CICERONE, MARCO TULLIO

CICERONE, MARCO TULLIO. - Oratore, uomo politico e filosofo romano, n. il 3 genn. del 106 a. C. ad Arpino, m. per mano dei sicari di Antonio nei pressi di Gaeta il 7 dic. del 43. Compì gli studi a Roma dove ebbe maestri di oratoria M. Antonio e L. Crasso. Nel 75, appena trentenne, fu scelto al governo della Sicilia e nel 63 fu nominato console. Esiliato nel 58 da Clodio, dopo un anno fu richiamato a Roma da Pompeo. Caduto Pompeo, e non tollerando la monarchia, fu costretto all'abbandono della vita pubblica. Come politico, fu una delle figure più rappresentative dell'ultima età della repubblica romana; come scrittore, fra i massimi d'ogni tempo. Per il complesso d'idee che informarono la sua personalità e per il magistero dello stile, fu per secoli modello e maestro come pochi altri degli an-

tichi. Oltre a frammenti delle opere perdute, fra cui quelle poetiche e storiche, ci sono pervenute 57 orazioni, 7 opere retoriche, 12 opere filosofiche e 4 raccolte di lettere (in tutto 850).

OPERE FILOSOFICHE. - L'attività filosofica di C. si iniziò con il De republica composto fra il 54 e il 51, in 6 libri Ne possediamo circa un terzo, scoperto nel 1819 dal card. A. MAGI (v.) in un palinsesto vaticano. Prima d'allora se ne aveva solo una parte, il Somnium Scipionis, conservato da Macrobio. Nel 52 fu iniziato il De legibus, rimasto incompiuto: ce ne sono pervenuti, lacunosi, 3 libri (di 6 forse) e frammenti del resto. L'una e l'altra opera si rifanno per la forma a Platone; quanto al contenuto, invece, dipendono in gran parte dallo stoico Panezio, da Posidonio, anch'esso stoico, che C. aveva udito a Rodi, e dall'accademico Antioco d'Ascalona, da lui udito in Atene. Del 47-46 sono i Paradoxa Stoicorum. Nel 45 si seguono: la Consolatio, per la morte della figlia Tullia, e l'Hortensius, opere ambedue perdute: la seconda, che era una esortazione alla filosofia ed agi su s. Agostino, utilizzava i Protreptia di Aristotele e di Posidonio. Nello stesso anno furono composti gli Academica, originariamente in 2 libri e poi in 4, e il De finibus bonorum et molorum (del sommo bene e del sommo male) in 5 libri. Gli Academica, dei quali è rimasto solo il I. II della prima redazione (Luelius) e il I della seconda, trattavano del problema della conoscenza secondo le dottrine della media e nuova Accademia. Il De finibus espone e confuta le dottrine etiche degli Epicurei e degli Stoici, e per ultimo tratta di quella accademico-peripatetica (Antioco) che C. considera come la migliore. Fra il 45 e il 44 vennero composte le Tusculanne disputationes, in 5 libri, nelle quali si tratta della morte, del dolore, delle passioni e della virtù, che sola può assicurare la felicità. Nel 44 si seguono: il De natura deorum in 3 libri, il Cato Maior de senectute, il Luelius de amicitia, il De divinatione in 2 libri, il De fato (frammentario), il De officiis, in 3 libri, e le due operette perdute: De gloria (nota ancora al Petrarca) e De virtutibus.

LA FILOSOFIA DI C. - Parlando nel 45 ad Attico (Ad Att., XVI, 12, 5) delle opere che aveva tramano, C. scrive: « ἀπόγραφα sunt, minore labore fiunt, verba tantum adfero quibus abundo ». Nel fatto, la materia ch'egli espone, gli argomenti di cui si serve, sono in massima parte dipendenti da fonti greche. Da questo lato l'originalità di C. non può essere che scarsa o addirittura nulla. Ma questa dipendenza non è servile e meccanica: egli sceglie, giudica, e alle opinioni dei filosofi di mestiere porta il contributo o la correzione della sua esperienza romana, della sua umanità ampia insieme e profonda. « Non interpretum fungimur munere », scrive con più verità nel De finibus (I, 6: cf. De off. I, 6) « sed tuemur ea quae dicta sunt ab iis quos probamus, eisque nostrum iudicium et nostrum scribendi ordinem adiungimus ». Il che tutto comporta un determinato atteggiamento spirituale, e cioè una personalità. Guardando alla sua forma, e cioè generalizzando i motivi dai quali trae ispirazione ed impulso, essa può venir definita come umanesimo, intendendo per tale quella concezione della vita, che mira a promuovere sul modello d'una forma ideale le attività specifiche dell'uomo quale essere razionale e capace di virtù. Sotto questo punto di vista la posizione filosofica di C. diventa logicamente chiara e mostra maggiore coerenza di quella che normalmente le viene concessa.

C. si trovò davanti tre correnti di pensiero: l'epicurea, la stoica e l'accademica, scettica questa, fino ancora a Filone di Larissa, maestro e amico di C., dommatiche le altre due. All'epicurea, che conobbe direttamente dai suoi maestri più reputati, come Fedro, Zenone e Filodemo, fu sempre ostile:

essa abbassava troppo l'uomo e toglieva le basi allo Stato, contraddicendo a tutto quello che C. sentiva proprio della tradizione morale e civile romana. Gli Stoici rispondevano di più alle sue esigenze idealistiche e alle finalità sociali che, da uomo romano, egli poneva a ogni forma d'attività spirituale, ma gli dispiacevano la loro eccessiva sottigliezza, il rigorismo estremo e il loro dommatismo. L'Accademia, gli parve la scuola più adatta, non solo perché era quella che, per l'uso di discutere pro e contro ogni tesi, meglio conveniva all'oratore, ma anche perché lasciava campo aperto alla sua intelligenza e al senso del particolare storico ed umano che egli ebbe vivissimo. Questa sua adesione non fu però tale da fargli rigertare ciò che, in rapporto ai diversi problemi, egli trovava nelle altre scuole e soprattutto presso gli stoici. Sotto questo rispetto egli fu un eclettico. Non però in senso sistematico, bensì in vista di una filosofia che non contraddicesse alle esigenze di uno spirito altamente cosciente della nobiltà dell'uomo e del valore della comunità umana. Si comprende da ciò come le opere nelle quali C. maggiormente s'accosta allo stoicismo siano quelle politiche e, alla fine della sua vita, quella che è il suo testamento etico, e cioè il De officiis; ed è in esse che egli trova gli accenti più commossi e sinceri. Così nelle Tusculanae e in parte nel De finibus. Ed è qui, di fronte ai problemi della società e della moralità, che egli ricorre all'attestato della coscienza e al consenso delle genti. Il che non lo mette affatto in contraddizione con i suoi principi, perché, se di nessuna rappresentazione si può dire in assoluto che sia vera, v'è però un grado di probabilità che può tenere il luogo della verità. Questi criteri entrano particolarmente in azione nel problema dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima. L'esistenza di Dio, se non può essere dimostrata con il rigore che gli Stoici pretendono (De nat. deor., III, 10), è sufficientemente resa probabile dal consenso universale (ibid., III, 95; Tusc., I, 30; De leg., I, 24). C. rigetta la mitologia popolare e considera come più verosimile la credenza in un Dio unico (De leg., I, 23; Tusc., I, 70). Al medesimo

modo si comporta con il problema dell'immortalità dell'anima, della quale egli afferma la parentela con Dio (Tusc., I, 65). Una viva vibrazione religiosa è nel Somnium Scipionis.

BIBL.: Per le opere si ricordano le edd. della «Bibliotheca Teubneriana»: a cura di R. Klotz, 2ª ed., Lipsia 1863-71; a cura di C. F. W. Müller e di G. Friedrich, ivi 1878 agg.; una nuova ed. critica è in corso a cura di K. Ziegler, C. Plasberg, Th. Schiche, M. Pohlenz ed altri. Per le edd. di opere singole con commento cf.: F. Überweg-K. Praechter, Die Philosophie des Altertums, 12ª ed., Berlino 1926 e per gli anni seguenti l'Anné bibliographique di J. Marouzeau. Per il progresso degli studi ciceroniani V. i resoconti degli Jahresberichte über die Fortschritte der klass. Altertumswissenschaft del Bursian, a partire dal 1881. Opera fondamentale per la ricerca delle fonti di C. è quella di H. Hirzel, Untersuchungen zu Ciceros philosoph. Schriften, I-III, Lipsia 1877-83. La questione è tuttavia sempre aperta. Un'ampia esposizione della filosofia di C. si ha in H. Ritter, Geschichte der Philosophie, IV, Amburgo 1838, pp. 106-176; cf. anche E. Zeller, Die Philosophie der Griechen, III, 1, a cura di E. Wellmann, Lipsia 1909, pp. 672-92. Opere d'insieme: G. Barzellotti, Delle dottrine filosofiche di C., Firenze 1867; C. Thiancourt, Essai sur les traités philos. de C., Parigi 1885; id., Les traités de philosophie religieuse et les opuscules philosophiques de C., ivi 1902; Sull'influenza di C. sulla posterità V. Th. Zielinski, Cicero im Wandel der Jahrhunderte, 3ª ed., Lipsia 1912. Carlo Diano

#### CICERUACCHIO: V. BRUNETTI, ANGELO.

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“CICERONE, MARCO TULLIO.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 922. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cicerone-marco-tullio.