CLASSIFICAZIONE

CLASSIFICAZIONE.- È l'operazione per la quale una moltitudine di oggetti affini viene inquadrata in un sistema gerarchico di aggruppamenti, allo scopo di facilitarne lo studio. Come fattore di conoscenza, la c. sta alla base del problema gnoseologico ed investe tutte le entità collettive i cui componenti presentino peculiarità ossia caratteri comuni e differenziali graduabili in modo tale da giustificare l'ordinamento in un sistema. Lo studio dei caratteri è quindi necessario presupposto per la istituzione di gruppi (categorie o complessi) di diverso ordine o livello gerarchico. Si trova perciò una c. delle idee, germinata con Socrate e sviluppata da Platone, Aristotele e dai filosofi posteriori; una c. delle scienze, delineata da Augusto Comte; infine delle c. attinenti agli oggetti propri alle singole discipline.

La c. è essenzialmente un problema di metodo, ossia di criteri nel valutare caratteri e di procedura nel costituire gruppi. I criteri variano a seconda del materiale da classificare, degli scopi da perseguire e del punto di vista del classificatore; la procedura è divisoria quando discende dal generale al particolare sulla base dei caratteri differenziali, è raggruppatrice quando sale dal particolare al generale sulla base delle affinità. La scelta del metodo è importante quando si considerino oggetti della natura che fondati motivi inducano a ritenere già naturalmente ordinati in un sistema. Allora la c. è naturale se rispecchia fedelmente detto sistema e, dato il suo valore conoscitivo, non ammette soluzioni arbitrarie; è artificiale in caso contrario e, dato il suo scopo puramente riconosciuto, può essere arbitraria purché razionale e comoda. Alla c. naturale si oppongono le lacune nelle nozioni sugli oggetti da classificare, l'impossibilità di delimitare nettamente gruppi tra loro collegati da caratteri comuni, la facilità di soggettivismi nell'apprezzamento del valore discriminativo e gerarchico dei caratteri assunti per l'individuazione dei gruppi, infine il dubbio nella scelta fra il procedimento divisorio e quello raggruppatore: il primo, che risale alla dicotomia platonica

(διαίρεσις) e si richiama al principio delle definizioni «per genus proximum et differentiam specificam», appare spesso più agevole ed anche più spontaneo come atteggiamento del pensiero di fronte al compito di smistare una moltitudine di oggetti; il secondo può essere consigliato dalla maggiore afferrabilità intuitiva degli aggruppamenti ristretti rispetto ai più ampi e quindi dall'opportunità di risalire dal più noto al meno noto.

In biologia la c. ha due scopi: permettere la determinazione, ossia l'identificazione di un animale o di una pianta, a cui è stato imposto con la nomenclatura un dato nome, e stabilirne la posizione nel sistema proposto; e adeguarli nel modo più facile possibile alla sistematica naturale, ossia alla distribuzione naturale dei viventi in gruppi o complessi tassonomici gerarchicamente subordinati l'uno all'altro e risultanti dall'insieme delle affinità di diverso ordine intercedenti fra i loro componenti. Al primo scopo può sopperire qualunque c., ma al secondo può rispondere soltanto la c. naturale.

I tentativi di rilevamento del sistema naturale, nei quali si riassume gran parte della storia della zoologia e della botanica, risentirono spesso le influenze di un secondo fine, che fu utile come stimolo all'indagine ma divenne dannoso quando fu assunto come apriorismo orientatore, e cioè la ricerca del piano di organizzazione o addirittura di creazione dei viventi, sostituita, EVOLUZIONE (v.), dalla ricerca della filogenesi: nell'una e nell'altra si accese dispute fra i sostenitori dell'unità fondamentale ed originaria degli organismi e i sostenitori della loro molteplicità. Ad infirmare pregiudizialmente la possibilità della c. naturale concorsero dapprima la concezione di una distribuzione dei viventi in una serie continua di crescente complessità, e, più tardi,

la dottrina evoluzionistica: difatti la prima, già affacciata da Aristotele oppoi dominante fra molti sistematici del sec. XVIII, sanciva a priori l'artificiosità degli «scompartimenti stagni» di qualsiasi c.; la seconda dichiarava fallace ogni c., in quanto i suoi quadri necessariamente statici non possono rispecchiare il dinamismo dei processi evolutivi che agiscono sugli individui, sicché la consistenza dei vari complessi tassonomici non sarebbe una realtà, ma una transitoria apparenza. Di qui il pernicioso dualismo fra una cosiddetta sistematica statica e una sistematica dinamica, la prima oggetto del classificatore relegato al rango di bibliotecario o quasi, la seconda oggetto dell'evoluzionista e del biologo generale. A questa situazione si tenta ora di ovviare, da un lato considerando la lentezza dei processi evolutivi attinenti ai grandi gruppi sistematici (macroevoluzione) e quindi la non impossibilità teorica di ritrarre il sistema attuale, dall'altro studiando metodi atti a rilevare oggettivamente e ad assumere come limiti pratici le naturali discontinuità riscontrabili fra i vari complessi tassonomici. Che, in effetti, la definizione di non pochi gruppi di animali e di piante possa ormai ritenersi soddisfacente, è attestato dalla complessiva stabilità che da tempo e sovente per vie diverse essi hanno raggiunto.

Al faticoso delinearsi della c. naturale hanno contribuito: l'aumento del materiale di studio conseguente alle scoperte geografiche, paleontologiche e della microscopia; l'approfondimento nella conoscenza dei caratteri, determinato dal progresso di tutte le discipline biologiche; infine l'accrescimento delle comparazioni fra i vari organismi. Così le c. in uso vennero modificate man mano che nuovi criteri si aggiungevano o si sostituivano ai precedenti: i vari gruppi subirono revisioni raggruppatrici o, più spesso, frazionatrici e si arricchirono nel numero delle unità componenti; inoltre nuovi livelli intermedi furono introdotti fra quelli già stabiliti. Di questi livelli si precisarono il significato e la denominazione, mentre a modelli uniformi si informarono le descrizioni dei singoli complessi: al primo compito provvide l'adozione, in gran parte risalente a Linneo, dei termini via via meno comprensivi di tipo, classe, ordine, famiglia, genere, specie, razza a cui si aggiunsero vari gradini intermedi (sottotipo, sottogenere, o: superfamiglia, ecc.) e, talora, anche altre categorie di rango variabile (tribù, coorte, legione, falange, ecc.); al secondo compito, anch'esso iniziato da Linneo, mirarono l'adozione della lingua latina nelle succinte diagnosi descrittive e nella denominazione dei singoli gruppi, e l'introduzione della nomenclatura binomia (divenuta talora trinomia e polinomia quando le determinazioni scesero ai livelli subspecifici), secondo la quale il nome di ogni specie deve essere preceduto dal nome del genere e seguito dalla sigla del primo descrittore. Agli inconvenienti delle omonimie e sinonimie derivate dal moltiplicarsi delle determinazioni, cercarono di ovviare le regole internazionali di nomenclatura: tuttavia accade ancora spesso che uguali specie e generi siano designati con nomi diversi da diversi autori, e questa confusa instabilità nel formalismo terminologico si aggiunge a quella che investe la sostanza medesima delle c., contribuendo a un certo persistente disagio negli studi di sistematica.

Storicamente le ricerche botaniche procedettero in modo più omogeneo ma meno profondo di quelle zoologiche, stante le diversità di organizzazione e di vita fra le piante e gli animali ed anche a causa del diverso interesse pratico per questi e per quelle. Difatti le c. dei vegetali furono per lo più generali, ma si basarono soprattutto sui caratteri esteriori; invece quelle degli animali furono sovente specializzate ai ristretti gruppi di studio più facile o più attraente, ma in compenso scesero precocemente nell'indagine anatomo-fisiologica.

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(Ist. Enc. Catt.) CLASSIFICAZIONE - Una pagina dell'opera di Ulisse Aldrovandi, De reliquis animalibus exanguibus, Bologna 1642.
La storia, le tradizioni (vedasi fra l'altro il secondo capitolo della Genesi) e gli studi etnologici e linguistici attestano che l'umanità dovette abituarsi fin dai primordi a riconoscere e designare con appositi nomi gli animali e le piante più familiari. I primi documenti sicuri di biologia sistematica risalgono al sec. v a. C.: per la botanica è ricordato Empedocle d'Agrigento, per la zoologia sono annoverate la c. della scuola di Coo attribuita a Erodico di Selimbria e quella contenuta nel Timeo di Platone. Ma il primo vero sistematico fu Aristotele, al quale va il merito di aver definito in senso naturalistico i concetti platonici di specie (εἶδος) e di genere (γένος) subordinando quella a questo, e di avere basato la c. degli animali su caratteri intrinseci agli organismi, non solo morfologici, ma anche anatomofisiologici. Egli ripartì le specie in otto grandi generi (γένη μέγιστα), quattro di animali «con sangue» (αἴματα) e cioè mammiferi (ζωοτοκούντα ἐν αὐτοῖς = animali vivipari), uccelli (ὄρνιθες), rettili e anfibi (τετραποδα καὶ ἀποδα ὠοτοκούντα = quadrupedi e apodi ovipari) e pesci (ἰχθύες) e quattro di animali «senza sangue» (ἐνάμματα) e cioè molluschi (μαλάκια), crostacei (μαλακώστρακα), insetti (ἔντομα) e testacei (ὄστρακοβέρματα). Assai più artificiale è la c. delle piante eseguita dai due discepoli di Aristotele, Teofrasto e Fanias:

essi divisero i vegetali in alberi (δένδρα), frutici (θάμνοι), suffrutici (σρύγανα), ed erbe (πόα) e distinsero le piante con fiore (= fanerogame) da quelle senza fiore (= crittogame). Per molti secoli l'opera aristotelica rimase concettualmente insuperata, pur arricchendosi nel numero delle specie. Anzi molte c. romane (come quelle di Dioscoride e di Plinio nel 1 sec. d. C.) e medievali (come quelle contenute nei bettieri ed erbari) rappresentano un regresso, sia perché furono puri elenchi alfabetici ovvero si fondarono su caratteri estrinseci agli organismi e sovente antropocentrici (come l'ambiente di vita, la velenosità, l'utilità, ecc.), sia perché mancarono di ogni spirito critico e si infarcirono spesso di animali e piante favolosi. A prescindere dai contributi isolati di Alberto Magno, di Leonardo da Vinci e di pochi altri pionieri, occorre arrivare alle metà del sec. XVI per trovare i germi di quel rinnovamento negli studi naturalistici che ebbe poi potente impulso dal metodo sperimentale galileiano. Tra i botanici van segnalati: Andrea Cesalpino di Arezzo, il quale nel trattato De plantis (1583) delineò una c. artificiale bensì, perché quasi interamente fondata sui caratteri della fruttificazione, ma talmente razionale da essere servita di modello a Linneo; J. Pitton de Tournefort e John Ray, che nella Historia plantarum (1686) distinse le monocotiledoni dalle dicotiledoni. Più aderenti ai modelli aristotelici sono le contemporanee opere di zoologia, fra le quali emergono quelle del bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), autore di una Historia naturalis celebrata anche da Buffon e da Cuvier e di una Syntaxis animalium ove è precisato e applicato il metodo dicotomico; tale metodo è pure adottato dal Ray nella Synopsis methodica animalium (1693), mentre minuziosamente descrittive sono le Historiae animalium di Corrado Gesner (1551-87). Nel sec. XVII un nuovo campo si apre all'indagine sistematica con l'invenzione del microscopio, con il quale Leeuvenhoek scopre gli infusori (1673) e Marcello Malpighi approfondisce gli studi di anatomia (1671).

Con Carlo Linneo (1707-1778) si inizia il periodo aureo della sistematica, che conduce alle c. attuali. Esso è contrassegnato dall'intrecciarsi di ordinamenti dichiaratamente artificiali con altri tendenzialmente naturali: nei primi prevale la procedura dicotomica: le varie entità tassonomiche sono definite in modo rigoroso, i caratteri sono esaminati e graduati singolarmente secondo scale assolute e con preferenza per quelli più appariscenti; nei secondi, meno esatti e completi ma più significativi, è preferita la via ascendente: le divisioni sono meno decise, i caratteri sono studiati nei loro rapporti e graduati secondo scale relative in base al loro significato biologico senza preconcette preminenze. Nel Systema naturae (1735) Linneo pone a base della c. i generi come prima entità collettive della gerarchia e

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(dello Fauna Suecica di Linneo, ed. a cura di De Villers, Linne 1.15)
CLASSIFICAZIONE — Esempio di tavola sinotica comparativa sulla c. degli arttropodi secondo Linneo, de Geer, Geoffroy e Fabricius.

stesso autore ne avesse avvertito l'artificio tanto è vero che in altre opere (Classes plantarum, Genera plantarum, Philosophia botanica) egli adottò il metodo naturale, basato sul rilevamento delle molteplici affinità fra gli organismi, per ritrarre fedelmente i gruppi più agevolmente individuabili. Unicamente a questo scopo tese A. L. De Jussieu (1748-1836): egli in Genera plantarum (1789) nel proporre una nuova c. osservò che per rivelare i gruppi naturali non basta numerare i caratteri, ma occorre badare alle loro correlazioni e «pesarli», graduandoli e subordinandoli in base alla loro costanza che è indice del loro significato e valore. Al metodo naturale aderì pure Lamarck, che però nella Flore française (1778) volle di proposito dare un saggio di c. artificiale a puro scopo di determinazione, e introdusse in botanica il metodo dicotomico a chiavi analitiche, tuttora largamente in uso. Altre notevoli c. botaniche sono dovute a A. P. de Candolle, J. Lindley, S. L. Endlicher.

Nemico degli aridi e artificiosi «sistemi» di stampo linneano si dichiara G. L. Leclerc de Buffon (1707-88): egli informa la sua Histoire naturelle (1749-88) al principio che il solo sicuro criterio di discriminazione delle specie è quello della fecondità intraspecifica e della sterilità degli ibridi, criterio che è ancor oggi fra i più accetti; la sua c., imprecisa e lacunosa, si richiama alla dottrina evoluzionistica e all'idea dell'unità del mondo vivente. Su tale idea conviene pure Stefano Geoffroy Saint-Hilaire (1772-1844), che nella Philosophie anatomique (1818-22) e nei Principes de philosophie zoologique (1830) introduce il concetto di omologia, affaccia il principio del «bilanciamento» degli organi e dà il massimo risalto all'anatomia topografica come rivelatrice delle relazioni fra gli organi e delle loro variazioni nella scala animale. Seguace di Carlo Bonnet, G. B. De Monet de Lamarck (1744-1829) sostiene le concezione della continuità lineare dei viventi, bipartiti nei due regni vegetali e animale, e ad essa si sforza di

informare la c. che, per suo merito, giunge alla precisazione di molti gruppi soprattutto di invertebrati. Nelle sue numerose opere (fra le quali emergono la Philosophie zoologique, l'Histoire naturelle des animaux sans vertèbres e il Système analytique des connaissances positives de l'homme), Lamarck riferisce le organizzazioni animali a quella umana, considerando ciascuna di quelle come una «degradazione» più o meno accentuata di questa e, reciprocamente, questa come un «progresso» di quelle. E, dalla considerazione di tale progresso come indice della «marcia della natura» verso una crescente perfezione, egli è tratto ad enunciare la sua teoria evoluzionistica (v. LAMARCKISMO) come logica interpretazione delle affinità fra i viventi e dell'ascesa nella loro organizzazione: di qui l'abbozzo di quegli alberi filogenetici dipoi largamente sviluppati dagli evoluzionisti e culminati con E. Haeckel.

Concorde con Lamarck e Geoffroy sull'importanza sistematica delle comparazioni e sul concetto di degradazione, ma deciso avversario delle idee evoluzionistica ed unitaria è Giorgio Cuvier (1760-1832). I meriti principali che si riscontrano nelle sue molte opere e in particolare nel Règne animal (1817) sono: l'introduzione dell'anatomofisiologia comparata e della paleontologia fra i criteri tassonomici, l'enunciazione e l'applicazione dei principi della coesistenza e correlazione fra gli organi e della subordinazione dei caratteri, infine la istituzione di quattro embranchements (detti poi tipi da De Blainville) rappresentanti altrettanti irriducibili e distinti schemi fondamentali di organizzazione: tali tipi sono quelli dei vertebrati (con le classi dei mammiferi, uccelli, rettili e pesci), dei molluschi, degli articolati (con le classi dei vermi, crostacei, insetti) e dei raggiati. La c. cuvierana è, nella sua ossatura, seguita tuttora con le modificazioni apportate soprattutto da T. Von Siebold e da R. Leuckart.

Con la morte del Cuvier si chiude il periodo nel quale il termine naturalista equivaleva a sistematico. Dopo di lui le ricerche proseguono, ma si frammentano nelle opere degli specialisti di singoli gruppi; essi rivedono e arricchiscono ciascuno nel proprio ambito e perciò disugualmente i livelli medi e inferiori della gerarchia sistematica, mentre gli zoologi e i botanici generali ritoccano i livelli superiori. L'interesse dei naturalisti si rivolge alle altre discipline biologiche che si sviluppano rapidamente nei secc. XIX e XX e dalle quali confluiscono nella sistematica importanti contributi modificatori di criteri e di metodi: così al criterio morfologico linneano e a quelli anatomofisiologico e paleontologico di Cuvier, si aggiungono con Von Baer il criterio embriologico, con Darwin e gli evoluzionisti quello filetico, con Wallace, Wagner e Turesson quello eco-geografico, con Mendel, De Vries e i genetisti moderni quello genetico, con Le Dantec, Nilow, Souèges quello biochimico. Con l'adozione della metodologia statistico-biometrica, inaugurata da Quetelet, applicata da Heincke e inquadrata da Johannsen nella genetica, e con l'esecuzione di esperienze intese a stabilire le capacità di variazione delle specie e sceverarne gli elementi genetici da quelli ambientali, la sistematica si indirizza sulla via sperimentale, particolarmente feconda nei livelli subspecifici, mentre all'analisi individuale si sostituisce quella di popolazione e alla determinazione pretesamente esatta si tende a sostituire quella probabilistica.

Quantunque nella pratica della c. lo schematismo linneano conti ancora molti seguaci e quantunque persistano evidenti difetti nella valutazione dei caratteri (quali la loro analisi isolata e unilaterale, la preminenza attribuita a certe categorie, la preconcetta introduzione di ipotesi filetiche), certo è che l'orientamento attuale tende verso la c. naturale, meta forse non irraggiungibile quando si abbia la consapevolezza degli artifici usati e si disponga di acconci metodi per rimuoverli.

Tra le c. più seguite si citano quella botanica di Engler-Diels contenuta nel Syllabus der Pflanzenfamilien (1936) e quella zoologica di Leuckart-Von Siebold con le modificazioni di Emery-Ghigi. Nella prima le divisioni principali sono 15: Schizophyta; Myxomicetes; Flagellatae; Dinoflagellatae; Silicoflagellatae; Heterocontae; Bacillariophyta; Coniugatae; Chlorophyceae; Charophyta; Phaeophy-

ceae; Rhodophyceae; Eunycetes et Lichenes; Archegoniatae suddivise in Bryophyta e Pteridophyta; Embryophyta siphonogama suddivise in Gymnospermae e Angiospermae e queste ultime in Monocotiledonae e Dicotiledonae.

Nella seconda sono annoverati 18 tipi (i di protozoi e 17 di metazo di cui 16 di invertebrati) e cioè: Protozoi, Poriferi, Celenterati, Ctenofori, Platelminiti, Nemertini, Nematelminiti, Chetognati, Acantocefalli, Rotiferi, Gefrieri, Anellidi, Briozoi, Brachiopodi, Artropodi, Molluschi, Echinodermi, Cordati coi sottotipi degli Emicordati, Urocordati, Cefalocordati e Craniati.

BIBL.: Per brevità è necessario citare soltanto le principali opere storico-critiche o sintetiche, omettendo quelle citate nel testo e rimandando per ulteriori notizie ai lavori generali e speciali di zoologia e di botanica.

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“CLASSIFICAZIONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 1035. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/classificazione.