ESARCA. - Nell'antichità classica, s'intendeva per e. il direttore del coro o il presidente di un col-legio di sacerdoti. L'uso della parola divenne, nel-

L'Impero d'Oriente, prevalentemente militare e servi, sotto Giustiniano (Novella 130), a designare più parti-colarmente il capo di una spedizione militare, il dux dei Romani. Istituito l'esarcato di Ravenna nel 584 e quello di Africa nel 591, l'è. fu il luogotenente del-l'imperatore di Bisanzio, capo di tutta l'amministra-zione civile, militare e giurisdizionale dell'esarcato.
Nell'uso ecclesiastico orientale dei primi secoli, furono chiamati e. sia i titolari delle sedi me-tropolitane (can. 6 del Concilio di Sar-dica), sia, più fre-quentemente, i ve-sovi costituiti a capo delle maggiori cir-coscrizioni ecclesiasti-che, chiamate dio-cesi e comprendenti più province, came l'è. di Asia (Efeso), quello del Ponto (Neocesarea) e quello di Tracia (Eraclea), sia gli stessi patriar-chi (can. 2 del I Concilio Costan-tinopolitan, can. 9 e 17 del Concilio di Calcedonia). Dal medioevo in poi, il titolo, ormai merame-nente onorifico, fu concesso dai patriar-chi anche a titolari di alcune sedi me-tropolitane più im-porranti. Però, nel-l'uso generale odier-no, esso designa i delegati del patriarca o del vescovo per un negozio specifico o per una missione permanente. Gli esarcati più cele-bri erano quello di Georgia, costituito nel 1802, quello di Bucarest prima del-l'erezione dell'oma-nimo patriarcato nel 1902.
Esarco di TITALIA (di Ravenna). - Re-stituita l'Italia all'Impero dopo la caduta del Regno degli Ostrogoti, ne tenne il governo il con-dottiero bizantino, che aveva conseguita la vittoria finale, Narsete, con poteri praticamente illimitati anche nell'ambito dell'amministrazione civile. Ri-messo Narsete, intorno al 568, dall'imperatore Giu-stino II, non gli fu dato un successore con le stesse attribuzioni, e la penisola italiana ebbe soltanto un governatore civile, il praefectus praetorio Italiae, con sede a Ravenna e un comando militare supremo per le truppe in Italia cessò di esistere. Ma non tardò a manifestarsi evidente la necessità di ricostituirlo, con poteri preminenti su quelli dei funzionari civili,
quando il rapido dilagare dell'invasione longobarda sino all'Italia meridionale mostrò quanto fosse necessario una direzione militare unica delle operazioni belliche, capace di far convergere tutte le risorse amministrative della penisola ai bisogni connessi con il rinnovato stato di guerra. Perciò nel 584 l'Imperatore Maurizio investì del comando militare supremo in Italia, un alto dignitario della sua corte, che inviò a Ravenna con il titolo di esarca.
L'escursa (exar-chus, traslitterazione latina del termine greco ἐξαρχος, «colui che è primo») ebbe anch'egli sede fissa a Ravenna, nel palatium che era stato residenza successivamente di Onorio e degli ultimi imperatori in Occidente, di Odoacre e di Teodorico e suoi successori. Di nomina sovrana, era di norma insignito della dignità eminente di patrizio; aveva giurisdizione militare sulla penisola italiana, ed un effettivo controllo sulla amministrazione civile. La denominazione esatta di questo dignitario è dunque «esarca d'Italia» («carcato d'Italia»), non «esarca di Ravenna» (esarcato di Ravenna), come comunemente si dice. È anche infondata l'opinione generalmente accettata, che il primo esarca si chiamasse Decio, perché in realtà la serie degli esarchi d'Italia si apre con Smaragdo, mentre solo per errore si attribuì questa carica anche a un Decio. Nel corso del sec. VII, scomparso il praefectus praetorio, l'esarca riunì definivamente nelle sue mani anche i poteri civili, ed assunse la figura di un vero e proprio luogotenente dell'imperatore nella penisola, ed in certi periodi ebbe persino l'autorità di confermare le elezioni papali. Nella prima metà del sec. VIII la ripresa delle conquiste longobarde per opera di Liutprando ridusse l'esarca a far sentire in modo continuativo e concreto la sua autorità solo su quelli, dei territori della penisola rimasti all'Impero, che erano a contatto immediato con la sua residenza. Allora soltanto apparve la denominazione «exarchatus Ravennae, Ravennae nantium», che si trova per la prima volta nella biografia di Stefano II (752-57) del Liber Pontificalis. Derivava da una innovazione introdotta nella terminologia ufficiale bizantina ma dall'uso invaso nei circoli della Chiesa di Roma di indicare così i territori appunto, sui quali negli ultimi decenni l'esarca aveva avuto vera giurisdizione diretta cioè all'Emilia orientale, fra la destra del Panaro e l'Adriatico, fra la zona Po di Volano-Valdi di Comacchio e la zona della Pentapoli sulla sinistra del Musone. Erano i territori che, già caduti in gran parte in potere di Liutprando, furono completamente conquistati nel 750-51 da Astolfo, che il 4 luglio 751 datò un suo privilegio dal palatium di Ravenna, dopo fatto prigioniero l'esarca Eutichio, ultimo della serie. La maggior parte di questi territori fu trasferita al governo temporale della Chiesa di Roma per effetto delle donazioni caro-lingie e cominciare da Pipino. La storia dell'esarca, non più d'Italia, ma di Ravenna, dal 750-51 non più bizantino, dal 756-57 in poi è un capitolo della storia dei domini temporali della Chiesa di Roma.
Bun.: Ch. Duchi, Etudes sur l'administration byzantine dans l'exarchat de Ravenna (468-751), Parigi 1888; L. M. Harmann, Untersuchungen zur Geschichte der byzantinischen Verwaltung in Italie (549-759), Lipsia 1889; E. Caspar, Pippin und die Römische Kirche, Berlino 1914, pp. 123-30; K. Heldmann, Das Kaiserium Karls des Grossen, Weimar 1928, pp. 122-31, 140, 202-204; M. Uhlitz, Die Restitution des Exarchates R. durch die Ottonen, in Mittell. d. Oesterr. Just. f. Geschichtsforsch., 50 (1936), pp. 1-34; R. Cessi, Le prime conse-guenze della caduta dell'E. nel 757, in Atti del V Congresso intern. di studi bizantini, Roma 1939, pp. 79-84; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Loucobardi, Bologna (1941-42), V. indice; id., Le prime manifestazioni concrete del potere temporale dei padri sull'E. di R. (756-757), in Atti dell'Instituto vescovo, Cl. di scienze mor. e lett., 105 (1947-48), pp. 280-300.