FINANZA PUBBLICA

FINANZA PUBBLICA. - Si suole derivare l'etimologia di finanza dal termine medievale a fini di finanza (corruzione da "finire") e s'intende a "attori con cui si trattavano e conchiusavano (in finanza) i conti per una prestazione di opera, una composizione, una taglia. C'è una finanza privata e una fra, e la prima è costituita in senso largo dalla ricchezza privata; la seconda dalla ricchezza pubblica. Naturalmente, con l'andare del tempo, il significato di finanza andò per una parte ampliandosi e per l'altra determinandosi meglio a seconda delle varie circostanze e necessità sociali.

SOMMARIO: I. F. p. e attività finanziaria. - II. Elementi costitutivi della f. p. Elementi e presupposti minori. - III. Le spese pubbliche. - IV. Le entrate pubbliche. In principale: I. Le imposte e i sistemi tributari. - V. Stato. - VI. Le entrate straordinarie: il debito pubblico. - VII. F. p. e circolazione monetaria. Le ricorrenti infrazioni: loro cause e loro effetti nella finanza degli Stati. - VIII. Lo studio scientifico della f. p.

I. F. p. e attività finanziaria. - La f. p. ha per oggetto i fatti relativi alla ricchezza che lo Stato e i minori enti pubblici si procurano e impiegano per il raggiungimento dei fini pubblici che si specificano in bisogni pubblici.

Se si ha riguardo al soggetto (lo Stato e, nel suo ambito e secondo le forme ed entro i limiti da esso stabiliti, gli enti minori: regioni, province, comuni, ecc.) che compie tali fatti, si parla di attività finanziaria; e questa espressione sottintende sempre la qualifica di pubblica. Del resto la rilevanza di tale attività nella storia dei popoli - come comunità politiche progredite - è stata sempre così forte ed ha acquistato così chiaro senso, di fronte alle altre attività di ricchezza (dei privati, e dello Stato medesimo in quanto, come i primi, esercita commerci, industria, ecc.), che la sola parola finanza nell'uso corrente si è sempre dimostrata nel significato proprio di f. p. Finanze nel Cinquecento entrò nell'uso in Francia con riferimento agli enti pubblici, per significare la ricchezza di più specialmente l'entrata dello Stato per il conseguimento dei suoi fini. Il qual compiuto senso si trae basantemente dalla seguente frase del cancelliere De l'Hospital (1568): "Non adversaries ont peu de finance, unitis ita mehanacini boni".

II. ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA F. P. ELEMENTI O PRESUPPOSTI MINORI. - Tre sono, dunque, gli elementi costitutivi dell'attività finanziaria:

a) lo Stato, che forma l'elemento soggettivo; e ciò anche quando si tratta degli enti pubblici ed esso sottoposti, giacché i bisogni pubblici soddisfatti da tali enti rientrano pur sempre nei fini dello Stato, e la finanza loro è regolata dallo Stato, nel modo anche di ordinarla a quella sua propria;

b) i fini dello Stato (elemento oggettivo), i quali sono genericamente determinati come fini di conservazione e di sviluppo dell'organismo politico;

c) la ricchezza, che è costituita da beni economici (reddito e patrimonio) già esistenti in massima parte presso le economie private e dei quali lo Stato si serve in data misura (normalmente, nello Stato moderno, mediante tributi: imposte, tasse, ecc.) formando le entrate pubbliche e impiegando queste in spese pubbliche.

Gli elementi o presupposti minori dell'attività finanziaria sono relativi all'ambiente storico e locale. Essi riguardano i vari aspetti della vita dello Stato, nella quale è anche la vita della società, nei suoi elementi materiali e spirituali, come sarebbero: il regime produttivo e distributivo della ricchezza; la distribuzione territoriale della popolazione e la sua divisione in classi di reddito e professionali, e anche, per un poco, la conformazione fisica del territorio stesso; il rispetto che lo Stato ha della proprietà privata, e della libertà in cui tiene il costituirsi del reddito e dei consumi e risparmi privati, e gli scambi con l'estero, la cultura e l'istruzione del popolo, e anche quelli che sono i suoi costumi di vita domestica e sociale; l'educazione fiscale dei contribuenti, le forme politiche e gli stabiliti rapporti che caratterizzano quelli che si dicono diritti civici e di libertà del cittadino, in cui entrano la pubblicità che si fa dei bilanci finanziari e il rispetto in cui si tiene l'opinione pubblica circa l'azione finanziaria dello Stato e degli altri enti pubblici; e via dicendo.

III. LE SPESE PUBBLICHE

Le spese pubbliche, dal principio del sec. XIX, dimostrano un notevole e continuo aumento progressivo, in relazione alla crescente dilatazione dei fini dello Stato.

Presentemente, il fine di quella che si chiama sicurezza o prosperità sociale nella gran parte dei paesi europei e americani forma una spinta fortissima all'aumento delle spese pubbliche degli Stati e dei minori enti territoriali (regioni, province, comuni) e non territoriali (enti amministrativi istituzionali creati o riconosciuti dallo Stato con personalità giuridica propria per conseguire determinati scopi d'ordine sociale ed economico).

Si vanno anzi creando sempre più le condizioni di una finanza parafiscale, la quale, appunto, serve come limite alla finanza classica relativa ai fini fondamentali e tradizionali degli organismi politici, per lasciar posto ad una finanza svolta dagli enti pubblici non territoriali, con scopi e compiti speciali di socialità e d'impulso della vita economica; e tale finanza si conviene chiamare parafiscale, pur non avendo ancora limiti teorici e pratici ben determinati, specialmente riguardo alla natura ed ai compiti di una numerosità di istituzioni e di associazioni di carattere volontario o anche di natura mutualistica obbligatoria, fra cui principalmente le assicurazioni sociali.

Oltre a ciò, una politica di investimenti pubblici, in questo secondo dopoguerra, serve come strumento per attuare mutate forme d'intervento dello Stato sulla vita economica (dirigismo, pianificazione) e agisce pure come forza per raggiungere nuovi scopi di socialità e di progresso civile ed economico. Gli investimenti pubblici costituiscono così un superamento della classica politica delle opere pubbliche (limitata a oggetti di viabilità, porti, fortificazioni, ecc.) e danno al credito pubblico nuove direzioni per nuovi obiettivi da raggiungere su tutta l'economia nazionale anche mediante la manovra generale del credito e degli investimenti privati.

IV. LE ENTRATE PUBBLICHE. IN PRINCIPALE: LE IMPOSTE E I SISTEMI TRIBUTARI. — Soltanto nello Stato moderno e nei tempi più vicini a noi le entrate pubbliche sono costituite nella loro quasi totalità da tributi (entrate d'irrate), mentre nel passato, e tanto più nel medioevo e nella prima età moderna, vi erano fonti di entrate in gran parte costituite da patrimoni che si ritenevano appartenere a titolo personale ai sovrani e principi, ovvero da commerci e produzioni da essi esercitati o promossi (domani fiscali, producente entrate originarie); oltreché da diritti nelle forme di regalie a loro medesimi spettanti e dai quali hanno origine certe forme di imposte dello Stato moderno più progredito.

Le imposte colpiscono i redditi e i patrimoni dei singoli (contribuenti) tanto direttamente (imposte dirette) quanto indirettamente (imposte indirette, che colpiscono i consumi, i trasferimenti delle ricchezze e gli atti di scambio in generale).

Con le imposte gli Stati contemporanei più progrediti giungono a prelevare in media la terza parte della totalità dei rispettivi redditi nazionali. Onde si comprende l'importanza massima che nella f. p. di ciascun paese ha la formazione del sistema tributario, regolato da criteri di organicità e razionalità.

Le imposte, altre al loro scopo primordiale di procurare le entrate al fisco per le spese pubbliche, odierna-mente vanno sempre più sviluppando collaterali le entrate che compiti non propriamente fiscali. Possono, cioè, essere attuate come strumento diretto a modificare o correggere il corso naturale della vita economica (come i dati protetti, che servono a limitare la concorrenza all'interno dei prodotti stranieri) o a raggiungere scopi di socialità (come avviene con le aliquote fortemente progressive nelle imposte che colpiscono la capacità contributiva manifestata dalla somma dei redditi o dei valori patrimoniali di una persona fisica, o i patrimoni trasferiti per eredità, legati o donazioni; con tendenza quindi a mitigare la disuguaglianza delle ricchezze individuali), ecc.

Da ciò la distinzione in finanza fiscale e finanza extra-fiscale, che però si presta a lasciare malamente intende la reale natura del fenomeno finanziario.

V. IL BILANCIO DELLO STATO

Uno strumento contabile e giuridico di grandissima importanza nello Stato moderno, per i riflessi di ogni ordine politico, costituzionale, amministrativo e di ordine nella gestione del denaro pubblico, è il bilancio, sia per la previsione (bilancio di previsione) periodica (che è annuale, ma tendente oggi a periodi più lunghi) dei fatti finanziari rappresentati da partite numeriche tanto per le entrate che per le uscite o spese, e sia per la loro effettuazione e, poi, per il rendiconto (bilancio consuntivo).

VI. LE ENTRATE STRAORDINARIE: IL DEPUTO PUBBLICO

Le entrate straordinarie, per far fronte a spese straordinarie, sino ad un certo limite relativamente ridotto possono essere date da tributi straordinari, ossia mediante temporane aumento delle aliquote di alcuni o tutti i tributi esistenti o la introduzione di nuovi tributi in via temporanea.

Nasce quindi un lato, odiernamente molto rilevante, dell'attività finanziaria: quello dei prestiti pubblici, nelle specie di: a) debito fluttuante (per sopperire a momentane defezioni di cassa, cioè per pagamenti che nelle previsioni sono ritenuti sufficientemente coperti dal complesso delle entrate che, rispetto a tali pagamenti, sono in ritardo di riscossione), di cui principalmente si ha la forma di buoni del tesoro ordinari (con scadenza breve che in Italia va da uno a dodici mesi); b) debito consolidato, che è o a scadenza indeterminata (senza scadenza) a allora si dice debito irredimibile o perpetuo, a scadenza determinata, cioè si ha il debito redimibile, per lo più estinguibile mediante sorteggi annuali (ammortizzabile). Vi è una forma intermedia fra il debito fluttuante e quello consolidato, specificata in buoni del tesoro straordinari, con scadenza pluriennale (in Italia prevale quella novembre) che s'inserisce come forma di attesa, per essere alla fine (quando il mercato del credito e le condizioni politiche si presentano favorevoli) trasformato in debito consolidato. Prolungandosi tale attesa, si provvede mediante rinnovazioni dei medesimi buoni giunti alla scadenza.

Naturalmente il debito pubblico determina partite di spese pubbliche ordinarie, per il servizio del pagamento degli interessi dei prestiti da cui è formato, nonché dei premi che spesso vi sono connessi.

All'interno dei rimborsi e di altre forme di estinzione del debito pubblico, che tendono vieppiù a limitarsi al solo debito fluttuante propriamente tale (ma che pur sempre riprende annualmente), lo Stato ha una sola via palese per ridurre il carico della spesa pubblica per gli interessi del suo debito contratto in condizioni di mercato del credito poco favorevoli: quello della conversione del debito consolidato irredimibile; la quale, quando è volontaria od opzionale (conversione ordinaria), dà luogo alla sostituzione dei vecchi titoli del prestito con titoli nuovi portanti un interesse minore.

VII. F. P. E CIRCOLAZIONE MONETARIA. LE RICORRENTI IN FALZIONI: LORO CAUSE E LORO EFFETTI NELLA FINANZA DEGLI STATI. — Forma materia di grave aspetto anche per la f. p. quello della circolazione monetaria, oggigiorno formata quasi dovunque esclusivamente da biglietti di banca in via principale.

Essa in momenti difficili per la f. p., come quelli nei quali ricorrono spese eccezionali — e, talora, ingenti a dismisura per potere essere sostenute con gli ordinari mezzi creditizi — determinate da guerre, suole formare un mezzo ed una fonte straordinaria di entrata, quale strumento occulto di debito pubblico (per altro senza interessi), appunto mediante la emissione di carta moneta per i bisogni dello Stato nascenti per tali cause.

La inflazione della circolazione, che ne è la conseguenza inevitabile ed infernabile — almeno finché dunque quelle cause provocatrici —, producendo l'effetto della svalutazione dell'unità monetaria, con i danni sull'intera economia del paese, ha però la virtù di ridurre il peso della massa dei prestiti pubblici precedentemente emessi dallo Stato di dazi minori enti pubblici (ed è lo stesso per i prestiti nei rapporti fra privati) in ragione della riduzione del valore della stessa unità monetaria, riferito ai rispettivi momenti di emissione dei prestiti medesimi.

È in conclusione, malgrado l'enorme massa sempre nominalmente crescente dei prestiti pubblici, quale si va facendo dal principio del cec. XIX ed oggi, quasi tutti gli Stati, per effetto delle ricorrenti svalutazioni conseguenti ad altrettante ricorrenti inflazioni monetarie — certo non volute né ricercate dai rispettivi governi — si vengono a trovare di tratto in tratto notevolmente alleggeriti (nel confronto con le altre parti di bilancio) quanto al peso effettivo per oneri di debito pubblico.

VIII. LO STUDIO SCIENTIFICO DELLA F. P. — Come oggetto di studio scientifico, la f. p. dà luogo ad una delle più importanti discipline sociali, insegnata come materia fondamentale in tutte le facoltà di giurisprudenza, di

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scienze economiche e di scienze politiche: la scienza delle finanze, insieme al diritto finanziario.

Rispetto a tali studi l'Italia si è acquistata più alta rinomanza nel mondo, sia per una sua più lunga tradizione secolare: sia per il maggior numero di ingegni che vi si dedicano, per ricerche pubblicazioni che formano una letteratura scientifica che si va facendo sempre più abbondante raggiungendo per contributi su ogni genere, specie e aspetto della materia finanziaria, che è fra le più complesse nell'intricato campo delle scienze sociali.

Il fondamento della scienza delle finanze è essenziale, mentre politica, con carattere etico-giuridico specificamente nel quadro della dottrina dello Stato.

Nondimeno prevalere ancora il primo indirizzo della moderna scienza dell'infanzia, che è da fondamento economico, per cui il suo studio è fatto nel quadro della teoria economica, cioè riguarda la scienza delle finanze come una speciale branca della scienza economica. Ma l'errore di un tale, indirizzo si va ora facendo sempre più palese, onde il compito della teoria economica, rispetto ai fenomeni finanziari, si preciserà come sviluppare una categoria, sia pure importantissima, di studi degli aspetti economici di tali fenomeni, maggiormente riguardo alle imposte. Di esse infatti occorre conoscere gli effetti sulla vita economica (economia finanziaria) per aiutare alle ricerca di sistemi tributari che siano il più possibile efficienti pure rispetto al sano andamento degli affari economici, compatibilmente con i fini fondamentalmente politici dello Stato; i quali, riguardo alla finanza, sono regolati dal fattore morale e dalla coscienza giuridica storicamente operante.

L'indirizzo economico della scienza delle finanze è stato spesso corretto con l'introduzione in esso di elementi politici (non sempre intesi conformemente alla reale natura dello Stato, perseguente fini propri non coniugabili con quelli degli individui o di gruppi di individui) o di caratteri sociologici, nei quali dovrebbero rimanere assorbiti - secondo alcuni scrittori - il principio economico e l'elemento politico; mentre però bisogna riallacciarsi al puro senso della politicità dell'atto finanziario, com'era nei nostri scrittori, a partire da 5. Tommaso si sono alla prima metà del sec. XIX, caratterizzato dal fattore morale e dall'ordinamento giuridico dello Stato.

FINESTRA - FINE ULTIMO

medicatamente ordinata: «Sola creatura rationabilis est capax Dei, quia ipsa sola potest ipsum cognoscere et amare explicite» (S. Tommaso, De verit., q. 22, a. 2 ad §). Mentre perciò le nature irrazionali si muovono per l'inclinazione innata alle funzioni della specie (p. es., nei viventi, il nutrissi, il riprodursi, ecc.), la creatura spirituale può conoscere il Bene supremo che trascende la specie, e dispone della libertà per decidere del f. u. del suo agire con ciò «sceglie» il suo destino. L'uomo pertanto in quanto è dotato di un'anima intelligente e libera e attinge alla dignità di «persona», ottiene come «singolo» un valore trascendente, cioè l'immediato ordine a Dio che ciascuno può (e deve) tradurre in atto con l'esercizio della sua libertà: perciò nella sfera degli esseri spirituali, il conseguimento del f. u. non è in funzione della specie un'innocente determinato, ma resta sospeso all'ambiguità della decisione della libertà di ciascuno. L'esito sarà corrispondente alla natura della scelta: la felicità per chi ha scelto il Bene incommutabile, l'infelicità invece per chi ha scelto il bene apparente e transeunte.

Il f. u. può essere allora considerato dal punto di vista oggettivo e in questo convegno tutte le creature, in quanto esso è la gloria di Dio che ciascuno manifesta e attua il modo suo con il dispiegamento della propria attività. Oppure il f. u. può essere considerato dal punto di vista soggettivo cioè secondo quell'operazione che rende possibile all'agente il possesso ovvero l'unione con il Bene supremo: tale f. u. soggettivo evidentemente appartiene in proprio alle nature spirituali e comporta la quiete suprema della felicità piena e assoluta. Nel campo della teologia cattolica si disputa se il movente essenziale della beatitudine soggettiva sia da parte in un atto della volontà, come vuole lo scostino, oppure nella funzione propensiva dell'intelletto come sostiene il tumismo. Una dichiarazione esplicita di S. Tommaso permette di dare al primato ch'egli attribuisce al momento apprensivo il suo preciso significato che non è esclusivo del momento affettivo, ma piuttosto lo richiama come suo compimento costitutivo anch'esso necessario della beatitudine. Restando fedele al principio aristotelico: δέξις χιεῖν περὶ τὸ νόησις (De An., III, 10, 433 a 25) il s. Dottores afferma: «Quia felicitas est principalissimum bonum hominis, consequens est ut magis consistat in eo quod est rationale per essentiam quam in eo quod est rationale per participationem. Ex quo potest accipi quod felicitas principalis consistat in vita contemplativa quam activa, et in actu rationis vel intellectus quam in actu appetitus ratione regulati» (In X Eth., I, I, lect. 10, ed. Pitrat., Torino 1934, n. 125).

Ma è nel Commento del Vangelo di s. Matteo che s. Tommaso dà la formula completa e proprio con il preciso richiamo ad Aristotele: «Notandum quod secundum Philosophum, ad hoc quod actus contemplativi faciant beatum, duo requiruntur: unum substantialiter, scilicet quod sit actus altissimi intelligibilis, quod est Deus; aliud formaliter scilicet amor et delectatio» (Expositio super Ev. Matheae, cap. 5, lect. 1, ed. Parm., X, p. 49 b). La formula insolita corrisponde a quella di s. Agostino: «Beatitudo est gaudium de veritate» ch'è Dio stesso (Confess., X, 22; cit. in 1a-2ae, q. 4, a. 1, sed contra).

II. Cenno Storico

È chiaro che questa determinazione del f. u. soggettivo o felicità suppone la concezione di Dio, dell'uomo e del mondo ch'è propria della filosofia cristiana che poggia sulle verità (1) della creazione dal nulla di tutto il mondo e degli stessi esseri spirituali e (2) della sopravvivenza o immortalità personale delle anime individuali. Queste due verità, nel loro esatto concetto metafisico, sono mancate a tutta la filosofia greca e sono tornate nell'ombra nella filosofia moderna. I grandi sistemi socratici (Platone e Aristotele) criticano a fondo l'odonismo che collocava la felicità nei beni del corpo,

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Fingetia - F. del Casino Medicea, opers di B. Buontalenti (ca. 1480) - Firenze.

come, p. es., i cirenaici: il piacere appartiene beni alla felicità, ma come compimento, com'è la bellezza per la gioventù, e in qualche modo il piacere è il massimo bene:

mento della divina Provvidenza alla perfetta felicità dell'uomo nella vita eterna.

Bisogna riconoscere un profondo mistero nella "situazione naturale" dell'uomo ch'è attirato dal Bene infinito ma che, con le sole forze naturali del suo spirito non può né conoscere, né amare e godere in senso autentico e proprio; questo sia per la proporzione metafisica fra una natura che resta sempre finita, sia per una debolezza quanto inspiegabile altrettanto reale che impedisce al'intelligenza la scoperta chiara del vero e alla volontà l'aspirazione sincera del bene. Così l'umanità, anche nei più alti pensatori, non è riuscita a chiarire in modo definitivo il problema dell'ultimo destino e dell'immortalità personale e ha dovuto fermarsi a soluzioni precarie e discordanti: di qui l'irrequietezza e l'insoddisfazione che ha provato in ogni tempo la ricerca filosofica pura e la causa della molteplicità e instabilità dei suoi tentativi. Lo riconosce espressamente S. Tommaso per Aristotele e tutto il pensiero classico: "Quia vero Aristoteles vidit (Eth. Nic., X, 10, 1179 a 33 sgg.) quod non est alia cognitio hominis in hac vita quam per scientias speculativas, posuit hominem non consequi felicitatem perfectam sed suo modo. In quo satis apparet quantum angustiam patiebantur hinc inde eorum praeclara ingena, a quibus angustius liberabimur si ponamus [secondo la Fede] hominem ad veram felicitatem post hanc vitam pervenire posse, anima hominis immortali exsistente" (C. Gent., III, 38). Pertanto la filosofia moderna che abbandona la sorte del singolo limitandosi alla Ragione universale, non solo altera la promessa divina del cristianesimo, ma tradisce l'aspirazione più profonda del pensiero classico per una giustizia e felicità perfetta. Così l'"angoscia" dei filosofi antichi che non potevano avere la Fede, diventa la "disperazione" dei filosofi moderni che respingono la Fede.

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(10). Alineri
Finiguerra, Maso - L'Amnuniarione. Arruadio intersisto nella Sarrestia Nuova di S. Maria del Fiore - Firenze.

), intagliava (1452) una Paese ucommissione dell'Arte di Calimala. Lavorò a lungo nella bottega dell'orafo Pietro di Bartolomeo Sali, frequentata da Antonio Pollaiuolo, arricchissimo del F. Baldovinetti (v.) annota nei suoi Ricordi (1463-64) di aver dipinto le teste di cinque figure in due tarse di Giuliano da Majano su disegno di M. F., per gli armadi di S. Maria del Fiore. Di tali tarse l'Annunziato in S. Maria del Fiore (sacresta nuova) è quella che con maggiori probabilità risale a un disegno del F. sebbene

altri (Berenon, Arcangeli), ritengano tutte le tarse eseguite su cartoni di A. Baldovinetti (Natività, S. Zacob, Circoncisione, Profeti Amos e Isaia). Comunque, l'Annunziazione non è soltanto baldovinettiana: sono evidenti i richiami al Pollaiuolo, al Caragno, e si notano affinità con Giovanni di Francesco. Tale potrebbe essere il F.: non forte, anzi sfuggente personalità. Al quale non si possono riconoscere, almeno allo stato attuale delle ricerche, neanche i due nielli, le Paci, del Museo nazionale di Firenze. La Crocefissione infatti è forse di Matteo Dei e non corrisponde alla descrizione del Cellini (Trattato della orfeteria); l'Incoronazione presenta caratteri tipi-pecchi non rientra nel ciclo della Passione di Cristo, secondo la notizia del Vasari.

D'altra parte è assai incerta l'attribuzione al F., sia di numerosi disegni, come di una Cronaca fiorentina disegnata, a penna, che trovasi al British Museum, e che presenta spesso caratteri peselliniani, più che polizioleschi.

Bibl.: G. Vasari, Le Vite..., a cura di G. Milanesi, III, Firenze 1906, p. 287; V. ivi 1906, p. 443 sqq.; S. Colvin, Il filosofo inedito percorre la storia di S. Giovanni, Londra 1868; P. Kristeller, 3. V. in "Thieme-Becker, XI, 583-58 (con bibl.); M. Pitulaga, L'incisione italiana del Cinquecento, Milano 1930, p. 123; O. K. Giglioli, in "Miscellanea in onore di J. B. Supino, Firenze 1933; B. Berenson, The drach. of Florentine painters, Chicago 1938, p. 29; F. Arcangeli, Tarsie, Roma 1942.