GIUDA ISCARIOTA. - Apostolo, tristemente famoso per aver tradito Gesù. Figlio di un Simone, della città di Qérijôth (Io. 6, 72; 13, 2-26), forse l'odierna Hirbet el-Qarjatejn, cittadina della Giudea meridionale, fu chiamato all'apostolato (Lc. 6, 16) e costituito amministratore del gruppo dei « dodici » (Io. 12, 6; 13, 29). Tradi il Maestro per trenta monete d'argento (Mt. 26, 14 sg. e testi paralleli). Commensale all'Ultima Cena, non pare abbia partecipato alla Comunione eucaristica (Io. 13, 2-32). Condusse co-

(fot. Alinari)
Negli elenchi degli Apostoli G. è sempre nominato ultimo, con la nota infamante di « il traditore » (Mt. 10, 4; Mc. 3, 19; Lc. 6, 16). Gesù conosceva sin dall'inizio « chi fosse il traditore » (Io. 6, 6) e lo indicò con i titoli: « un diavolo » e « figlio di perdizione » (Io. 17, 12). Ma non si deve ritenere che G. fin da principio avesse brame perverse o che fosse un intruso nel collegio apostolico; fu eletto da Gesù assieme agli altri: doveva avere capacità pratiche e buone qualità che lo resero degno d'essere eletto apostolo ed economo.
La crisi incominciò forse nella sinagoga di Capharnaum, ove la risposta di Gesù a Pietro lascia capire che G. non condivideva la fede del capo degli Apostoli (Io. 6, 70 sg.). Più di Pietro, G. dove essere scandalizzato dalle reiterate predizioni della Passione di Gesù (Mt. 16, 21-23; 17, 22 sg.; 20, 18 sg.). Andò poi aumentando in lui l'avarizia che ne fece un « ladro » (Io. 12, 6), e dovette scottargli il rimprovero di Gesù alla cena di Bethania (Io. 12, 7 sg.), ove apprese, dalle parole del Maestro, che la fine di lui era ormai prossima. Di ciò ebbe conferma dopo l'entrata gloriosa di Gesù in Gerusalemme, quando Gesù accennò alla propria Crocifissione (Io. 12, 32). Allora la crisi scoppiò. E G. andò dai sacerdoti a domandare quanto gli avrebbero dato perché consegnasse loro il Maestro (Mt. 26, 14). È difficile stabilire il movente psicologico del tradimento. Gli Evangelisti, oltre al disegno di Dio (Io. 13, 18; 17, 12; Act. 1, 16), additano l'avarizia. Ma questa non spiega appieno la condotta di G. dopo la condanna di Gesù. Dovettero contribuire al tradimento di G. amore per il denaro, orgoglio ferito, illusioni cadute, e non è da escludere un certo amore per Gesù, amore umano che risorse quale impeto di disperazione quando apparvero chiare le conseguenze dell'orrendo fallo. Allora G., restituito il denaro, andò a impiccarsi (Mt. 27, 5); la corda si ruppe o il ramo si piegò ed egli, battendo a terra, «crepò nel mezzo» (Act. 1, 17).
La leggenda costruì anche su G. Mentre il Vangelo arabo dell'infanzia lo dà invasato dal demonio sin da bambino, Papia fa cenno di alcuni che lo credevano sopravvissuto alla impiccazione (in F. X. Funk, Patres ap., Paderborn 1901, pp. 360-63).
G. trovò nel corso dei secoli anche i suoi
apologisti. Dai cainiti del sec. II sino ad un Roué del secolo attuale, attraverso E. Renan, Petruccelli della Gattina, G. Bovio, ecc., una scia di ammiratori ha cercato di difenderne la persona ed il gesto, od almeno di scusarlo. Ma contro ogni tentativo di riabilitazione sta la parola di Gesù: « Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a colui per opera del quale egli viene tradito: sarebbe meglio per lui che non fosse mai nato » (Mt. 26, 24).
ICONOGRAFIA. -
1947. Archeologia
In alcuni sarcofagi cristiani si osservano due scene successive di G. con il Redentore; la prima rappresenta l'incontro, quando il traditore si appressò salutando: « ave Rabbi »; il secondo momento è il bacio (Mt. 26, 47-48). Così nel sarcofago di Servanne (Wilpert, Sarcofagi, tav. 15, 2). Della scena del bacio di G. si conoscono più esempi nei sarcofagi, tra i quali uno noto fin dal tempo di A. Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 431); altri editi dal Garrucci e dal Le Blant. Tra questi si ricordano i sarcofagi di Verona (Wilpert, Sarcofagi, tav. 150, 2) di Arles (ibid., tav. 32, 3; 148, 2; 217, 3). Nei sarcofagi si ha un solo esempio dell'impiccazione di G. in Arles; di esso il Wilpert riconobbe nel Museo di Nimes il frammento con la testa di G. a doppia faccia; l'artista volle così esprimere la falsità (ibid., tav. 15, 1).Nell'arte non cimiteriale G. è rappresentato in una delle colonne di S. Marco in Venezia quando va a ricevere i trenta denari (Venturi, I, fig. 252). Nella cassetta eburnea di Brescia G. addita Gesù ai soldati (J. Kollwitz, Die Lipsonothek von Brescia, Berlino 1933, p. 15, tav. 1).
Nell'Evangelario di Rabbùlà, G. al Gethsemani abbraccia il Redentore (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, III, Prato 1876, tav. 138); nel ciclo dei mussici di S. Apollinare nuovo (sec. VI) è rappresentato prima il bacio di G., come in una delle colonne di S. Marco in Venezia, e poi nell'atto di riconsegnare a Caifa il prezzo del suo tradimento, scena questa che si riscontra in un dittico della cattedrale di Milano e in una delle colonne del ciborio di S. Marco. Nel ciclo musivo di una basilica della Spagna, forse a Saragozza, era effigiato G. impiccato all'albero, come viene attestato dal distico illustrativo, dettato da Prudenzio (Dittochalon, n. 41); questa scena si riscontra più volte; ad es., nella Lipsanoteca di Brescia (J. Kollwitz, op. cit., p. 32, tav. 5); in un avorio del Museo di Londra (O. M. Dalton, Catalogue of the ivory carvings of the christian era of the British Museum, Londra 1909, n. 291); in un dittico della catte-

(da A. Muñoz, Codex purpureus Rossanensis, Roma 1906, tav. 18)
In alcune iscrizioni cristiane di Roma, di Capua, di Nola e di Ravenna si leggono espressioni deprecatorie per il violatore di sepolcri, al quale si minaccia o che «anathema habeat de Iuda» o «cum Iuda partem habeat».
2. Arte. - A prescindere dalla sua comparsa nelle innumerevoli immagini dell'Ultima Cena, le raffigurazioni del bacio e della cattura formano un elemento essenziale dei cicli della Passione nei monumenti medievali bizantini e italiani (musici in S. Marco a Venezia e a Monreale; affreschi in S. Angelo in Formis; porte di Bronzo a Benevento e Monreale) raggiungendo con l'affresco di Giotto nella cappella dell'Arena a Padova il più alto livello artistico. L'ulteriore sviluppo iconografico dei temi suddetti riguarda l'introduzione di particolari veristici nell'atteggiamento degli sbirri (cf., ad es., le stampe del tardo gotico tedesco e ancora le tre silografie del Dürer); gli artisti del Rinascimento si sperimentarono nella riproduzione d'una scena notturna.
Delle altre scene con G. come protagonista, la corruzione mediante i trenta cicli s'incontra per la prima volta nel sec. IX (Salterio Chludov a Mosca); nell'Occidente i relativi esempi si dividono tra la Germania (Evangelario di s. Bernward a Hildesheim, ca. 1000; rilievo nel coro del duomo di Naumburg, ca. 1270), la Francia meridionale (rilievi romanici nei fregi di St-Gilles e di Beaucaire) e l'Italia (rilievo nella già citata colonna del ciborio di S. Marco, il rilievo del duomo di Modena, quadro di Duccio a Siena, affreschi di Giotto a Padova e di Barna a S. Gimignano). Al contrario del pentimento di G., del quale la colonna del ciborio a Venezia dà una delle rarissime rappresentazioni, la punizione del traditore cioè la sua impiccagione, già rintracciata in un avorio a Londra del 400 ca., si ritrova nell'Evangelario di Rabbülâ, in miniature bizantine, nelle Bibbie catalane (ca. 1000) nonché nella colonna del ciborio a Venezia. Con l'andamento dei tempi si manifesta la tendenza di rendere la scena del suicidio, originariamente limitata agli elementi strettamente essenziali, quanto mai raccapricciante: con riferimento al testo Act. 1, 18, i rilievi duecenteschi nel portale della Calenda a Rouen e nella facciata centrale di Reims dimostrano le viscere che escono dal corpo sventrato, mentre in un rilievo a Strasburgo (ca. 1300) le estrae il diavolo stesso.