di Ademaro Romano a Scalea e dei Carafa a Caulonia mostrarono come anche in C. la pittura fosse dominata dai lontani riflessi dell'arte cavalliniana e senese e la scultura da quelli del gotico toscano giunti all'estremo limite della penisola attraverso le opere napoletane. Come in tutta l'Italia meridionale, il Rinascimento non si affermò in C. con caratteri propri ma sono abbastanza numerose le opere d'arte importate da altre regioni. Un vero risveglio artistico si ebbe in C. solo nel Seicento. Stucchi, marmi, intagli lignei, soffitti decorati, stalli, cattedre, sedioloni scolpiti, i damaschi e i velluti fabbricati dalle famose seterie di Catanzaro arricchirono chiese e case patrizie, mentre i tessuti di Longobucco e di altri paesi della Sila — pregevoli saggi di un'arte tessile popolare — dimostravano la vitalità di una tradizione che risaliva al tempo durazzesco. Pittori napoletani come Antonio Sarnelli e Niccolò Rossi, fiamminghi come Guglielmo Borremans, architetti e scultori in pietra giravano in tutta la regione per costruire palazzi e decorare facciate ed interni. Ma su tutti sovrasta la grande figura di Mattia Preti, detto il cavaliere calabrese, la cui produzione chiuse trionfalmente il ciclo della pittura seicentesca napoletana. Nell'architettura e nella decorazione il barocco continua a imperare nel sec. XVIII. Durante il sec. XIX gli artisti calabresi si orientarono decisamente verso le forme che fiorivano a Napoli.

BIBL.: E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904, passim; C. Diehl, L'art byzantin dans l'Italie méridionale, ivi 1910; Archivio storico della C., Napoli 1913-18; Brutium, Giornale d'arte, anno 1922 sgg.; P. Orsi, Chiese niliane. I. La chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone (Cosenza), in Boll. d'arte del Min. della P. I., 2ª serie, 1 (1921), pp. 67-77 e 108-24; id., Chiese niliane. II. Il Patirion di Rossano, ibid., 2ª serie, 2 (1923), pp. 529-62; A. Frangipane, L'arte in C., Messina [1925]; id., Le chiese basiliane della C., Firenze 1920; S. Bottari, Chiese basiliane della Sicilia e della C., in Bollett. stor. mest., 1 (1936-

1938), pp. 1-51; G. Slaughter, C. the first Italy, Madison 1939 (con bibl.); H. Schwarz, Die Baukunst Kalabriens und Siziliens im Zeitalter der Normannen, in Römisches Jahrbuch für Kunstgeschichte, 6 (1942-44), pp. 1-112; P. Della Pergola, Aspetti del primo Rinascimento nell'architettura della C., in Emporium, 102 (1945), pp. 109-18. Felice de Filippis

IV. FOLKLORE

La C. è una delle regioni ove le tradizioni popolari si sono meglio conservate, e danno una pittoresca impronta alla vita dei paesi. Vi apportano vivacità e varietà i costumi delle diverse colonie: neogreche nell'Aspromonte meridionale, albanesi nelle province di Cosenza e Catanzaro, valdesi a Guardia Piemontese (Cosenza). Quantunque l'uso di portare il costume tradizionale vada rapidamente sparendo, esso tuttavia sopravvive in diversi paesi conservandosi nella bellezza, nella ricchezza e originalità delle varie fogge di vestire e dei relativi ornamenti. Esso compare specialmente nelle feste religiose e familiari. A S. Giovanni in Fiore il costume femminile è completamente nero, salvo il bianco della camicia e della tovaglia sul capo, ma in genere le donne calabresi portano ampie gonne pieghettate, di seta a vivaci colori, rosso o azzurro, un busto con corsetto di velluto, maniche attaccate con nastri sopra ampie camicie ricamate. I più begli esemplari possono osservarsi a Castrovillari, Luzzi, Tiriolo, Nicastro, Gioiosa Ionica, Lungro, Cardeto. Meno usuale ormai il costume maschile, con il caratteristico cappello a cono adorno di nastri, giacchetta corta di fustagno con bottoni metallici, corpetto di velluto, calzoni corti di panno o di velluto, calze di lana e ai piedi le « calandrelle » o « porcine », simili alle ciocie. Più semplice e antico il costume dei pastori e dei pescatori. Per voto all'Addolorata le donne vestono in nero con un gran cordone bianco alla vita; per voto a S. Antonio portano una tonacella da frate, e così via: frequente anche l'uso di tali vestiti tra i fanciulli.

Sopravvive in alcuni paesi il pianto funebre eseguito dalle reputatrici: alcuni di tali canti, simili nella metrica e nello stile ai « voceri » corsi, vibrano d'intenso amore materno. Ma le più interessanti manifestazioni sono legate

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(int. Ministero P. I.) CALABRIA - Altare dei Gagini (sec. XV). Vibo Valentia, chiesa di S. Leoluca.
alle grandi feste e usanze religiose nelle quali il forte sentimento devoto del popolo calabrese si esprime in forme originali e spesso commoventi. Santuari e pellegrinaggi sono specialmente dedicati al culto della Vergine: si ricordano quelli della Madonna della Consolazione, patrona della città di Reggio, della Madonna della Catena presso Cosenza, della Madonna di Porto Salvo presso Sambiase (Catanzaro). Importante centro di culto popolare e di pellegrinaggio è il santuario di S. Francesco di Paola, eretto sulla spilonca nella quale egli pregava. La figura del Santo ha ispirato dei canti narrativi in cui i tratti spirituali e biografici vengono qua e là deformati dalla fantasia popolare.

Numerose le feste patronali, precedute da novene: si offrono lauti pranzi agli ospiti, le vie sono addobbate con festoni e palloncini e percorse da bande e da «tumbari» (sonatori di tamburo). Le persone abbienti pongono davanti alla porta di casa un tavolo ornato dei migliori tappeti; la statua del Santo sosta a benedire la famiglia che lancia fiori e grano e invoca la grazia. Si fanno al Santo donativi in denaro e si appendono a un nastro rosso legato alla cintura della statua. Specialmente per l'Assunzione usa il gioco delle navi formato da dieci giovani che ne reggono sulle spalle altri dieci e così girano il paese e cantano (Delianova, Cetraro, Cittadella del Capo, ecc.). Per s. Giuseppe, quasi tutte le famiglie imbandiscono un pranzo a tre poveri: un vecchio, una donna, un bambino. Ancor vivono in molti luoghi le reliquie del dramma sacro rievocanti la Passione e morte di Cristo nei giorni della Settimana Santa: essi si chiamano «mortoro» o «affacciata» (dall'incontro di Gesù con la Madre) o «pigghiata» (dalla cattura di Gesù): di questa esiste un copione d'ignoto autore del Seicento, in versi sciolti, con una trentina di personaggi, oltre le numerose comparse.

Espressioni di entusiastico fervore religioso si hanno con le compagnie dei «battenti», che, nella processione della Settimana Santa, continuano l'antico costume dei flagellanti (es.: gli «uffizianti» di Bova). Altre forme drammatiche popolari sono date dalle farse di carnevale. Ricco è anche il patrimonio di canti lirici (stambotti), narrativi («rumanze») e sacri («orazioni» e «storie»): così pure quello delle fiabe e leggende. L'arte popolare può vantare la bellissima produzione dei tappeti di Longobucco e di ceramiche di Seminara e di altri centri.

BIBL.: A. Casetti e V. Imbriani, Canti popolari delle province meridionali, 2 voll., Torino 1817; V. Dorsa, La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della C. Citeriore, 2ª ed., Cosenza 1884; A. Lumini, Studi calabresi, ivi 1892; C. Pigorini-Beri, In C., Torino 1892; S. De Chiara, La mia C., Milano 1920; R. Corso, Putti d'amore e pegni di promessa, S. Maria Capua Vetere 1925; G. Algranati, C. forte, Milano s. d.; R. Lombardi Satriani, Canti popolari calabresi, 6 voll., Napoli 1928-40; L. Di Francia, Fiabe e novelle calabresi, 3 voll., Torino 1934.

V. REGIONE CONCILIARE CALABRESE

È una delle regioni in cui, con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr. e 22 marzo 1919 e 29 sett. 1933 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74, 176; 25 [1933], p. 466), fu ripartita l'Italia perché, in luogo dei concili provinciali, si celebrassero concili regionali.

Comprende i territori delle province ecclesiastiche di Reggio Calabria e di S. Severina, oltre alle arcidiocesi di Catanzaro, di Cosenza e Rossano, e alle diocesi di Lungro, Mileto, S. Marco e Bisignano, Squillace.

Nel capoluogo della regione (Reggio Calabria) ha sede il tribunale ecclesiastico regionale per le cause di nullità di matrimonio; l'appello contro le sentenze da questo emanate va proposto o al tribunale regionale campano (Napoli) o alla S. Rota (cf. Pio XI, motu proprio «Qua cura», 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13). - Vedi Tav. XXI. Pio Ciprotti

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“CALABRIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 202. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/calabria.