GIUOCHI

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GIUOCHI. - Il g. è un'attività delle forme superiori della vita biologico-psichica nell'uomo che si presenta sia come esplicazione di energie naturali fisiche (visibilissima nei g. dei fanciulli) sia come mezzo per esprimere la coesione religiosa e sociale del gruppo, fino a divenire un mezzo spontaneo di interruzione della vita di lavoro e di restauro dell'equilibrio fisiologico e psichico dell'individuo. Perciò il g. si trova in atto in tutte le civiltà dalle primitive alle più evolute.

Presso i primitivi il g. ha la sua radice nel motivo sacromagico, in atto presso tutti i gruppi umani primitivi, che vuol ravvivare, con l'energia che si prigionia dalle gare di danza, di corsa o atletiche, le forze della natura, e ciò specialmente nei momenti critici della vegetazione.

A questo motivo di carattere animistico va aggiunto quello sociale in quanto la compagine del gruppo si sente rafforzata dalla partecipazione alla medesima cerimonia; e in caso di g. votivi celebrati in seguito a una vittoria ottenuta ne riesce esaltato il principio vitale del gruppo e rinvigorita la sua gagliardia.

Lasciando da parte l'eleganza dei g. quali sono offerti dalle varie religioni, si accennerà a quelli in uso nelle religioni classiche di Roma e di Grecia.

I. Roma

In Roma i g. fin da principio furono di tipo agrario, in onore di divinità della vegetazione e si celebravano ad epoca fissa, diretti dagli edili. Accanto ai fissi vi furono quelli votivi in occasione di avvenimenti straordinari diretti dal dittatore o dal console.

Rispetto al tipo, i g. romani erano *circenses*, a base di esercizi ginnici e di corse, celebrati nei circhi; *minera*, spettacoli gladiatori in occasione di onoranze funebri; *scaenici*, rappresentazioni teatrali date per placare e onorare gli dèi.

Il valore religioso dei g. risulta non solo dall'affermazione degli scrittori «ludorum primum initium procurandis religionibus datum» (Livio, VII, 3), ma anche dal loro cerimoniale. La grande processione (*pompa*) che apriva i circensi era aperta dalle immagini o simboli degli dèi portati su barelle (*fercula*) ed iniziata con un

sacrificio (Dionigi d’Alicarnasso, VII, 70); qualunque errore od omissione commesso esigeva l’iterazione dello spettacolo (Cicerone, De har. resp., 11).

I principali g. romani disposti secondo l’ordine cronologico sono: 1) Ludi Romani (o Magni, o Maximi) si celebravano dal 4 al 19 sett. nel Circo Massimo in onore della triade Capitolina (Livio, I, 35). 2) Ludi Florales, istituiti nel 238 a. C. dedicati alla dea Flora; duravano dal 28 apr. al 6 maggio ed avevano carattere libero, a stimolo di fecondità (Ovidio, Fasti, III, 575 sgg.). 3) Ludi Apollinares, istituiti durante la seconda guerra punica per impetrare l’aiuto di Apollo, Diana e Latona, dal 6 al 13 luglio, erano di rito completamente greco e di carattere scenico (Livio, XXV, 12). 4) Ludi plebeii in onore di Giove Ottimo Massimo, menzionati per la prima volta nel 216 (id., XXIII, 30) ma di origine più antica. 5) Ludi Cerales, in onore di Cerere in quanto produce e sviluppa la vegetazione; li dirigevano gli edili plebei e cadevano il 19 apr. (Ovidio, Fasti, IV, 679 sgg.). 6) Ludi Megalenses. Ebbero inizio nel 194 in occasione della dedica del tempio di Cibele, la Magna Mater, sul Palatino. Erano scenici e duravano dal 4 al 10 apr.

Verso la fine della Repubblica e durante l’Impero si aggiunsero altri g.: i Ludi Victoriae Sullanae, fondati da Silla nell’82; i Ludi Victoriae Caesaris, fondati da Cesare nel 46; i Ludi Augustales fondati da Ottaviano nell’11 a. C.

Una speciale menzione va fatta per i g. secolari, Ludi saeculares, vecchia cerimonia catartica, da compiersi ogni secolo, che tendeva a purificare il popolo da miasmi fisici o spiritici. Questa cerimonia fu rinnovata da Augusto nel 17 a. C. quasi a consacrazione della nuova era di pace religiosa e politica da lui inaugurata dopo la guerra civile. La festa fu preceduta da tre giorni (26, 27, 28 maggio) di fumigazioni purificatrici (suffimenta), da raccolta di cereali (fruges) e si svolse dall’11 al 3 giugno, di notte con sacrificio alle Noeriae, alle Ilitie e alla Terra; e di giorno con cerimonie gioiose dedicate a Giove (1 giugno), Giunone (2 giugno), Apollo e Diana (3 giugno). Orazio compose il carme che 27 fanciulli e altrettante fanciulle cantarono a chiusura del rito.

II. GRECIA

In Grecia i g. (ἀγώνες ἱεροί) hanno un grande valore religioso-nazionale perché in essi la stirpe ellenica afferma la sua unità pur attraverso il frazionamento politico delle varie città-stato. Essi inoltre valsero ad eccitare nei Greci alcune qualità quali la forza, il coraggio e la giallardia giovanile. I g. (corse e lotta) si aprivano sempre con cerimonie religiose, ammettevano anche gare di poesie e di eloquenza e concedevano come ambitissimo premio di significato morale una corona di rami di piante sacre.

I g. più importanti, tutti risalenti alla prima metà del VI sec. a. C., sullo scorcio del medioevo ellenico, sono: 1) I Pitici, in onore di Apollo, che risalgono tradizionalmente all’anno terzo della 49a olimpiade (582 a. C.). Si svolgevano nella pianura di Crissa, sotto Delfi, da principio ogni nove anni, poi ogni quattro (penteterici) e ne era elemento essenziale la recitazione del τυπικός νόμος che narrava e rappresentava la vittoria di Apollo sopra il serpente Pitone primo possessore del luogo; in seguito, vi furono aggiunte gare ginniche e corse a imitazione dei g. olimpici. Premio ai vincitori era un ramo di lauro del Parnaso (Pindaro, Pyth., 8, 28). 2) I Nemai, in onore di Zeus, risalenti tradizionalmente all’anno quarto della 51a olimpiade (573 a. C.), si svolgevano nella Valle Nemea, presso la città di Cleona e avevano carattere funerario in quanto commemoravano la morte del fanciullo Ofelia (Archemoro). Erano triterici e si celebravano nel secondo e quarto anno di ogni olimpiade. Premio ai vincitori era una corona di apio (σέλινον; Pindaro; Nem., 4, 153). 3) Gli Istmici, in onore di Posidone, risalenti tradizionalmente all’anno quarto della 49a olimpiade (581 a. C.). Il dio li avrebbe istituiti per la morte del figlio Melicerta. Si celebravano a Schenuente nel golfo di Corinto, sotto la presidenza dei Corinzi. Gli Ateniesi vi avevano un luogo speciale, ne erano invece esclusi gli Elei forse per la gelosia mercantile tra Elea e Corinto. Erano triterici, si celebravano cioè il secondo e quarto anno di ogni olimpiade. Premio al vincitore una corona di apio. Nicola Turchi

4) Gli Olimpici. Erano i più antichi e importanti e si celebravano ogni quattro anni nella pianura di Olimpia (penteterici) in onore dell’eroe fondatore Pelope (Pausania, V, 8, 2), eponimo del Peloponneso, nel cui mito s’intrecciano motivi solari (la ruota, chiaro simbolo solare) e motivati funerari (la tomba dell’eroe esistente nel recinto dei g.).

L’anno storico tradizionale in cui per la prima volta furono celebrati i g. olimpici risale al 776 a. C.; tale data fu stabilita, allo scadere del V sec. a. C., dal soffista Ippia di Elide, il quale, riordinando scientificamente la lista degli olimpionici, poté risalire a quelli l’anno, determinando anche il primo vincitore della 1a gara olimpica: Korobios. L’opera di Ippia, alquanto rimaneggiata e completata da Aristotele e dalla sua scuola, divenne ca. un secolo più tardi la base di sistemi cronologici (Tiemo), ed elemento costante per la datazione, fino al 393 d. C., anno in cui Teodosio soppresse i g. olimpici.

Cinque erano i giorni ad essi consacrati (Pindaro, O. V, 6) e cadevano intorno al plenilunio del mese Parthenio (o Apollonio, se si trattava di anno intercalare) secondo il calendario eolo-dorico, corrispondente al mese Ecatombene del calendario ateniese, cioè a luglio-ago.

Riguardo all’importanza politica dei g. olimpici è da notare il fatto che, fin dalla 1a olimpiade, secondo la tradizione, allorché da Olimpia partivano i messaggeri (στραβώδης) per indire i prossimi g. olimpici, tra le città greche si stabiliva una «tregua sacra» (ἐκχειρίας). Per tutta la durata delle celebrazioni. Nello stesso periodo la zona di Olimpia, ove era il santuario di Zeus, era inviolabile da qualsiasi persona armata e gravissime pene erano comminate ai trasgressori.

Ai g. olimpici mentre potevano assistere liberamente gli uomini d’ogni età e condizione, delle donne solo le ragazze erano ammesse, essendo quelle maritate escluse nel modo più rigoroso (quelle che trasgredivano erano precipitate dal Monte Tymaiion). Unica eccezione si faceva per la sacerdotessa di Demeter Charnye, la quale aveva il suo posto di fronte agli Hellanodikai (i giudici delle gare).

Quanto poi alla incerta ed assai discussa distribuzione delle varie gare, va notato brevemente che nel primo giorno i giudici delle gare selezionavano i vari concorrenti: uomini, fanciulli e cavalli; quindi, dinanzi alla statua del terribile Zeus Horkios gli atleti, sulle carni ancora fumanti del cinghiale sacrificato, prestavano giuramento di lealtà. Questo stesso giorno (che coincideva forse con l’XI della luna) era consacrato prima di tutto ai vari sacrifici di buoi (βουθυρία) innanzi al grande altare di Zeus ed ai secoli dopo altri sacri alle 12 divinità maggiori (vedine l’elenco in Erodoro di Eraclea, frg. 29; nelle quali saranno piuttosto da riconoscere i 12 mesi dell’anno) eretti da Eracle (cf. Erodoro e Pindaro, O. V, 6). Quindi, dopo una gara di suonatori di trombette, si facevano le «libagioni cruente» (ἀμυχουρία) alla tomba di Pelope.

Le gare (ἀγωνίσματα) vere e proprie si iniziavano il secondo giorno con gli agoni ginnici dei fanciulli: nel terzo avevano luogo le varie corse a piedi (στάδιον, δίσκλος, σάκχος) e, forse, anche le gare multiple del πένταξλον: salto in lungo (ἀλμα), lancio del disco (δισχιοβολία), del giavellotto (ἀκουστίματα), corsa (δρόμος) e lotta (πάλη). Al termine di questa giornata, i vincitori (καλλιθύριοι) non numerose corteo salivano al tempio di Zeus e sacrificavano al dio le loro palme e le loro corone.

Nel quarto giorno si celebravano le gare più belle ed imponenti dei g. olimpici: le gare equestri (bighe, quadrighe, e, in età più recente, carri tirati da due muli), alla fine delle quali i proprietari dei cavalli erano solennemente premiati.

Infine, nel quinto giorno, una solenne processione formata dai vincitori, magistrati, ambasciatori delle città greche ed una enorme folla si recava ancora sull’Altis, ove erano compiuti sacrifici al grande altare di Zeus e sacrifici funebri presso le tombe dei mitici eroi (Scoli a Pindaro, O. V, 11, 33 b, c). La sera di questo solenne giorno, magistrati e vincitori, con un grande banchetto nel Pritaneo chiudevano le Olimpia (Pausania, V, 15, 12).

BIBL.: Sul valore religioso dei g. in generale : E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse, Parigi 1912, pp. 528-555; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, pp. 63, 459; Roma : A. Piganiol, Recherches sur les jeux romains, Strasbourg 1923; N. Turchi, La religion et la foi, Roma antica, Bologna 1939, pp. 113-118; I. B. Pighi, De l'induis saecularibus populi Romani Quiritium, Milano 1941, Grecia : R. Vallois, Les origines des jeux olympiques, in Revue des études anciennes, 3 (1926), p. 305 seq.; L. Deubner, Kult und Spiel im alten Olympia, Lipsia 1936; G. De Sanctis, Storia dei Greci, I. Firenze 1942, pp. 368-377.

III. Archeologia cristiana

È naturale che i bambini cristiani abbiano in genere posseduto gli stessi giocattoli e amato gli stessi svaghi dei loro coetanei pagani.

Presso le tombe di bambini nei cimiteri sotterranei di Roma furono trovate bambole articolate in osso e in avorio fin dal tempo di M. A. Boldetti (Osservazioni sopra i cimiteri, Roma 1720, pp. 496-97); due se ne rinvennero nel cimitero sotto il Viale Regina Margherita (E. Josi, Cimitero alla sinistra della Via Tiburtina al Viale Regina Margherita, in Riv. d'arch. crist., 11 [1934], p. 32, fig. 53; p. 213, fig. 74); furono prove trovati tintinnabula, campanelli in bronzo, fin dal tempo del Boldetti (op. cit., p. 498), come in epoca recente affissi ai loculi di bambini (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. d'arch. crist., 12 [1926], p. 114, fig. 34). In un sarcofago scoperto in un mausoleo del cimitero in catacumbas furono trovati dischi in avorio con cavalli. Il Boldetti rinvenne nei cimiteri romani anche piccole maschere in avorio (op. cit., p. 504). È nota la grande passione che i Romani avevano per i g. d'azzardo. Anche i seguaci della nuova fede non ne furono esenti, come risulta dagli scrittori cristiani. Dall'opuscolo «de aleatoribus» (v.), datato ora tra il 260 e il 300, risulta che il g. d'azzardo era assai diffuso tra i fedeli romani di quel tempo. Il Concilio di Elvira, a l'a. 300, per i fedeli che avessero giuocato ai dadi con denaro comminò un anno di scomunica. Nei canoni apogei stolici del secolo seguente il g. è interdetto a tutti gli ecclesiastici. Fra le antichità cristiane offrono particolare interesse le tavole da g. di marmo, tabulae lusoriae, pervenute in grande quantità quasi esclusivamente dalle catacombe e dalle altre sepolture cristiane di Roma, tavole che opportunamente segate servivano a chiudere le aperture dei loculi. Ogni tavoliere diviso in due settori uguali reca trentasei caselle, contrassegnate generalmente da lettere, che, disposte sei per sei, formano parole e frasi spesso riferendosi al g. stesso. Le regole di questo non sono conosciute con precisione. Senza dubbio era un g. di dadi e di pedine, di fortuna e di abilità. La maggior parte di queste tavole risale ai secc. III e IV, all'epoca cioè in cui si praticava la sepoltura nelle catacombe. Non sono rari, inoltre, gli esemplari che segni e scritture indi-cano come eseguiti da artigiani cristiani. Si deve perciò ammettere che queste tavole da g., prima di essere utilizzate come chiusura di sepolcri, sono realmente appartenute a famiglie cristiane.

BIBL.: G. Lafaye, «Lusoria tabula», in C. Daremberg e E. Saglio, Dictionnaire des antiquités, III, 11, p. 1403 seq.; H. Leclercq, in DACL, VII, 11, alle voci Jeu (tables de), coll. 2469-81 e Jeux et jouets, coll. 2504-27; H. Lamer, Lusoria tabula, in Pauly-Wissowa, XIII, coll. 1900-2029; A. Ferrara, in Civ. Catt., 1947, 1, pp. 134-42 e 494-503.

IV. NEL MEDIOEVO

Poche notizie sono pervenute dei g. in uso nel medioevo: generalmente i cronisti si limitano a ricordare quelli militari che accompagnarono qualche straordinario avvenimento. Altri furono più strettamente connessi con il costume religioso, come la festa romana della «cronomània» (v.). Nel sec. XIII, a Padova e a Treviso, in occasione della Pentecoste, si organizzava un g. popolare detto «dieta della onestà» (chiusa in una torre di legno), in presenza del clero, con la partecipazione di rappresentanze e gonfaloni delle città vicine. Dal sec. XII al XVI, a Venezia, si celebrò, con un singolare rito simbolico e g. cui partecipavano le alte dignità dello Stato, l'anniversario della vittoria ottenuta nel 1162 sul patriarca di Aquileia. Molti g., anche profani, avevano per tradizione la loro sede nelle chiese e durarono fino alla Controriforma (ad es., i g. del 10 maggio patrocinati dalla famiglia Colonna nella chiesa dei SS. Apostoli a Roma, cui presenziò nel 1523 papa Clemente VII; il fuoco di Pentecoste nel duomo di Orvieto, ecc.).

Nel periodo comunale risorse il gusto dei g. ginnici, alla cui importanza educativa rivolsero poi la loro attenzione umanisti insigni, come Guarino Veronese e Vittorio da Feltre. G. di fortuna, di inganno, di società, sono ripetutamente ricordati negli statuti comunali; ma quelli preferiti dalle conventicole e dai privati furono per eccellenza i dadi e i tarocchi (inventati dagli Arabi e diffusi in Europa dagli Spagnoli a partire dal sec. XIV). Grande fortuna ebbe pure il g. degli scacchi, cui si attribuirono sensi allegorici e astrologici. Non si fa qui cenno delle «corti bandite» e «corti d'amore»; ma non si può omettere di ricordare come la passione dei g. giullareschi si sia poi trasmessa alle corti del Rinascimento, ivi compresa quella papale, fino a Leone X e Clemente VII.
I g. medievali che sopravvissero sono per lo più connessi alle feste dei patroni di singole città. Altri caratteristici del costume civico italiano, come il palio di Siena, nacquero più tardi ed ebbero grande fortuna.

Per il termine g., inteso come svago, V. DIVERTIMENTI; inteso come ginnastica, V. GINNASTICA; inteso come gioco d'azzardo, di borsa, V. SCOMMESSE E GIOCHI D'AZZARDO.

BIBL.: L. Muratori, Dei costumi degli Italiani, dacché cadde in potere dei barbari l'Italia, in Antiquitates Italicae, II, Milano 1738, p. 831 seq. (diss. 20); G. Bertoni, Buffoni alla corte di Ferrara, Tarocchi versificati, in Poesie, leggende e costumanze del medioevo, Modena 1917, pp. 203-33; P. Scilla, Nomi latini di g. negli Statuti italiani, in Archivum latinitatis medii aevi, 5 (1930), pp. 190-214.