loro che andarono a catturare il Redentore (Io. 18, 3; Act. 1, 16); tradì il Maestro con un bacio (Mt. 26, 49 e testi paralleli); fu anch'egli prostrato da Gesù con le parole: «Sono io» (Io. 18, 5) e dopo la condanna di lui si impiccò (Mt. 27, 3-5; Act. 1, 18).
Negli elenchi degli Apostoli G. è sempre nominato ultimo, con la nota infamante di «il traditore» (Mt. 10, 4; Mc. 3, 19; Lc. 6, 16). Gesù conosceva sin dall'inizio «chi fosse il traditore» (Io. 6, 64) e lo indicò con i titoli: «un diavolo» e «figlio di perdizione» (Io. 17, 12). Ma non si deve ritenere che G. fin da principio avesse brame perverso e che fosse un intruso nel collegio apostolico; fu eletto da Gesù assieme agli altri: doveva avere capacità pratiche e buone qualità che lo resero degno d'essere eletto apostolo ed economo.
La crisi incominciò forse nella sinagoga di Caphar-naum, ove la risposta di Gesù a Pietro lascia capire che G. non condivideva la fede del capo degli Apostoli (Io. 6, 70 sg.). Più di Pietro, G. dové essere scandalizzato dalle reiterate predizioni della Passione di Gesù (Mt. 16, 21-23; 17, 22 sg.; 20, 18 sg.). Andò poi aumentando in lui l'avarizia che ne fece un «lado» (Io. 12, 6), e dovette sottargli il rimprovero di Gesù alla cena di Bethania (Io. 12, 7 sg.), ove apprese, dalle parole del Maestro, che la fine di lui era ormai prossima. Di ciò ebbe conferma dopo l'entrata gloriosa di Gesù in Gerusalemme, quando Gesù accennò alla propria Crocifissione (Io. 12, 32). Allora la crisi scoppiò. E G. andò dai sacerdoti a domandare quanto gli avrebbero dato perché conoscesse loro il Maestro (Mt. 26, 14). È difficile stabilire il movente psicologico del tradimento. Gli Evangelisti, oltre al disegno di Dio (Io. 13, 18; 17, 12; Act. 1, 16), additano l'avarizia. Ma questa non spiega appieno la condotta di G. dopo la condanna di Gesù. Dovettero contribuire al tradimento di G. amore per il denaro, orgoglio ferito, illusioni cadute, e non è da escludere un certo amore per Gesù, amore umano che risorse quale impeto di disperazione quando apparvero chiare le conseguenze dell'orrendo fallo. Allora G., restituito il denaro, andò a impiccarci (Mt. 27, 5); la corda si ruppe o il ramo si piegò ed egli, battendo a terra, «crepò nel mezzo» (Act. 1, 17).
La leggenda costruì anche su G. Men-tre il Vangelo arabo dell'infanzia lo dà in-vasato dal demonio sin da bambino, Papia fa cenno di alcuni che lo credevano sopravvissuto alla impiccazione (in F. X. Funk, Patres ap., Paderborn 1901, pp. 360-63).
G. trovò nel corso dei secoli anche i suoi apologisti. Dai cainiti del sec. II sino ad un Roué del secolo attuale, attraverso E. Renan, Petruccelli della Gattina, G. Bovio, ecc., una scia di ammiratori ha cercato di difendere la persona ed il gesto, od almeno di scusarlo. Ma contro ogni tentativo di riabilitazione sta la parola di Gesù: «Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a colui per opera del quale egli viene tradito: sarebbe meglio per lui che non fosse mai nato» (Mt. 26, 24).
BimL.: W. Creizenach, Judas Ischarioth in Legende und Sages des Mittelalters, Halle 1875; W. Wrede, Vorträge und Studien, Tubinga 1907, pp. 127-46; D. Bergamaschi, G. I. nella leggenda, nella tradizione e nella Bibbia, in Scuola catt., 15 (1909), pp. 292-303, 423-36, 574-80; D. Haug, Judas Ischarioth in den neutestamentlichen Berichten, Friburgo in Br. 1930; R. B. Halas, Judas Iscariot. A scriptural and theological study of his person, his deeds, and his eternal lot, Washington 1946. Fedele Pasquero
ICONOGRAFIA. -
I. Archeologia
In alcuni sarcofagi cristiani si osservano due scene successive di G. con il Redentore; la prima rappresenta l'incontro, quando il traditore si appressò salutando: «ave Rabbi»; il secondo momento è il bacio (Mt. 26, 47-48). Così nel sarcofago di Servanne (Wilpert, Sarcofagi, tav. 15, 2). Della scena del bacio di G. si conoscono più esempi nei sarcofagi, tra i quali uno noto fin dal tempo di A. Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 431); altri editi dal Garrucci e dal Le Blant. Tra questi si ricordano i sarcofagi di Verona (Wilpert, Sarcofagi, tav. 150, 2) di Arles (ibid., tav. 32, 3; 148, 2; 217, 3). Nei sarcofagi si ha un solo esempio dell'impiccazione di G. in Arles; di esso il Wilpert riconobbe nel Museo di Nimes il frammento con la testa di G. a doppia faccia; l'artista volle così esprimere la falsità (ibid., tav. 15, 1).Nell'arte non cimiteriale G. è rappresentato in una delle colonne di S. Marco in Venezia quando va a ricevere il trenta denari (Venturi, I, fig. 252). Nella cassetta eburnea di Brescia G. addita Gesù ai soldati (J. Kollwitz, Die Lapsanothek von Brescia, Berlino 1933, p. 15, tav. 1).
Nell'Evangelario di Rabbülá, G. al Gethsemani ab-baccia il Redentore (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, III, Prato 1876, tav. 138); nel ciclo dei musica di S. Apollinare nuovo (sec. vi) è rappresentato prima il bacio di G., come in una delle colonne di S. Marco in Venezia, e poi nell'atto di riconsegnare a Caifa il prezzo del suo tradimento, scena questa che si riscontra in un dittico della cattedrale di Milano e in una delle colonne del ciborio di S. Marco. Nel ciclo musivo di una basilica della Spagna, forse a Saragozza, era effigiato G. impiccato all'albero, come viene attestato dal distico illustrativo, dettato da Prudenzio (Dittochalon, n. 41); questa scena si riscontra più volte; ad es., nella Lipsano-teca di Brescia (J. Kollwitz, op. cit., p. 32, tav. 5); in un avorio del Museo di Londra (O. M. Dalton, Catalogue of the ivory carvings of the christian era of the British Museum, Londra 1909, n. 291); in un dittico della cattedrale.

GIUDA ISCARIOTA - G. restituisce i denari e s'impicca. Miniatura del codice purpureo di Rossano (sec. vi).
GIUDA ISCARIOTA - G. riceve i trenta danari. Rilievo posto all'entrata della cripta della Cattedrale - Modena (sec. xii).
GRADE. 1.
1947. Arte
A prescindere dalla sua comparsa nelle innumerevoli immagini dell'Ultima Cena, le raffigurazioni del bacio e della cattura formano un elemento essenziale dei cicli della Passione nei monumenti medievali bizantini e italiani (musaici in S. Marco a Venezia e a Monreale; affreschi in S. Angelo in Formis; porte di Bronzo a Benevento e Monreale) raggiungendo con l'affresco di Giotto nella cappella dell'Arena a Padova il più alto livello artistico. L'ulteriore sviluppo iconografico dei temi suddetti riguarda l'introduzione di particolari veristici nell'atteggiamento degli sbirri (cf., ad es., le stampe del tardo gotico tedesco e ancora le tre silografie del Dürer); gli artisti del Rinascimento si sperimentarono nella riproduzione d'una scena notturna.Delle altre scene con G. come protagonista, la corruzione mediante i trenta sicli s'incontra per la prima volta nel sec. IX (Salterio Chludov a Mosca); nell'Occidente i relativi esempi si dividono tra la Germania (Evangelieri di S. Bernward a Hildesheim, ca. 1000; rilievo nel corso del duomo di Naumburg, ca. 1270), la Francia meridionale (rilievi romanici nei fregi di St-Gilles e di Beaucaire) e l'Italia (rilievo nella già citata colonna del ciborio di S. Marco, il rilievo del duomo di Modena, quadro di Duccio a Siena, affreschi di Giotto a Padova e di Barna a S. Gimignano). Al contrario del pentimento di G., del quale la colonna del ciborio a Venezia dà una delle rarissime rappresentazioni, la punizione del traditore cioè la sua impiccazione, già rintracciatà in un avorio a Londra del 400 a. s., si ritrova nell'Evangelario di Rabbûlâ, in miniature bizantine, nelle Bibbie catalane (ca. 1000) nonché nella colonna del ciborio a Venezia. Con l'andamento dei tempi si manifesta la tendenza di rendere la scena del suicidio, originariamente limitata agli elementi strettamente essenziali, quanto mai raccapricciante: con riferimento al testo Act. 1, 18, i rilievi due centeschi nel portale della Calenda a Rouen e nella facciata centrale di Reims dimostrano le viscere che escono dal corpo sventrato, mentre in un rilievo a Strasburgo (ca. 1300) le estrae il diavolo stesso.