COMBATTIMENTO SPIRITUALE. - Repressione ascetica delle tentazioni e delle inclinazioni viziose, raggiungimento dell'ideale morale. La lotta per la vita e per migliorarne ed elevarne la forma, esiste non solo come forza sublimante e selezionante, nel mondo organico ed in quello sociale, ma in modo

particolare in quello spirituale e soprannaturale. Che la vita spirituale del cristiano sia lotta, è uno dei concetti che con più insistenza inculca la Scrittura del Nuovo Testamento: "Non sarà coronato se non colui che avr
particolare in quello spirituale e soprannaturale. Che la vita spirituale del cristiano sia lotta, è uno dei concetti che con più insistenza inculca la Scrittura del Nuovo Testamento: «Non sarà coronato se non colui che avrà legittimamente combattuto» (II Tim. 11, 5).
L'insegnamento che la vita spirituale è lotta è particolarmente svolto nelle Epistole paoline. La vita dell'Apostolo, dopo la conversione, è un «bonum certamen». La vita cristiana è da lui rappresentata come una lotta aspra, con alterne vicende, terminante solo con la morte, lotta d'importanza massima, essendo in gioco la vita eterna (I Cor. 9, 26 sg.; Hebr. 12, 4).
Vi sono infatti in noi come due esseri, «due uomini»: l'uomo nuovo è rigenerato, prodotto della Grazia, vivente nello «spirito», che si sforza di attuare e sviluppare l'organismo soprannaturale iniziato con il Battesimo; ma sussiste accanto il «vecchio uomo», l'uomo «animale», «naturale», vivente nella «carne», che indulge cioè alle disordinate tendenze derivanti dal peccato originale.
In questo «vecchio uomo», non annichilato dal Battesimo nelle sue brave tendenze, cioè nella «concupiscenza», sta il nemico da combattere. La concupiscenza è triplice: «concupiscenza carnis, oculorum et superbia vitae» (Io. 2, 16). La lotta dell'«uomo nuovo» contro l'attrattiva sregolata dei piaceri sensuali e dei beni terreni, e contro l'orgoglio, è resa più aspra dall'intervento, in sostegno del nemico interno, di due altri terribili nemici esterni: il mondo (cioè il complesso di coloro che si oppongono a Cristo, con la loro dottrina e forma di vita, cui il cristiano deve essere «crocifisso» e viceversa: Gal. 6, 14; cf. I Cor. 7, 31); il demonio, per invidia del quale peccato, morte e concupiscenza sfrenata entrarono nel mondo, e contro cui bisogna perennemente lottare (Eph. 6, 12).
Questi tre nemici dell'anima nostra in realtà sono uno solo. L'«uomo vecchio», carnale, viene fatalmente a conflitto con l'«uomo nuovo»; non possono convivere insieme, ma uno deve di necessità morire, poiché, mentre l'uomo «carnale» è allettato dai piaceri senza preoccupazioni morali, l'«uomo «spirituale» aborre i piaceri proibiti, sacrificandoli al dovere, cioè alla legge divina.
Di qui il c. s. perpetuo, che trasforma il cristiano in «atleta» e in «soldato», lottante sino alla morte per una immortale corona (Eph. 6, 10-16): l'armatura del milite di Cristo). La lotta non ha tregua durante la vita terrena, poiché tutti gli sforzi per liberarsi dell'«uomo vecchio» riescono solo ad indebolirlo, fortificando l'«uomo nuovo» contro di lui.
Gli scritti dei Padri Apostolici, a sfondo eminentemente ascetico, sviluppano tutti il concetto della vita cristiana come c. s. Ciò spicca in modo particolare nella prima parte della Didaché, la catechesi morale (capp. 1-6), detta anche «libro delle due vie»; lo Pseudo-Barnaba riassume nei capp. 18-21 la dottrina delle «due vie» esposta nella Didaché. Notevoli accenni al c. s. si hanno anche nel Pastore di Erma, che insegna l'«encratismo» inteso nel senso ortodossio di ascetismo. La vita cristiana è assomigliata ad un c. s. soprattutto nella II Epistola pseudo-clementina, omelia in cui l'oratore propone, dopo un breve esordio su Gesù Cristo (capp. 1-4), il suo tema (capp. 5-7), cioè il c. s. che il cristiano deve condurre contro il mondo; il concetto di questa lotta è sviluppato nei capp. 8-17 (questo celeste c. consiste specialmente nello sviluppo delle virtù cristiane: penitenza, purità, carità, confidenza, ecc.), e concluso nei capp. 18-20 con un caldo invito a servir Dio e a lottare per lui, costi ciò che può costare. La letteratura patristica del sec. II-III è letteratura di c., trovandosi la Chiesa in un secolo di lotta.
L'Epistola a Diogneto sviluppa il concetto della lotta tra carne e spirito (c. 5-7). Clemente Alessandrino concepisce il «pedagogo», cioè Cristo, non solo come padre, ma anche come pilota e generale che guida i cristiani.
alla battaglia contro i vizi del mondo (cap. 1). Origine sviluppa il concetto della lotta del cristiano contro il demonio, il mondo, la carne (De principiis, III: PG 2, 425-562, 641-1632). S. Efrem, la cui dottrina spirituale ha esercitato un grande influsso nei monasteri orientali, considera la vita spirituale sotto la luce di un c. di cui indica le armi pronte per sostenere il cristiano nella vita, cioè il digiuno, la temperanza, la preghiera, le sante letture, l'esercizio delle virtù, e in modo particolare la carità, la verginità, la pazienza, l'umiltà e la penitenza (cf. G. S. Assemani, Opera omnia graece, latine, syriace, serie greca, I, Roma 1732, p. 66; II, pp. 321-22, 461; particolarmente nel Trattato sulla vita spirituale, serie greca, I, pp. 258-82; e in quello sulla formazione dei monaci, III, pp. 337-56), concetto ripreso da S. Giovanni Crisostomo, da S. Nilo Abate, e da tutto il monachismo orientale. Di questi scrive F. Cayré (I, p. 497 sg.) che sembra abbiano particolarmente meditata che questa vita è un c.; hanno compreso e gustato le parole con cui S. Paolo esortava gli Efesini a rivestirsi dell'armatura di Dio. I nemici contro cui il monaco deve combattere sono il demonio e i vizi. Il monaco doveva particolarmente vigilare contro Satana, le tentazioni, ossessioni e illusioni demoniache, imparando a riconoscere l'aggressione nell'inquietudine dell'anima, e ricorrendo alle tre armi: preghiera, lavoro, digiuno. Tale insegnamento è molto bene espresso in S. Gerolamo, e nelle Institutiones e Collationes di Cassiano ai monaci.
di Verona, fondò in quella città l'Istituto delle missioni africane, che più tardi assumerà la forma di congregazione religiosa col nome di Figli del S. Cuore di Gesù. Poco dopo (1872) fondò, pure in Verona, la Congregazione delle Pie Madri della Nigrizia.
Nominato provicario (1872) e poi (1877) vicario apostolico dell'Africa centrale e vescovo titolare di Claudiopoli, stabilì la sua residenza in Khartum, ma compì lunghi viaggi nella Nubia, nel Kordofan e nel Dar-Nuba e fondò stazioni a el-Obeid, Delen, Berber. La schiavitù era allora molto diffusa nel Sudan. Il C. non cessò mai di levar la sua voce contro questa piaga, rivolgendosi in particolare al khèdivé d'Egitto e alle autorità locali, le quali non di rado erano conniventi al turpe mercato. Per parte sua egli teneva aperte le porte delle sue missioni agli schiavi perseguitati, che accoglieva e ridonava alla libertà, spesso dopo averli fatti cristiani. Per questi apri una colonia agricola a Malbes, ove col lavoro si guadagnassero la vita.
I suoi rapporti e il suo copioso epistolario sono ricchi di notizie e di osservazioni utili per la storia della civilizzazione africana. Compilò un dizionario nubiano d'alto valore scientifico, cui devono aggiungersi studi considerevoli sulla lingua dei Denka.
Fincato dalle febbri morì in Khartum il 10 ott. 1881. Si sono istruiti i processi ordinari per la sua causa di beatificazione.