DONI, ANTON FRANCESCO. - Poligrafo, n. nel 1513 a Firenze, m. a Monselice nel sett. del 1574. Fu frate servita e poi prete secolare (a Firenze apri una tipografia nel 1546 con l'aiuto di Cosimo I, ma senza fortuna), postulante di favori da principi e letterati in varie città dell'Italia centro-settentrionale, infine folle solitario in un torraccchione abbandonato.
Litigioso, attaccò furiosamente il Domenichi e l'Aretino «bestiale antichristo» (Il terremoto, 1556); insofferente di disciplina, non conferì decoro all'abito ecclesistico (scriveva all'Aretino, prima dell'ostilità: «s'io non fossi prete, e' mi starebbe bene l'esser virtuoso»); brioso in apparenza, covò nell'intimo un umor nero, acuito dagli stenti e stordito con il gaio e, spesso, grasso novellare. Amò Dante, Petrarca, ogni forma d'arte, il bel libro; spregiò la pedanteria e l'angustia mentale, bramoso di superare il suo tempo e curioso dei più svariati problemi sociali, religiosi, estetici, scientifici; si occupò persino di chiromanzia e telepatia, con intuizioni nel campo frenologico e psichiatrico. Nella Zucca (1551-52; 2a ed. 1565), miscellanea di aneddoti, lettere, proverbi, abbozza, tra l'altro, una teoria del plus-valore («il ricco dice: «io pago tutta la servitù mia», «di che la paghi della tua fatica?», «messer no, della fatica d'altri», ecc.», p. 123 della 2a ed.); ne I mondi (1552-53) profila un assetto idillico dell'umanità con anticipazioni socialistiche (nel 1548 aveva stampata l'Utopia del More tradotta da Ortensio Lando); nelle Libraria prima e seconda (1550-51) redige il più antico repertorio di libri a stampa e manoscritti, ma includendovi anche dati fantastici. Tentò la commedia (Lo studio), il poema (La guerra di Cipro), il trattato (La moral filosofia; Dialoghi della musica, con saggi musicali del tempo; del Disegno); la lirica. L'opera migliore è costituita da I marmi (1553), registrazione arguta di conversazioni su vari argomenti, che il D. immagina tenute da suoi concittadini seduti sui gradini marmorei di S. Maria del Fiore e inconscio affresco della coeva vita fiorentina. Interessanti le Lettere (1543), spia di questo tipo singolare, che, in rare pagine pensose, seppe esprimere una fondamentale pietà per l'umano soffrire, la malinconia per lo squilibrio tra ideale e reale, il senso della morte, e «sotto apparenze istroniche nascondeva una vena morale che per la sua indisciplinatazza d'uomo e di letterato andò dispersa» (A. Momigliano).