CALABRIA. -
I. GEOGRAFIA
Con questo nome si designò in antico la Penisola Salentina, e solo dopo il sec. VII l'altra, più ampia, che a sud del gruppo di Pollino, staccandosi dal tronco d'Italia fra il Golfo di Policastro e la foce del Sinni, termina questa ad occidente. È paese quasi tutto montuoso (22,4% del territorio) o collinare, con cime che s'alzano oltre i 1500 m. (M. Cocuzzo, m. 1541) e massicci alti piani (Sila, Aspromonte) anch'essi sollevati fin quasi i 2000 m. (M. Botte Donato, m. 1929; M. Montalto, m. 1956). I corsi d'acqua, più torrenti che fiumi (fiumare), hanno creato, con i loro copiosi detriti, brevi pianure alluvionali (al di sotto dei 100 m. il Crati, la piana di Sibari; l'Amato, quella di S. Eufemia) che coprono in complesso appena il 14% della superficie della C. Il clima, tipicamente mediterraneo sub-tropicale lungo le coste, assume nell'intero carattere continentale, con inverni freddi e piovosi nelle aree più elevate, e con tendenza ad un certo squilibrio termico fra i due litorali, di cui quello ionico più caldo ed asciutto.Rigogliosa di foreste in antico, la C. spicca ancora, fra le regioni del nostro mezzogiorno, per l'estensione dell'area ricoperta da boschi e da colture arboree specializzate (48%). Soprattutto la cimosa costiera è vestita di splendidi olivi, agrumeti e frutteti. La C. è in Italia al primo posto per la produzione di bergamotto (Reggino), cedri e castagni, al secondo per quella degli altri agrumi, dell'olio di oliva e dei fichi secchi (Catanzarese); e parimenti notevoli sono i quantitativi di bozzoli, di frutta, di legumi, ecc. che di qui vengono immessi sul mercato nazionale. L'agricoltura assorbe oltre i 3/5 della popolazione attiva; per contro molto modeste sono le cifre relative all'industria (18%), oltre un 6% all'artigianato).
Fertilità del terreno e tradizionale parsimonia di genti spiegano l'indice relativamente alto (sebbene inferiore alla media dello Stato) della densità del popolamento (133 ab. al kmq.). I massimi assoluti corrispondono alla C. meridionale, al vallo cosentino ed all'istmo catanzarese. I centri abitati molto popolosi sono rari: solo il comune di Reggio supera i 100 mila ab. (la città è 60 mila); seguono Catanzaro con 35 e Cosenza con 32 mila ab. Più di 2/3 dei Calabresi vivono in comuni con meno di 10 mila ab.
L'attuale divisione amministrativa perpetua, sotto diverso nome, la partizione tradizionale in C. citeriore (Cosenza), ulteriore prima (Reggio) e seconda (Catanzaro), d'onde l'uso, tuttora non infrequente, di Calabrie in luogo di C. Ecco i dati statistici relativi:
| Province (e ab. del comuni) | Num. dei comuni | Super. in kmq. | Popol. censim. | D. C. | Popol. a kmq. | I. I. 18-48 in 1000 |
| Catanzaro (57613) | 155 | 5232 | 606364 | 116 | 704 | |
| Cosenza (60216) | 153 | 6673 | 587025 | 88 | 680 | |
| Reggio (139598) | 93 | 3189 | 578262 | 182 | 650 | |
| Calabria | 401 | 15094 | 1771651 | 117 | 2034 | |
Al 1° genn. 1948 la popolazione della C. era valutata ad oltre 2 milioni di ab.
II. STORIA
Anticamente si chiamava Bruttium, dai primi abitanti, affini ai Lucani, che l'abitarono, e fece parte integrante della Magna Grecia. Quando, nel sec. VII, i Bizantini persero il dominio della vecchia C., cioè della penisola salentina, ne trasferirono il nome al Bruttium, che d'allora in poi ha sempre mantenuto l'attuale denominazione. Nella divisione augustea dell'Italia, il Bruttium, con la Lucania, forma la terza regione.Le origini cristiane del Bruzio si fanno risalire a S. Paolo, il quale, in occasione del suo viaggio a Roma si fermò per un giorno a Reggio (Act. 28, 13). Secondo leggende posteriori, un suo discepolo, Stefano di Nicea, insieme con un certo Suera, ne avrebbe continuato l'opera. Sono anche leggendarie la presenza di s. Pietro nella regione, la predicazione di s. Marco in Val di Crati e di s. Dionigi l'Areopagita quale vescovo di Crotone. È certo che il cristianesimo penetrò di buon'ora in C., attraverso gli attivissimi porti di Reggio, Locri, Crotone, Turio e Vibona in continuo contatto con l'Oriente; le iscrizioni cristiane trovate a Reggio, Tauriano, Tropea e altrove dimostrano che il Vangelo si affermò prima nelle città marittime e procedette dal sud verso il nord. La gerarchia, in una testimonianza di s. Atanasio, vi figura costituita fin dalla prima metà del sec. IV. Al principio del sec. V il papa Innocenzo I (401-17) si rivolge ai vescovi del Bruzio, Massimo e Severo. A Tauriano ed a Blanda l'Italia sono state trovate iscrizioni con i nomi dei vescovi Leucosio e Giuliano, tutti e due ammogliati (secc. IV-V). Nelle lettere di s. Gregorio Magno sono ricordate undici diocesi del Bruzio: Reggio, Locri, Squillace, Miria, Crotone, Turio, Cosenza, Nicotera, Tauriano, Vibona e Tempas.
In seguito alla lotta iconoclasta, il patrimonio della Chiesa romana nella regione fu incamerato dall'imperatore di Bisanzio e le diocesi, ridotte all'ubbidienza del patriarcato di Costantinopoli, dovettero adottare il rito

greco. Nel sec. ix la circoscrizione ecclesiastica fu rimaneggiata; vengono costituite le due metropoli di Reggio e di S. Severina, e altre diocesi, quali Rossano, Cassano, Bisignano, Oppido e Nicastro prendono il posto di quelle distrutte, Turio, Tempsa, Miria, ecc.
Il monachismo, esistente nella regione prima di s. Gregorio Magno, si afferma con Cassiodoro che fonda i due celebri cenobi del Vivario e del Castellese presso Squillace. Ma presto i monaci latini vengono soppiantati da quelli greci, che invadono anche i reconditi e impervi recessi della regione, formando delle zone eremitiche (notissima quella del Mercurion nella C. nord-occidentale) e dei monasteri celebri, che trasformano la C. in una nuova Tebside. Tra questi cenobi meritano particolare attenzione quelli del Patirion, presso Rossano; di S. Adriano, presso S. Demetrio Corone; di S. Giovanni di Stilo; di S. Filarete presso Seminara; di S. Bartolomeo di Trigonio, presso Sinopoli. I preziosi manoscritti greci usciti da questi monasteri sono oggi dispersi in varie biblioteche d'Europa. La santità si affermò mirabilmente, con una quarantina di santi calabro-greci, tra cui s. Elia di Reggio, s. Giovanni Teristi, s. Gregorio di Cassano, s. Fantino, s. Nilo, s. Bartolomeo di Simèri, ecc.
I Normanni iniziano la conquista della C. nel 1054 e la terminano virtualmente nel ro64. Essi restituiscono a Roma la giurisdizione usurpata da Bisanzio, pur lasciando invariata la circoscrizione ecclesiastica esistente, anzi aggiungendo altre diocesi, quali Mileto e S. Marco, al posto di Tauriano e Vibona, distrutte, e di Malvito. Ad essi si deve la rilatinizzazione della C. e il grande favore accordato agli Ordini monastici benedettini, certosini e cistercensi: sorgono cosi le ricche e potenti abbazie benedettine di S. Eufemia e della S.ma Trinità di Mileto; la Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra S. Bruno, dove mori lo stesso fondatore dei Certosini; i cenobi cistercensi della Sambucina, di Corazzo e della Mattina, la cui arte si afferma trionfalmente nel duomo di Cosenza, consacrato nel 1222. Dai Cistercensi FIORE, IL (v.), che nel 1189 getto le basi della Congregazione Florense con centro in S. Giovanni in Fiore.
Ai Normanni subentrarono gli Svevi (1195-1264). Durante la lunga dominazione di Federico II, la C. raggiunse un grande progresso economico; ma gli Svevi adottarono una politica religiosa disastrosissima, che li portò alla rovina. Con gli Angioini le condizioni religiose migliorarono di molto; ma la lunga guerra del Vespro devastò la C. (1282-1304). Il governo vicereale spagnolo che durò per più di due secoli fu esiziale per C. (secc. xVI-xVII). Nel sec. xili i Francescani calabresi hanno i loro martiri nel Marocco (1227) : ai Domenicani è affidata la chiesa di S. Matteo a Cosenza (1240).
Il sec. xv è dominato dalla figura di s. Francesco di Paola, fondatore dell'Ordine dei Minimi. Contemporaneamente si affermava nella regione la Congregazione riformata domenicana, per opera del b. Paolo da Mileto. Riforme ancor più importanti furono effettuate nel sec. xVI; si hanno cosi due Congregazioni agostiniane, quella cosi detta dei Zumpani, per opera del b. Francesco da Zumpano, e quella di Collorito, per opera del b. Bernardino da Rogliano. La riforma cappuccina ha i suoi promotori nei bb. Ludovico e Bernardino da Reggio. In questo stesso secolo eminenti ecclesiastici calabresi si affermano per il loro ingegno: i tre cardinali calabresi: Paolo Parisio da Cosenza, Guglielmo Sirleto da Guardiavalle e Vincenzo Lauro da Tropea; Colantonio Ruffo da Scilla è il primo generale dei Basiliani; Filippo Gesualdi da Castravillari è generale dei Conventuali, Silvestro Papalo da Monteleone dei Cappuccini; Teofilo da Tropea, domenicano, è il primo commissario del S. Uffizio; il suo confratello Tommaso Campanella da Stilo, è anch'egli calabrese.
A cinque religiosi calabresi del sec. xvir la Chiesa ha decretato gli onori degli altari: Umile da Bisignano, francescano; Nicola Saggio da Longobardi, minimo; Angelo Falcone da Acri, cappuccino; Paolo Navarro da Laino e Camillo Costanzo da Bovalino, martiri della Compagnia di Gesù nel Giappone.
Il sec. xvir è un secolo di decadenza, aggravata dal terremoto disastrosissimo del 1783 e dalla politica giurisdizionalistica del ministro Tanucci. Il sec. xix fu illustrato dalle virtù eroiche dei ven. Bernardo Maria Clausi da S. Sisto, minimo, e Gesualdo Melacrino da Reggio, cappuccino.
Il sec. xx ha visto sorgere i due seminari regionali di Reggio e di Catanzaro, che contribuiscono in maniera sostanziale alla formazione intellettuale e spirituale del clero. V. anche basiliani d'italia; italo-albanesi; italo-grecr.
Sono anche da vedere: D. Taccone-Gallucci, Le epigrafi cristiane del Bruxio, Reggio Calabria 1904; P. Oval, Istruzioni cristiane di Taurania nei Bruxi, in Arch. stor. della C., 2 (1914), pp. 225-36; A. Crispo, Le antichità cristiane della C. prebizantino, in Arch. stor. Cal. e Lucania, 14 (1943), pp. 3 sgg., 110 sgg., 209 sgg.; F. Russo, La metropoli di S. Severina, in Arch. stor. Cal. e luc., 16 (1947), pp. 1-20. Francesco Russo
III. Arte della C
L'arte cristiana, dopoché, a causa delle invasioni barbariche, s'era quasi persa ogni traccia della fiorente civiltà greca e romana precedente, cominciò a manifestarsi in C. quando vi giunseroi monaci orientali. E prima ancora che nel battistero di S. Severina (sec. IX), nella cattolica di Stilo e nel S. Marco di Rossano (secc. X-xII) apparissero i chiari riflessi della civiltà architettonica bizantina sorsero piccole chiese simili ai sacrari delle regioni elleniche dell'Armenia e dell'Anatolia. Più tardi elementi derivati dall'architettura siculo-musulmana apportarono agli edifici bizantini eleganze decorative. Il nuovo spirito e il nuovo orientamento dominarono anche la pittura, la scultura e le arti minori di cui rimangono scarnissimi avanzi. Il celebre Evangelario di Rossano del sec. vi è un prezioso documento della pittura sui codici, mentre la Croce del duomo di Cosenza è un tipico saggio dell'oreficeria bizantina. Il dominio normanno suscitò, specialmente nel campo della edilizia, un'intensa attività; che soprattutto si manifestò attraverso le chiese erette dai monaci di s. Nilo, le quali ebbero caratteri propri, si da assumere il nome di «chiese niliane». Alle chiese e ai monasteri edificati dai normanni seguirono numerosissimi sacri edifici costruiti dai Benedettini e poi dai Florensi. Il tipo del tempio a croce greca e a croce con cupola centrale proprio delle chiese niliane venne sostituito dal tipo basilicale a croce latina, ma anche dopo l'avvento dei Normanni l'influsso dell'arte si-culo-musulmana continuò a manifestarsi nella decorazione. Marmorari e artefici forse siciliani importarono l'arte del decorare pavimenti e membrature architettoniche con musaici a disegni geometrici, cosmati (v.).
La feconda operosità architettonica fu incoraggiata e aiutata dagli Svevi. Nel 1222 venne inaugurato il duomo di Cosenza in cui, per la prima volta, appaiono, nell'abside e nella facciata, elementi gotici sistercensi. Durante il successivo periodo angioino-durazzesco anche la C. si inserì nel rinnovamento architettonico favorito dagli Angioini; in questo periodo, pittori, scultori, decoratori di altre regioni lavorarono in C. Gli affreschi della cripta di S. Francesco ad Irsina, il sepolcro del Sangineto nella chiesa di S. Maria della Consolazione ad Altomonte, i mausolei di Ademaro Romano a Scalea e dei Carafa a Caulonia mostrarono come anche in C. la pittura fosse dominata dai lontani riflessi dell'arte cavalliniana e senese e la scultura da quelli del gotico toscano giunti all'estremo limite della penisola attraverso le opere napoletane. Come in tutta l'Italia meridionale, il Rinascimento non si affermò in C. con caratteri propri ma sono abbastanza numerose le opere d'arte importate da altre regioni. Un vero risveglio artistico si ebbe in C. solo nel Scicento. Stucchi, marmi, intagli lignei, soffitti decorati, stalli, cattedre, sedioloni scolpiti, i damaschi e i velluti fabbricati dalle famose seterie di Catanzaro arricchirono chiese e case patrizie, mentre i tessuti di Longobucco e di altri paesi della Sila - pregevoli saggi di un'arte tessile popolare - dimostravano la vitalità di una tradizione che risaliva al tempo durazzesco. Pittori napoletani come Antonio Sarnelli e Niccolò Rossi, fiamminghi come Guglielmo Borremans, architetti e scultori in pietra giravano in tutta la regione per costruire palazzi e decorare facciate ed interni. Ma su tutti sovrasta la grande figura di Mattia Preti, detto il cavaliere calabrese, la cui produzione chiuse trionfalmente il ciclo della pittura seicentesca napoletana. Nell'architettura e nella decorazione il barocco continua a imperare nel sec. xviri. Durante il sec. xix gli artisti calabresi si orientarono decisamente verso le forme che fiorivano a Napoli.
1938), pp. 1-31; G. Slaughter, C. the first Italy, Madison 1939 (con bibl.); H. Schwarz, Die Baukunst Kalabriens und Sixtliens im Zeitalter der Normannen, in Römischer Jahrbuch für Kunstgeschichte, 6 (1942-44), pp. 1-112; P. Della Pergola, Aspetti del primo Rinascimento nell'architettura della C., in Emporium, 102 (1942), pp. 109-18.
IV. Folklore
La C. è una delle regioni ove le tradizioni popolarisisono meglio conservate, e dànno una pittoresca impronta alla vita dei paesi. Vi apportano vivacità e varietà i costumi delle diverse colonie : neogreche nell'Aspromonte meridionale, albanesi nelle province di Cosenza e Catanzaro, valdesi a Guardia Piemontese (Cosenza). Quantunque l'uso di portare il costume tradizionale vada rapidamente sparendo, esso tuttavia sopravvive in diversi paesi conservandosi nella bellezza, nella ricchezza e originalità delle varie fogge di vestire e dei relativi ornamenti. Esso compare specialmente nelle feste religiose e familiari. A S. Giovanni in Fiore il costume femminile è completamente nero, salvo il bianco della camicia e della tovaglia sul capo, ma in genere le donne calabresi portano ampie gonne pieghettate, di seta a vivaci colori, rosso o azzurro, un busto con corsetto di velluto, maniche attaccate con nastri sopra ampie camicie ricamate. I più begli esemplari possono osservarsi a Castrovillari, Luzzi, Tiriolo, Nicastro, Gioiosa Ionica, Lungro, Cardeto. Meno usuale ormai il costume maschile, con il caratteristico cappello a cono adorno di nastri, giacchetta corta di fustagno con bottoni metallici, corpetto di velluto, calzoni corti di panno o di velluto, calze di lana e ai piedi le "calandrello» o "porcine», simili alle ciocle. Più semplice e antico il costume dei pastori e dei pescatori. Per voto all'Addolorata le donne vestono in nero con un gran cordone bianco alla vita; per voto a s. Antonio portano una tonacella da frate, e così via : frequente anche l'uso di tali vestiti tra i fanciulli.Sopravvive in alcuni paesi il pianto funebre eseguito dalle reputatrici : alcuni di tali canti, simili nella metrica e nello stile ai «voceri» corsi, vibrano d'intenso amore materno. Ma le più interessanti manifestazioni sono legate

Calabria - Altare dei Gagini (sec. XV).
Vibo Valentia, chiesa di S. Leoluca.
alle grandi feste e usanze religiose nelle quali il forte sentimento devoto del popolo calabrese si esprime in forme originali e spesso commoventi. Santuari e pellegrinaggi sono specialmente dedicati al culto della Vergine: si ricordano quelli della Madonna della Consolazione, patrona della città di Reggio, della Madonna della Catena presso Cosenza, della Madonna di Porto Salvo presso Sannise (Catanzaro). Importante centro di culto popolare e di pellegrinaggio è il santuario di S. Francesco di Paola, eretto sulla splencona nella quale egli pregava. La figura del Santo ha ispirato dei canti narrativi in cui i tratti spirituali e biografici vengono qua e là deformati dalla fantasia popolare.
Numerose le feste patronali, precedute da novelle: si offrono lauti pranzi agli ospiti, le vie sono addobbate con festoni e palloncini e percorse da bande e da «tumbari» (sonatori di tamburo). Le persone abbienti pongono da-vanti alla porta di casa un tavolo ornato dei migliori tappeti; la statua del Santo sosta a benedire la famiglia che lancia fiori e grano e invoca la grazia. Si fanno al Santo donativi in denaro e si appendono a un nastro rosso legato alla cintura della statua. Specialmente per l'Assunzione usa il gioco delle navi formato da dieci giovani che ne reggono sulle spalle altri dieci e così girano il paese e cantano (Le-lianova, Cetraro, Cittadella del Capo, ecc.). Per s. Giuseppe, quasi tutte le famiglie imbandiscono un pranzo a tre poveri: un vecchio, una donna, un bambino. Ancor vivono in molti luoghi le reliquie del dramma sacro rievocanti la Passione e morte di Cristo nei giorni della Settimana Santa: essi si chiamano «mortor» o «affacciata» (dall'incontro di Gesù con la Madre) o «piggiatà» (dalla cattura di Gesù): di questa esiste un copione d'ignoto autore del Seicento, in versi sciolti, con una trentina di personaggi, oltre le numerose comparse.
Espressioni di entusiastico fervore religioso si hanno con le compagnie dei «battenti», che, nella processione della Settimana Santa, continuano l'antico costume dei flagellanti (es.: gli «uffizianti» di Bova). Altre forme drammatiche popolari sono date dalle farse di carnevale. Ricco è anche il patrimonio di canti lirici (strambotti), narrativi («rumanze») e sacri («orazioni» e «storie»): così pure quello delle fiabe e leggende. L'arte popolare può vantare la bellissima produzione dei tappeti di Longobuco e di ceramiche di Seminara e di altri centri.
V. REGIONE CONCILIARE CALABRESE
È una delle regioni in cui, con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr. e 22 marzo 1910 e 29 sett. 1933 (AAS, II [1919], pp. 72-74, 176; 25 [1933], p. 466), fu ripartita l'Italia perché, in luogo dei concili provinciali, si celebrassero concili regionali.Comprende i territori delle province ecclesiastiche di Reggio Calabria e di S. Severina, oltre alle arcidiocesi di Catanzaro, di Cosenza e Rossano, e alle diocesi di Lungro, Mileto, S. Marco e Bisignano, Squillace.
Nel capoluogo della regione (Reggio Calabria) ha sede il tribunale ecclesiastico regionale per le causa di nullità di matrimonio; l'appello contro le sentenze da questo emanate va proposto o al tribunale regionale campano (Napoli) o alla S. Rota (cf. Pio XI, motu proprio «Qua cura», 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13). - Vedi Tav. XXI. Pio Cipriotti.
CALAHORRA e LA CALZADA, DIOCESI di C. è città del nord della Spagna nella vecchia Castiglia, in provincia di Logroño e sede di diocesi suffraganea di Burgos. Situata entro le diocesi di Vito-ria a nord, Pamplona a nord-est ed est, Tarazona ad est, Osma a sud e Burgos ad ovest, il suo territorio si estende su quasi tutta la provincia di Logroño con la capitale, e su parte delle province di Navarra (21 parrocchie), Soria (51 parrocchie), e Burgos (48 parrocchie), per una estensione di kmq. 5114. Ha una popolazione di 235.000 ab. ca. Possiede 737 chiese e 353 parrocchie, servite da 454 sacerdoti e 124 regolari (1948). Patroni: s. Emeterio, s. Celedonio e s. Domenico de La Calzada.
Ha due cattedrali (Calahorra e La Calzada) e una collegiata (Logroño). C., la Calaguria dei Romani, situata lungo la grande via militare che metteva in comunicazione Tarragona con la Galizia, fu una delle città spagnole dove il cristianesimo arrivò presto. Il martirio dei ss. Emeterio e Celedonio sotto Diocleziano, celebrati più tardi da Prudenzio nel suo Peristephanon (VIII) prova che in C. esisteva al principio del sec. IV una comunità cristiana. Quando vi sia stata stabilita la gerarchia ecclesiastica non sappiamo, certamente tra il IV ed il V sec. Tarragona, già nel 384 aveva il suo metropolita da cui dipendeva C. e nel 457 aveva certamente un suo vescovo di nome Silvano, contro il quale protestava Ascanio di Tarragona, presso il papa Ilaro, per avere irregolarmente ordinato 2 vescovi. In seguito all'invazione musulmana del sec. VIII, la gerarchia della diocesi andò dispersa, ma nel secolo seguente il suo territorio rimase ancora fuori del dominio musulmano, e fu diviso tra due diocesi di recente fondazione: Nájera (Rioja) e Alava, in territorio basco, che ebbe la sua sede in Armentia. Ma dopo la conquista di C. da parte delle forze navarresi (1044) Nájera veniva assorbita dall'antica sede nel 1045, dopo appena un secolo o poco più di vita, e lo stesso avveniva poco dopo di Alava (1088). Nel sec. XIII la sede vescovile di C. veniva trasferita a La Calzada, ciò che diede pretesto a gravi dissidi, composti poco dopo, nel 1236, quando il vescovo faceva ritorno a C., ma univa pure il titolo di La Calzada. In seguito alle disposizioni del Concordato del 1851, la parte basca del suo territorio passò alla nuova diocesi di Vitoria, eretta da Pio IX nel 1862. Suffraganea a principio di Tarragona, nel 1318 fece parte di quella di Saragozza e finalmente nel 1574 di Burgos.
La cattedrale di C. dedicata all'Assunta, è a tre navate in stile ogivale e di discutibile valore architettonico, sottoposta a radicali rifacimenti nel sec. XV; quella di La Calzada in stile romanico, fu iniziata nel 1168. Notevole la collegiata di Logroño, a tre navate, in stile ogivale, del sec. XV, con pianta a croce latina, segnalata per i suoi otto pilastri. In essa l'ingresso principale non si armonizza al genere di architettura della chiesa; essa fu infatti costruita nel sec. XVIII, mentre la nicchia sferica che serve d'ingresso alle sue due torri agili produce buon effetto. Le porte laterali sono del Rinascimento; le cappelle dell'abside del sec. XVII; il coro della fine del XVI; l'altare maggiore della fine del XVII.