GIUSEPPE, santo. - Sposo di Maria Vergine e Padre putativo di Gesù (ebr. Jōsēph, forma apocopata di Jēhōsēph, «Jahweh accresca»; gr. Ἰωσήρ, lat. Ioseph, Iosephus), figura preminente nella storia dell'infanzia di Gesù, che s'impernia su di lui. Le poche notizie sicure di lui sono riferite nei due primi capitoli di Matteo e di Luca, e qualche altro fugace accenno è nei Vangeli. Di assai minore importanza sono i racconti degli Apocrifi, per il loro carattere spiccatamente leggendario: ma hanno avuto un largo influsso nella tradizione e nell'arte.
I. NELLA S. SCRITTURA
Il nome di s. G. figura nella genealogia di Cristo quale diretto discendente di David (Mt. 1, 16), quindi «figlio di David» (Mt. 1, 20; cf. Lc. 2, 4; 3, 23 sgg.), titolo messianico da lui legittimamente trasmesso al suo Figlio legale, Gesù (v. GESÙ CRISTO, genealogia).
Tra le circostanze menzionate da Luca nel racconto dell'Annunciazione, la più importante è che Maria, all'atto del messaggio angelico, era vergine ed al tempo stesso vincolata con Giuseppe, desponsata (Lc. 1, 27). Lo stesso attesta Matteo (1, 18), quando riferisce il turbamento di G. ai segni della maternità della sua sposa. Fino a quel momento la Vergine era «maritata» o solo «fidanzata» con G.? (la voce desponsata, come la corrispondente italiana «sposata», si presta facilmente ai due sensi). La risposta della tradizione non è concorde: i Greci, per lo più, parlano di fidanzamento; invece i Latini, quasi tutti, ammettono già celebrate le nozze, con la coabitazione in atto. Ma un'attenta esegesi del testo evangelico (Mt. 1, 18-23) permette di escludere questa seconda interpretazione. G., ignaro del mistero e turbato alla vista della sua sposa divenuta madre, pensa di rimandarla segretamente (dandole cioè regolare libello di ripudio, ma senza pubblicità, cf. ibid. 1, 19): a questo punto gli appare l'Angelo, che svela il mistero della Concezione verginale, e gl'ingiunge di «prendere con sé Maria, la sua sposa»: G. prontamente obbedisce, e «prende con sé (παρέλαβεν) la sua sposa» (ibid. 1, 20-24). Con le quali parole è indicato l'atto conclusivo del contratto matrimoniale presso gli Ebrei, che comprendeva due distinti momenti: la promessa (fidanzamento) e l'introduzione della sposa nella casa dello sposo, che avveniva ordinariamente dopo un anno dalla promessa e si festeggiava solennemente (cf. Io. 2, 1). Al tempo dell'Annunciazione, e fino a questo momento, i due sposi non coabitavano (Mt. 1, 18 «antequam convenirent»): dunque erano solo fidanzati. Tuttavia devesi rilevare che il fidanzamento, secondo il costume ebraico, era una «promissio de praesenti», e costituiva essenzialmente il vincolo matrimoniale, rendendo gli sposi veri coniugi prima ancora della coabitazione, che era il suggello solenne e definitivo del contratto matrimoniale. Per tal modo l'onore della Vergine e del suo Figlio (per il quale i Padri latini, ignari delle costumanze ebraiche, credettero indispensabile far precedere la celebrazione nuziale all'Annunciazione) era sufficientemente tutelato.
Alla nascita di Gesù (Lc. 2, 1 sgg.), in ossequio all'ordine di censimento di Augusto, G. si trasferì da Nazareth, ove abitava, a Betlemme, città di David suo padre. Da ciò non segue necessariamente che egli fosse nativo di Betlemme: il motivo del viaggio indicato dall'evangelista è la sua discendenza davidica (ibid. 2, 4). Ma la tradizione della sua origine betlemitica è autorevolmente confermata da s. Giustino (Dial., 78, 10: PG 6, 637). A Betlemme nacque Gesù e fu deposto in una mangiatoia, non essendovi luogo per essi nel «diversorio» (Lc. 2, 7). G. con Maria fu presente all'adorazione dei pastori (ibid. 2, 16), e dopo otto giorni, nel rito della circoncisione (che fu eseguita dal mōhēl, e non da s. G.; v. CIRCONCISIONE) impose al Bambino il nome Gesù, rivelato dall'Angelo (Mt. 1, 21.25), inaugurando così la sua missione paterna.
Alla Presentazione al Tempio fu G. che, nella sua qualità di capo della S. Famiglia, curò l'osservanza delle prescrizioni legali: si recò a Gerusalemme con la sua Sposa ed assistette al rito della Purificazione, offrendo altresì per il riscatto del Bambino un paio di tortore, l'offerta dei poveri (Lc. 2, 22 sgg.). Fu presente all'incontro con il pio vecchio Simeone, da lui fu «benedetto» insieme con Maria, e ne ascoltò il fatidico presagio sul Figlio e sulla Madre (ibid. 2, 34 sgg.). Dopo questo fatto ritornò probabilmente a Nazareth, forse per sistemare le sue cose (ibid. 2, 39). Dopo alcuni mesi è di nuovo a Betlemme, al tempo della venuta dei Magi: quantunque il racconto evangelico (Mt. 2, 1 sgg.) non faccia menzione di G., è fuori dubbio che egli fu presente all'adorazione e ricevette nelle sue mani i doni di quei sapienti. Subito dopo, avvertito in sogno dall'Angelo, dovette mettere in salvo il Bambino dalle insidie di Erode, riparando in Egitto (ibid. 2, 13 sgg.), ove si trattenne con la S. Famiglia fino alla morte del Re, probabilmente un anno. Avvertito nuovamente dall'Angelo, fece ritorno nella terra d'Israele (ibid. 2, 19 sgg.). Questa volta pensava di stabilirsi a Betlemme, ma, ammonito dall'Angelo, lasciò la Giudea, che era governata da Archelao, e tornò a Nazareth, ove stabilmente dimorò con Gesù e con Maria (ibid. 2, 22 sgg.), vedendo crescere sotto i suoi occhi, in sapienza e grazia, il Figlio di Dio (Lc. 2, 40, 52), che era a lui sottomesso (ibid. 2, 51).
Del lungo e silenzioso periodo di Nazareth, che va fino all'inizi della vita pubblica di Gesù (una trentina di anni), è narrato da s. Luca un solo episodio: il pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme, quando Gesù ebbe raggiunta l'età di 12 anni (Lc. 2, 41 sgg.). Allo smarrimento del Fanciullo seguirono le angosciose ricerche da parte di G. e di Maria, che lo ritrovarono il terzo giorno nel Tempio. La sollecitudine paterna di G. risulta assai delicatamente dalle parole della Madre: «Figlio, perché ci hai fatto questo? ecco tuo padre ed io addolorati ti cercavamo» (ibid. 2, 48). Dopo questo fatto, la S. Famiglia ritornò a Nazareth: il rimanente, fino all'inizio della vita pubblica è descritto dall'Evangelista con la laconica frase: «erat subditus illis», Gesù era sottomesso a G. ed a Maria (ibid. 2, 51).
Si sa dai Vangeli che G. esercitava, ed insieme con lui Gesù, un mestiere manuale: τέκτων, che la Volgata traduce faber (Mt. 13, 55; cf. Mc. 6, 3). Quale fosse il mestiere specifico (faber lignarius, o ferrarius, o murarius?), si è discusso fin dall'antichità, non potendosi esattamente determinare dalla riportata parola generica. Più comunemente si ritiene che fosse il mestiere di falegname o carpentiere, opinione che ha solido appoggio nella tradizione: prescindendo dalla testimonianza degli Apocrifi, già nel sec. II s. Giustino scriveva che Gesù con G. costruiva «aratri e gioghi per buoi» (Dial., 88: PG 6, 888); anche le versioni siriana, copta ed etiopica spiegano in questo senso. Non si esclude tuttavia che, occasionalmente, si esercitasse anche in qualcuno degli altri mestieri affini.
Da questi brevi cenni del Vangelo risalta in qualche modo anche la figura morale del Santo: uomo religiosissimo, integerrimo, laborioso, obbediente, mite, teneramente affezionato a Gesù e a Maria. Inoltre si trova in Mt. 1, 19 un elogio esplicito, che è un panegirico: «cum esset iustus». Anche a volere intendere la parola nel senso ristretto di fedele osservatore della legge, dal contesto si rileva una giustizia che è accompagnata da molte altre virtù: prudenza, carità, mitezza, pazienza, fede, obbedienza.

Nulla si sa dai Vangeli della morte di G. Questa avvenne con ogni probabilità negli ultimi anni della vita nascosta di Gesù. Certo nella vita pubblica egli è completamente assente, mentre più d'una volta si fa menzione della Madre ed anche dei «fratelli». Lo stesso titolo di «figlio di Maria», dato qualche volta dal popolo a Gesù (cf. Mc. 6, 3), conferma in qualche modo che la Madonna allora era vedova. Del resto la missione di s. G. era terminata al momento in cui Gesù e la sua Madre non avevano più bisogno di un uomo che li proteggesse nella vita e nell'onore. Come luogo della morte si pensa naturalmente a Nazareth: in questa città ne colloca il sepolcro l'apocrifa Storia di Giuseppe (cap. 27); così pure i tre Sinassari, alessandrino (con la data della morte 20 luglio, tuttora conservata nella liturgia greca), arabo-giacobitico (stessa data) ed etiopico (2 ag.). Nel 1106 l'abate Daniele avrebbe veduto il detto sepolcro nel sotterraneo della chiesa dell'Annunciazione in Nazareth. Nel 1901, qualcuno ha creduto di avere scoperto il sepolcro di G. in altra parte, fuori della detta chiesa, a ca. 60 metri in direzione ovest verso la collina. Ma tanto l'una che l'altra identificazione mancano d'ogni solido fondamento (cf. U. Holzmeister [v. bibl.], p. 109).
II. NEGLI APOCRIFI
La letteratura apocrifa ha sviluppato intorno a s. G. molti motivi leggendari, non privi d'interesse per l'influsso che hanno avuto nella tradizione e nell'arte. I principali Apocrifi che si occuparono del Santo, sono: Protoevangelo di Giacomo (sec. II); Pseudo-Tommaso (probabilmente sec. III); Pseudo-Matteo (sec. V); De natiuitate Mariae; Evangelo arabico della Infanzia; e particolarmente la Storia di G. falegname (sec. IV o V; ed. C. Tischendorf, Evangelia apocrypha, Lipsia 1876, pp. 122-39: versione latina dal testo arabo; sono pervenute anche le versioni copta e armena). I primi cinque Apocrifi abbracciano il solo periodo dell'Infanzia di Gesù. L'ultimo pretende di raccontare la storia di G. per la bocca stessa di Gesù in un colloquio con gli Apostoli; per la storia dell'infanzia segue per lo più il Protoevangelo di Giacomo e i Vangeli canonici; ha di proprio le notizie sugli ultimi giorni e la morte di G., ed è interessante per le idee sull'oltretomba. Secondo questi racconti, G. si unii in matrimonio una prima volta, all'età di 40 anni, con una donna per nome Melcha o Escha, con la quale visse 49 anni; da essa ebbe 4 figli, quelli che più tardi saranno chiamati «fratelli del Signore» (qualche apocrifo aggiunge 2 figlie): il più piccolo sarebbe Giacomo, presunto autore del Protoevangelo che ne porta il nome e testimone dei fatti dell'Infanzia di Gesù. Rimasto vedovo all'età di 89 anni, G. seguiva ad esercitare il suo mestiere di falegname in Betlemme sua patria, quando fu ricercato dai sacerdoti per essere dato in sposo ad una fanciulla di 14 anni per nome Maria. Ma, essendovi altri compettitori, il sommo sacerdote affido la scelta alla volontà divina, che si manifestò con il miracolo del bastone fiorito, e, secondo lo Pseudo-Tommaso, con l'apparizione della colomba sul capo di G. È noto l'influsso di quest'episodio, specialmente della verga fiorita — del resto assai suggestivo per il suo simbolismo — nell'iconografia del Santo e nell'arte cristiana: si ricordi il celebre quadro di Raffaello La Sposalizia (Milano, Pinacoteca Brera). Dopo due anni seguì l'Annunciazione; G. era assente. Quando tornò, nella sua sposa erano palesi i segni della maternità. Oltre il turbamento del Santo, gli Apocrifi riferiscono l'episodio della prova dell'acqua amara (cf. Num. 5, 11 sgg.), dalla quale risultò l'innocenza di G. e di Maria. Seguono gli altri episodi della nascita e infanzia di Gesù fino ai 12 anni (viaggio a Betlemme, fuga in Egitto, ritorno a Nazareth, ecc.), che corrispondono nella sostanza a quelli dei Vangeli canonici, ma con frequenti chiose e amplificazioni, e con una esuberanza del prodigioso che cade nel ridicolo. Alcuni particolari non solo sono futili, ma poco riguardosi per G.: così, p. es., il ragionamento che gli si mette in bocca all'arrivo a Betlemme (Protoev. di Giacomo, 17); a Nazareth viene a trovarsi più d'una volta in imbarazzo per l'indole vivace del fanciullo e per i suoi miracoli punitivi (Pseudo-Tommaso, 3 sgg.).
Secondo l'apocrifa Storia, G. sarebbe morto all'età di 111 anni, dopo aver trascorso una ventina di anni con Gesù a Nazareth. Negli ultimi giorni l'infermo avrebbe sentito nausea del cibo e della bevanda, e sarebbe stato in preda a forte turbamento; ma Gesù l'avrebbe consolato, pregando il Padre a mandare gli arcangeli Michele e Gabriele: questi ne avrebbero ricevuto l'anima alla uscita dal corpo, il quale, affidato alla custodia di due angeli, sarebbe rimasto incorrotto «fino al convito di mille anni» (C. Tischendorf, op. cit., pp. 126-37).
Quel che maggiormente urta negli Apocrifi, oltre i frequenti episodi frivoli, è l'asserita età decrepita di G. al tempo dello sposalizio con Maria. È una leggenda che devesi rigettare, quantunque abbia fatto presa nella fantasia popolare, fino ad oggi. Forse in un primo tempo poté sembrare utile espediente per dimostrare ai semplici in maniera chiara la perpetua verginità della Madre di Dio. Ma si rivela subito paradossale, ad un'ovvia considerazione, ch'è di stretta convenienza teologica: non si sarebbe salvata la dignità e onorabilità di Maria — dovendo restare un segreto la concezione verginale — se il suo sposo fosse stato un vecchio decrepito di 90 anni; inoltre non poteva essere ritenuto padre di Gesù un vecchio di tale età. Era dunque necessario che tra Maria e G., all'atto del matrimonio, non ci fosse un incolmabile distacco di anni. Queste ragioni, che dopo il Suárez vengono concordemente richiamate dai teologi, hanno anche un solido appoggio nelle rappresentazioni più antiche (dei primi cinque secc.), nelle quali, come già G. B. De Rossi ebbe il merito di rilevare (Bullettino di archeologia cristiana, 3 [1865], pp. 25-32), e dopo di lui R. Garrucci (Storia dell'arte cristiana, Prato 1873-81, tavv. 279, 280, 365, 417, 447, ecc.) e G. Wilpert (Sarcofagi, tavv. 15, 20, 26, ecc.), il Santo non è mai rappresentato in sembianza di vecchio, ma di giovane o di uomo maturo nel pieno vigore degli anni, per lo più senza barba. Solo più tardi, per l'influsso degli Apocrifi, si cominciò a rappresentarlo con la barba e i capelli bianchi ed in sembianze senili (cf. Wilpert, Mosaiken, pp. 754, 763, 770). Non è possibile tuttavia determinare esattamente l'età di G. al tempo del matrimonio con Maria: doveva probabilmente oscillare sui 30-40 anni. E, se morì poco prima dell'inizio della vita pubblica di Gesù, doveva avere alla morte ca. 60-70 anni, tenuto conto che la vita nascosta di Nazareth durò ca. 32-34 anni.
Un altro punto sgradevole negli Apocrifi è il primo matrimonio e la conseguente vedovanza di S. G.: ma su ciò v. più oltre.
III. NELLA TEOLOGIA
Nell'epoca patristica, ed anche nel medioevo, G. è stato lasciato quasi nell'ombra. Invano si cerca in tutta la patrologia greca o latina una sola omelia o discorso sul Santo. Ne parlano con grande riorenza il Crisostomo e l'autore dell'Opus imperfectum, ma incidentalmente, nei commenti a Mt. 1, 18 sgg. Altri Padri non mancano di accennare al Santo quando si occupano della genealogia di Cristo. Frequenti accenni o riferimenti si hanno negli scritti di S. Agostino (specialmente nelle questioni sulla genealogia, il Matrimonio, la Verginità). Parlano di S. G. con molta ammirazione S. Pietro Crisologo, S. Efrem e S. Beda, ma sono semplici frasi; notissimo il detto di S. Efrem: «Nessuno può degnamente lodare S. G.» (Op. Syriaca, 3, 600; cf. Eph. Theol. Lovan., 5 [1928], pp. 221-24). S. Bernardo, nella celebre omelia Super missus est, tesse un bel panegirico, per quanto succinto, di S. G. (PL 183, 60).
Anche nei grandi scolastici c'è molto poco su S. G. Per le prime omelie si deve scendere al sec. XV, che segna un gran progresso nella dottrina e nel culto di S. G.: si trovano 15 estese omelie, che si devono al card. Pietro d'Ailly (m. nel 1420), a G. Gersone (m. nel 1429) ed a S. Bernardino da Siena (m. nel 1444). Nel sec. XVI emerge la Summa de donis s. Ioseph del domenicano Isidoro Isolani (v.), pubblicata a Pavia nel 1522 e più volte ristampata fino al 1887 (sullo sviluppo della dottrina e del culto fino al Concilio di Trento informa egregiamente l'opera di J. Seitz [v. bibl.]). Dopo il Tridentino, con gli sviluppi del trattato De Verbo Incarnato e della mariologia, e con il progredire del culto per S. G., la teologia ferma sempre di più la sua attenzione sul Santo, indagandone e illustrandone le prerogative alla luce dei dati evangelici e dei principi teologici; anche negli esegeti, e soprattutto nei predicatori e scrittori ascetici, l'interesse per S. G. è in continuo crescendo (ampia bibl. in A. H. Lépicier, [v. bibl.], pp. 363-73). Tra le trattazioni teologiche sono da segnalare: P. Morales, In cap. I Matth., de Christo, S.ma Virgine... veroque eius Sponso, 2 voll., Parigi 1869; una dissertazione storico-scritturistica De s. Ioseph pubblicata dai Serviti nel 1750 ad Augusta; V. Sedlmayr, Dissertationes de s. Ioseph (17 artt., nella sua Theol. Mariana, II, Monaco 1758, pp. 420-57); A. Calmet, Dissert. de s. Ioseph (Opera, VII, Venezia 1774); G. M. Schenck, De s. Ioseph, Augusta 1850; P. V. Mercier, St Ioseph d'après l'Ecriture et la tradition, Parigi 1895; C. H. Jamar, Theologia s. Ioseph, Lovanio 1897; G. Sinibaldi (v. bibl.); A. H. Lépicier (v. bibl.). Importante per la dottrina è pure l'opera di G. C. Trombelli, Vita e culto di s. G., Bologna 1767. Da ricordare anche i due celebri panegirici di B. Bossuet (Opere, I, Liegi 1862, p. 557 sgg.), ricchi di dottrina, e le elevazioni di S. Francesco di Sales, Sur les vertues de st Joseph (Opere, III, Parigi 1862). Tra i grandi teologi, si occupa di S. G. il Suárez nelle Disput. VII e VIII del commento alla parte 3ª della Summa. Anche le monografie sul culto del Santo contengono buone considerazioni d'ordine teologico. Sempre più frequenti, nelle riviste teologiche o bibliche, sono gli articoli sulle prerogative del Santo, specialmente sulla sua « paternità », e su altre particolari questioni.
I punti che più interessano la teologia sono la missione e la santità di s. G. La missione è definita essenzialmente nella sua posizione di capo della S. Famiglia, particolarmente di sposo di Maria Vergine e « padre » di Gesù: ne conseguono speciali rapporti al mistero dell'Incarnazione. Prolunga-mentation della sua missione è il patrocinio sulla Chiesa universale.
1. Sposo di Maria
L'appellativo è contenuto esplicitamente nel Vangeli: vir Mariae (Mt. 1, 16. 19; cf. Lc. 2, 4): esso è il fondamento di tutta la grandezza di s. G. La verità di questo matrimonio è chiaramente attestata nel Vangelo, che chiama G. « marito di Maria » (Mt. 1, 19: ἀνὴρ) e Maria « consorte di G. » (ibid. 1, 20-24; cf. Lc. 1, 27; 2, 5). G. e Maria, già fidanzati al tempo dell'Annunciazione, inaugurano poi la coabitazione (Mt. 1, 24) e la continuano per sempre (fidanzamento e adduzione della sposa nella casa dello sposo: i due atti costitutivi del matrimonio, ai pieni effetti, nel costume ebraico): erano dunque veri coniugi. Su questa verità non sarebbe stato mai sollevato alcun dubbio, se non fosse stato per l'indole verginale dello stesso matrimonio. Esso difatti era ordinato da Dio, e come tale accettato dai due coniugi, per la salvaguardia e l'onore della verginità e divina maternità di Maria: quindi l'uso del coniugio vi era escluso. Per questo motivo già alcuni Padri usarono alle volte delle espressioni che potrebbero fare difficoltà: così, p. es., s. Massimo di Torino: « G. fu sempre sposo di Maria, ma non marito » (PL 57, 639); così pure s. Girolamo, s. Ilario, s. Ambrogio, s. Gregorio Magno, s. Bernardo.
Ma le loro parole si possono facilmente intendere nel giusto senso, in quanto essi avevano principalmente in vista la perpetua verginità di Maria, e perciò, invece dei termini « marito », « moglie », « nozze » (che ordinariamente fanno pensare all'uso del matrimonio), usavano di preferenza quelli più generici e pur veri di « sposo »,

(da G. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der Deutschen Kunst-Stuttgart (Ed. fig. 16))
« sposa », « sposalizio ». Tra gli espliciti negatori, nella antichità, è il pelagiano Giuliano di Eclano, refutato da s. Agostino (PL 42, 810 sgg.), e nel medioevo Graziano, la cui erronea opinione diede occasione agli scolastici di chiarire la distinzione tra il consenso degli sposi nel ius ad corpora, che costituisce il contratto matrimoniale, e l'uso del medesimo diritto, che non è dell'essenza, potendo i coniugi rinunziarvi, per una ragione o per un'altra, per un certo tempo o in perpetuo (Pietro Lombardo, Lib. Sent., IV, dist. 30, 2 sg.; s. Tommaso, Sum. Theol., 3ª, q. 29, a. 2; cf. J. Seitz [v. bibl.], pp. 134-49).
Sul carattere verginale del matrimonio di G. con Maria, non può esservi dubbio, essendo verità di fede la perpetua verginità di Maria ante partum, e post partum; le difficoltà bibliche in contrario, ancora tenacemente ripetute da protestanti e critici razionalisti (Mt. 1, 16.25; Lc. 2, 7; i « fratelli di Gesù »; le genealogie del Salvatore, ecc.) sono vittoriosamente risolte dall'esegesi cattolica (U. Holzmeister [v. bibl.], pp. 34-54). Pertanto non solo devesi ammettere un voto o proposito di verginità in Maria (come bene si deduce da Lc. 1, 34), ma anche l'accettazione da parte di s. G. Ne segue che, almeno dopo il matrimonio con Maria, G. visse in perfetta castità. Invece per il periodo antecedente le opinioni sono discordanti. La relazione degli Apocrifi di un precedente matrimonio di G. ebbe largo credito nella tradizione orientale, i cui scrittori volentieri accolsero tale notizia per una più facile soluzione della difficoltà biblica dei « fratelli del Signore »: questi sarebbero figli di G., avuti da un precedente matrimonio. L'opinione entrò e si trova tuttora nei libri liturgici orientali, specialmente greci. Invece i Latini, fatte poche eccezioni (s. Ilario, Gregorio di Tours, l'Ambrosiastro), intesero concordemente i « fratelli del Signore » nel senso improprio di « cugini », dietro l'autorevole informazione di Egesippo (verso il 180 d. C., presso Eusebio: PG 20, 380); perciò respinsero in blocco il leggendario racconto degli Apocrifi sul primo matrimonio di G. Oggi la tesi della perpetua verginità di G., validamente difesa da s. Girolamo (Adv. Helvidium, 19: PL 23, 203) e poi da molti altri Padri e scrittori latini, illustrata da s. Tommaso con buone ragioni teologiche (In Mt. 12, 46; In Gal. 1, 19; cf. Verbum Domini, 24 [1944], pp. 97-99), riscuote il comune consenso dei teologi, che la ritengono certa.
Sebbene verginale, e del tutto singolare e senza esempio, il matrimonio di G. con Maria non mancò di nessuno dei suoi beni essenziali: l'amore coniugale più perfetto, la fedeltà più assoluta, ed anche la prole: la quale, sebbene concepita verginalmente da Maria, senza che il suo sposo vi avesse parte, ben può dirsi il frutto di quel matrimonio verginale, che a quella prole fu essenzialmente ordinato.
2. Padre di Gesù
Non soltanto la Madonna ha dato a s. G. l'appellativo di « padre di Gesù » (Lc. 2, 48), ciò che potrebbe spiegarsi per una delicata deferenza, ma lo stesso evangelista Luca (2, 33), il quale inoltre chiama i due santi coniugi insieme « genitori di Gesù » (2, 27. 41-43). È chiaro che, per la concezione verginale di Cristo, è assolutamente esclusa per s. G. una paternità vera e propria, cioè naturale. Gli Evangelisti escludono in modo evidente ogni parte diretta dello Sposo di Maria nella generazione di Cristo (cf. Mt. 1, 18-25; Lc. 1, 26-38). In particolare Luca si prende cura di annotare che Gesù era « reputato » figlio di G.: « ut putabatur » (Lc. 3, 21); dunque propriamente non lo era. Ma, esclusa la paternità vera e propria, naturale, devesi riconoscere a s. G. una paternità che non è fittizia, fondata cioè su un mero titolo colorato (come potrebbe far pensare a prima vista il citato testo di Luca). Essa poggia su un reale fondamento, e questo è il matrimonio con Maria, in quanto ordinato da Dio per quella prole: una paternità impropriamente detta, ma reale. L'Angelo, ingiungendo al Santo di imporre il nome al Bambino (Mt. 1, 21), confermò l'ufficio e i diritti di questa paternità, che fu costantemente esercitata da G. e riconosciuta da Gesù.
A designare questa singolare paternità sono stati proposti vari titoli: padre «putativo», padre «nutrizio», padre «adottivo», padre «legale», padre «vergine». Nessuno di essi sembra specificamente appropriato, tale cioè da definire propriamente il carattere di questa paternità sotto tutti i suoi aspetti. Il titolo più comunemente usato, Padre «putativo», si fonda sul testo di Lc. 3, 21, ma è semplicemente negativo, esclude cioè i rapporti di paternità naturale, e non dice altro. Non sembra sufficiente l'altro di Padre «nutrizio». G. fu più che semplice custode o nutrizio di Gesù, ciò che pure è per lui un titolo di gloria. Senza dubbio egli ebbe da Dio per Gesù un cuore di padre, come si esprime Bossuet, ed il suo affetto per la prole divina fu di molto superiore a quello degli altri padri per i figli da loro generati: ma l'affetto e le cure paterne possono aversi anche per una persona estranea, quale certamente non era Gesù per s. G. Meno felice è il titolo di Padre «adottivo»: a parte il controsenso che una creatura possa adottare in figlio il Creatore, sta il fatto che l'adozione è un atto positivo, accessorio, con il quale si accoglie come figlio nella propria famiglia un estraneo. Ora né Gesù era persona estranea alla famiglia, della quale era capo s. G., né da parte di questo occorava un positivo atto giuridico per fondare i suoi rapporti di paternità verso Gesù: questa era antecedente e nativa, poiché Gesù fin dalla nascita era «figlio» di s. G. L'altro titolo di Padre «legale» è verissimo: ma ha l'inconveniente di avere, per lo più, un senso prettamente giuridico. Tuttavia, se inteso nel suo primario e fondamentale senso, e con particolare riguardo al caso concreto, è abbastanza bene appropriato. La paternità «legale», in genere, è quella che sortisce le sue attribuzioni da un prescritto di legge, e si presenta sotto vari aspetti e denominazioni. Anche la paternità «adottiva», come quella del tutore, è una paternità legale; parimenti la paternità del marito rispetto ai figli della propria moglie avuti da altro talamo. Ma la primaria paternità legale si fonda, per esplicito riconoscimento della legge, nelle legittime nozze, e si traduce nel noto aforisma consacrato in tutte le legislazioni: «pater is est, quem iustae nuptiae demonstrant» (cf. CIC, can. 1115). Il primo effetto che ne consegue, oltre i diritti del padre, è che la prole è legittima: cioè, fino a prova contraria, ha il padre che le è giustamente riconosciuto dalla legge: del quale perciò eredita il nome e i beni. Tutto ciò è importante nel caso di s. G. Egli è lo sposo legittimo di Maria: in questo matrimonio nasce un figlio. Esclusa assolutamente ogni ombra di disonestà, ma dovendo restare il velo del mistero sul modo della sua concezione verginale, questa prole deve avere un padre agli effetti primari della legge. Questi è G.: la sua paternità conferisce a Gesù l'onore della legittimità. E qualche cosa di più: il primo e fondamentale titolo messianico, quello di «figlio di David». Se gli altri titoli messianici poterono venire in discussione, nessun dubbio era ammissibile per questo inderogabile titolo. Da chi lo sortiva Gesù? Non dalla Madre, sebbene effettivamente e realmente per lei egli fosse discendente di David secondo la carne (cf. Lc. 1, 27, 69; Rom. 1, 3): poiché giuridicamente, quindi agli effetti del riconoscimento messianico, le attribuzioni della madre non avevano valore per il figlio. Gesù sortiva il titolo messianico dal «padre». E quando l'Angelo fece conoscere a G. la sua missione paterna verso il Messia, sottolineò intenzionalmente questo titolo «Joseph, filii David» (Mt. 1, 20). Per tale motivo la paternità di G. s'innalza di molto: non è soltanto una paternità «legittima», ma, in un certo senso, «messianica». Egli era il necessario veicolo per la trasmissione del titolo messianico di «Figlio di David» a Gesù. Questa paternità trascende di molto quella legale comunemente detta, che importa un semplice rapporto giuridico. Il suo fondamento, del tutto singolare, è la preordinazione divina del matrimonio con Maria alla nascita e protezione del Verbo Incarnato, con una reale cooperazione, sebbene indiretta e morale, da parte di s. G. Egli però non potrà dirsi padre di Gesù nel senso ovvio e proprio della parola, come qualche volta è stato suggerito, anche da qualche cattolico, per cui è dogma inconcusso la concezione verginale. Può sembrare una questione di parole; ma in materia dogmatica conviene evitare espressioni e termini che si prestano facilmente all'equivoco. Per quanto sublime questa paternità e superiore per eccellenza e dignità a quella dei comuni genitori, resta sempre nell'ambito delle paternità impropriamente dette: la paternità nel senso pieno e proprio della parola è una sola: quella fondata sulla generazione (cf. R. Garrigou-Lagrange, in Angelicum, 22 [1945], p. 109 sgg.). Alcuni infelici tentativi, non bene conciliabili con il dogma, hanno avuto la debita censura (cf. Monitore eccl., 2ª serie, 19 [1907], p. 361, per l'opinione di G. Corbató, che propugnava una reale e propria paternità di s. G.; Divus Thomas [Piacenza], 5 [1928], p. 41 sgg.; R. Petrone parlava di una cooperazione positiva istruttuale di s. G. alla concezione verginale; l'articolo fu riprovato dal S. Ufficio; cf. ibid., p. 361).
Recentemente è stato proposto, come più appropriato, il titolo di «padre vergine» (J. Renard; G. Breynat, per il quale è questo il solo titolo specifico appropriato; J. Müller; U. Holzmeister; c'è anche una giaculatoria indulgenziata da Pio X nel 1906). Ciò è accettabile nel senso che s. G. è parte, insieme con Maria, di quel matrimonio verginale nel quale prodigiosamente nacque la prole divina. Ma non sembra il titolo più appropriato: la sua improprietà risalita al confronto con l'analogo titolo: «Madre vergine di Gesù». In conclusione si deve dire con L. Billot (De Verbo Incarn., Roma 1927, p. 400) che non c'è nel nostro vocabolario un titolo proprio e specifico per la singolare paternità di s. G. Pertanto si potrà usare l'uno o l'altro dei tanti che la tradizione o la pietà cristiana hanno tramandati. Conviene ritenere, senza escludere gli altri, il titolo più comune di «padre putativo», per quanto negativo e inadeguato: la sua stessa indeterminatezza lo fa preferire, poiché, mentre nega la relazione di paternità naturale, non esclude nessuna delle reali attribuzioni che competono a questa singolare paternità.
3. Rapporti di s. G. con il mistero dell'Incarnazione. — Per l'intrinseca preordinazione del matrimonio verginale con Maria alla nascita e protezione del Figlio di Dio, G. fu cooperatore del mistero dell'Incarnazione. Ma, a differenza della sua Sposa, che cooperò direttamente e fisicamente, fornendo al Verbo l'umana carne dalla sua sostanza, G. cooperò solo indirettamente e moralmente, in quanto cioè, con il suo consenso a quel matrimonio e con la sua posizione nella S. Famiglia, realizzò la condizione indispensabile per la dignità ed il decoro della concezione verginale e per il suo provvidenziale occultamento fino al tempo prefisso da Dio. In questo senso, come ritengono molti teologi (Suárez, Gotti, Lépicier, J. Müller, G. Sinibaldi, R. Garrigou-Lagrange), la missione di s. G. è di ordine «terminativamente ipostatico». Inoltre egli cooperò, remotamente, alla Redenzione, proteggendo e nutrendo il Figlio di Dio, e condividendo con lui per tanti anni le sofferenze e le fatiche, preludio al sacrificio della Croce.
4. Grandezza e santità di s. G. — Per la sua qualità di vero Sposo della Madre di Dio, per la sua «paternità» verso Gesù e per i suoi rapporti al mistero dell'Incarnazione, s. G. assurge ad una dignità che non ha l'eguale dopo quella della Madre di Dio. «S. G. fu lo Sposo di Maria, il padre putativo di Gesù; di qui deriva la sua dignità, la sua grandezza, la sua santità, la sua gloria» (Leone XIII, encicl. Quamquam pluries, 15 ag. 1899). La sua missione sorpassa ogni ministero angelico ed ogni altra missione, anche eccelsa, che possa essere affidata agli uomini, come quella del Precursore, degli Apostoli, dei sommi pontefici, dei sacerdoti. Leone XIII, premesso che non vi può essere una più alta dignità di quella della Madre di Dio, soggiunge che a quella grandezza s. G. accede più che qualsiasi altra creatura: « Ad illam praestantissimam dignitatem... non est dubium quin accesserit ipse, ut nemo magis » (ibid.). Né si oppone l'elogio di Cristo al Precursore (Mt. 11, 11; Lc. 7, 28): ivi il confronto non è tra Giovanni e tutti i santi in genere, ma tra lui e i profeti del Vecchio Testamento; o, meglio, l'elogio al Precursore è inteso nell'ambito del Vecchio Testamento.

(per esercita del Superiore dell'Oratorio)
Ora, ammesso il principio che quando Dio chiama una creatura ad una speciale missione, suole accordarle tutti quei doni di grazia che ad essa sono proporzionati (Sum. Theol., 3ª, q. 27, a. 4), è logico attribuire a s. G. una tale abbondanza di grazia e un tale grado di santità, che lo collochi al disopra di ogni altro santo, dopo la Vergine. Si aggiunga che la sua vita d'intimità con Gesù per ca. 30 anni lo pose in condizione di privilegio per l'esercizio delle più sublimi virtù. La preminenza di s. G., in dignità e santità, sugli altri santi ha avuto validi sostenitori, dal Gersone e da s. Bernardino da Siena a s. Teresa, s. Francesco di Sales, s. Alfonso, ed oggi trova consenzienti quasi tutti i teologi, sebbene non si accordino su alcune questioni particolari, per altro secondarie, come la presunta santificazione nel seno materno (ammessa da Gersone, Bernardino de Bustis, Morales, s. Alfonso, negata da altri), l'impeccabilità (sostenuta dal Lépicier, negata dai più). Alcuni, fondandosi su Mt. 27, 52, hanno anche pensato ad un'anticipata risurrezione e glorificazione corporea del Santo (Gersone, s. Bernardino da Siena, Suárez, s. Francesco di Sales, Trombelli, Vives y Tuto; più risolutamente Lépicier): ma è una pia opinione, che non trova sostegno nella tradizione e neppure nel testo biblico citato, nel quale, secondo la migliore interpretazione, si tratta di una risurrezione transitoria, non perenne, di alcuni giusti al tempo della morte di Cristo.
5. Patrocinio di s. G. - La proclamazione di s. G. a Patrono della Chiesa universale, fatta da Pio IX l'8 dic. 1870 (decreto S. R. C. Quemadmodum Deus) è il solenne riconoscimento della sua singolare grandezza e santità, come anche della sua gloria e potenza in cielo. Per tal modo il Santo continua nella Chiesa il suo alto ufficio di capo della S. Famiglia, e prosegue nel Corpo Mistico di Cristo quella missione che svolse, insieme con Maria, intorno alla persona del Salvatore. Per la sua universalità questo patrocinio ha delle analogie con la maternità spirituale di Maria e la sua universale mediazione nella distribuzione delle grazie. Per questa esaltazione s. G. viene anche additato come sublime modello di virtù a tutti gli uomini, d'ogni paese e d'ogni condizione (cf. encic. Quamquam pluries, di Leone XIII).
Bibliografia17 opere
Biografie d'indole popolare: s. Giovanni Bosco, S. G., 7ª ed., Torino 1911; M. Meschler, Der hl. Joseph, 3ª ed., Friburgo in Br. 1910 (vers. it. Roma 1910); J. J. Ouwendijk, Josef Vater van Jesus, Utrecht 1940; M. G. Dorr, G. di Nazareth, Brescia 1943. Vedere inoltre i commentari biblici in Mt. 1-2; Lc. 1-2; 3, 21 sgg. (Knabenbauer, Fillion, Lagrange ecc.), come pure le monografie e dissertazioni sull'infanzia, le genealogie, i « Fratelli » di Gesù, ecc., e i trattati mariologici nelle questioni sull'Annunciazione e sul matrimonio di Maria con s. G.
Questioni particolari: Fr. Patritius, De prima Angeli legatione ad Iosephum commentatio, Roma 1876; O. Bardenhewer, Marid Verkündigung (Bibl. Studien, 10, v), Friburgo in Br. 1905 (per il matrimonio di s. G. cf. pp. 120-53); O. Michael, Dogmatische Abhandlung über die Joseph-Ehe, in Theol. prakt. Quartalschr., 60 (1907), pp. 319-52; H. Rett, Die Joseph-Ehe in ihrem Original u. ihrer Nachahmung, in Zeitschr. f. kath. Theol., 32 (1908), pp. 590-96; E. F. Sutcliffe, S. Joseph faber lignarius, in Verb. Dom., 5 (1925), pp. 74-79; id., Iesus Christus s. Iosephi in labore socius, ibid., pp. 104-109; I. M. Bover, De cultu s. Ioseph amplificando, Barcellona 1926; R. Petrone, La paternità divina di s. G., in Divus Thomas, 31 (1928), pp. 29-49 (articolo censurato dal S. Ufficio, cf. La scuola catt., 1928, p. 202 sg.); M.-J. Vosté, De Conceptione virginali Christi, Roma 1933; G. Breynat, Paternité de st Joseph : Joseph père vierge de Jésus, in Rev. univ. d'Ostana, 6 (1936), pp. 73-80; S. (1938), pp. 81-111; G. M. Perrella, B. M. V., cum caelestem accepit nuntium, sancto Ioseph sponsalibus solis non vero nuptiis iuncta erat, in Divus Thomas, 35 (Piacenza 1932), pp. 378-98, 519-31; U. Holzmeister, Cur Ioseph tier bethlemiticum suscepereit..., in Verb. Dom., 22 (1942), pp. 263-70; id., St Joseph père vierge de Jésus, Montréal 1944; R. Garrigou-Lagrange, De paternitate s. Ioseph, in Angelicum, 22 (1945), pp. 105-15; P. De Ambroggi, Paternità verginale di s. G.?, in La scuola catt., 1946, pp. 125-31; D. Frangipane, Utrum B. V. Maria salutata iam in domo Ioseph ut coniux fuerit, in Verb. Dom., 27 (1947), pp. 99-111; U. Holzmeister, De nuptiis s. Ioseph, ibid., pp. 145-49.
Gaetano Stano
IV. NELLA LITURGIA
Il culto pubblico e liturgico di s. G. è relativamente recente, mentre la devozione e la venerazione verso di lui è antichissima. La Chiesa orientale precede in questo culto quella occidentale. In Occidente, dal sec. IX, il culto era locale e privato; solo dal XV diviene pubblico e liturgico.
Nell'Oriente, la prima traccia si trova in Egitto. L'apocella Storia di G. il falegname del sec. IV (tradotta dal greco in copto-bobajrico, sa'idico ed arabo (cf. Evangiles apocryphes, I [Textes et documents, ed. da H. Hemmer e P. Lejy], a cura di P. Peeters, 2ª ed., Parigi 1924, pp. 231-232) nota, nel cap. 26, il 20 giugno come giorno commemorativo; così anche nei calendari copti (Acta SS. Martii, III, Parigi 1865, p. 7, n. 11; v. A. Mai, Script. vet. nova coll., IV, Roma 1828, p. 15 sgg.). In seguito le fonti tacciono fino al sec. X. Il Menologio di Basilio II (976-1025) celebra s. G. il 25 dic. insieme con i tre magi (Acta SS. Martii, III, Parigi 1865, p. 6), mentre altri sinassari e calendari lo commemorano il 26 dic. o la domenica prima o dopo il Natale, sempre con altri santi (David ecc.), connessi con la nascita di Gesù (Synaxarium eccl. Constantinopol., Propyl. ad Acta SS. Novembris, Bruxelles 1902, pp. x, 344).
Nell'Occidente, i martirologi locali abbreviati del sec. IX, p. es., di Reichenau (827-42), di Rheims e Treviri, annotano il nome di s. G. al 19 marzo (Martirologia geronimiana, ed. diplomatica G. B. De Rossi e L. Duchesne; Acta SS. Novembris, II, Bruxelles 1894, Prolegom. XXXIV, nn. 31-34, XXXVII, n. 38, e Martyr. Hieronymianum, p. 152); lo stesso nei martirologi dei secoli posteriori (Stablo, Verdun, Mantova: PL 138, 1195, 1205-1259; Verona, Bibl. Capit., cod. 87, vol. I; B. Mehler, Der hl. Wolfgang, Bischof von Regensburg, Ratisbona 1894, p. 163; A. Ebner, Das Sahramantar des hl. Wolfgang in Verona, p. 173). Le Crociate furono in seguito favorevoli alla propagazione del culto di s. G. A Nazareth, i Crociati eressero una basilica in suo onore; altre chiese sorsero a Bologna (1129), ad Alcester in Inghilterra (1140); nella Francia la chiesa di S. Lorenzo a Joinville divenne un centro della venerazione di s. G. (1254). Il suo culto si diffuse per opera di grandi santi e teologi, quali Ruperto di Deutz (m. nel 1133), s. Bernardo di Chiaravalle (m. nel 1153); e specialmente nei secc. XIV e XV, con s. Brigida di Svezia (m. nel 1375), nella Spagna con s. Vincenzo Ferreri (m. nel 1419), nella Francia con il card. Pietro d'Ailly (m. nel 1423) e con il celebre cancellare Giovanni Gerson (m. nel 1429), nell'Italia con s. Bernardino da Siena (m. nel 1444), Bernardino da Feltre (m. nel 1429), p. Bernardino de Bustis (m. nel 1500), e finalmente nella Spagna con s. Teresa di Gesù (m. nel 1582). A questi tempi, i vari Ordini religiosi inserirono la festa di s. G. nei loro calendari: i Carmelitani, i Serviti (1324), i Francescani (1399); seguirono i Domenicani e i Premostratensi, mentre la festa manca nei Certosini, Cistercensi, Cluniacensi. Tutto questo era tuttavia sempre un culto privato. Ma sotto Sisto IV (1471-84), la festa di s. G. viene inserita nel Breviario romano, stampato nel 1479 a Venezia, come festa di rito semplice, salita nel 1482 a rito doppio con o lezioni; il Breviario del 1499 contiene un Ufficio proprio. Lentamente, la festa di s. G. fu accettata in tutta la Chiesa, specialmente in conseguenza della Riforma tridentina. Nel 1621 (con il decreto dell'8 maggio) Gregorio XV la fece festa di precetto. Clemente X (1670-76) la portò al rito doppio di 2ª classe, e Clemente XI (1700-21) ne ordinò (3 febbr. 1714) un nuovo Ufficio, quello attualmente in uso; i tre inni Te Joseph, Coelium Joseph, Etta quem laeti, furono composti da Juan Escalar, carmelitano spagnolo. Poi, assieme con la proclamazione di s. G. patrono della Chiesa universale, la festa del 19 marzo fu innalzata a doppio di 1ª classe da Pio IX (1870), ed il CIC (can. 1247 § 1) l'enumera fra le feste di precetto.
Nel sec. XVII una nuova festa si propagò, quella del patrocinio di s. G. Già molti Ordini religiosi e molte confraternite, p. es., dei falegnami, elessero s. G. a patrono speciale; ai Carmelitani d'Italia e di Spagna nel 1680 fu concessa la festa del patrocinio di s. G. alla 3ª domenica dopo Pasqua; seguirono gli Agostiniani. Nel 1721, presso i Domenicani, la festa è già dotata di una ottava. Principi, imperatori, re dichiararono s. G. patrono dei loro territori: Luigi XIV per la Francia, Ferdinando III e Leopoldo I per la Boemia (1655) e per l'Austria (1675), Carlo II (1665-1700) per la Spagna ed il Belgio; lo stesso fecero i vescovi-principi per le loro diocesi o territori.
Di speciale importanza era il culto di s. G. per le Missioni Estere; p. es., per il Canada (Urbano VIII, 1637; cf. E.-L. Couanier de Launay, Histoire des religieuses Hospitalières de St-Joseph, I, Parigi 1887, pp. 218-220) s. G. era il patrono territoriale e la sua festa era la festa nazionale; così per il Paraguay, per Madura, per le Isole Marianne, per la Cina. Il sec. XVII fu un secolo del culto speciale a s. G.; Pio VII concesse la festa del patrocinio al clero romano nel 1809; Pio IX coronò tutto questo culto, estendendo (10 sett. 1847) la festa del patrocinio di s. G. a tutta la Chiesa (8 dic. 1870) e dichiarando s. G. «patrono della Chiesa universale». Pio X (28 ott. 1913) fissò al mercoledì della 2ª domenica dopo Pasqua, invece della domenica stessa, la data della festa del patrocinio, con ottava, avendo sostituito già (24 luglio 1911) la parola «patrocinio» con quella «solennità» di s. G. sposò della Beata V. M., confessore, patrono della Chiesa universale.
Una terza festa in onore di s. G. è la festa dello Sposalizio della Beata Vergine e di s. G., ricordata a Chartres al principio del sec. XV, raccomandata da Gerson, adottata e diffusa il 7 marzo dai Frati Minori e dai Domenicani al 22 genn., sotto Paolo III (1537), per il 23 genn. ex indulto di Benedetto XIII (22 ag. 1725; cf. G. Mercati, Per la storia della festa dello sposalizio, in Rassegna gregoriana, 5 [1906], pp. 253-58).
Poi Benedetto XIII (19 dic. 1726) inserì il nome di s. G. nelle litanie dei Santi; sotto Pio VII (17 sett. 1815) nell'orazione A cunctis fu aggiunto il nome di s. G. Pio X arricchì le litanie di s. G. con le indulgenze (18 marzo 1909); Benedetto XV (9 apr. 1919) l'onorò con un praefatio proprio (AAS, 11 [1913], p. 191), e aggiunse, il 23 febbr. 1921, la sua invocazione al Dio sia benedetto, in occasione del 50º anniversario della sua proclamazione a patrono della Chiesa (ibid., 13 [1921], p. 158).
Bibliografia4 opere
Pietro Siffini
V. NELLA ICONOGRAFIA
S. G. è effigiato nell'arco trionfale di S. Maria Maggiore in aspetto virile, barbato, in tunica e pallio: l'angelo è in atto di rassicurarlo secondo il testo di S. Matteo (1, 19-22; Vilpert, Mosaiken, tav. 55); torna nella scena della presentazione al Tempio (id., op. cit., tavv. 57-60); poi nell'episodio dell'incontro col re Afrodisio (id., op. cit., tavv. 66-68). Nella cattedra eburnea di Massimano, a Ravenna, s. G. figura sempre in tunica e pallio, sia nella prova delle acque amare, come nel sogno, nell'andata a Bethlehem, nell'adorazione dei Magi; era pure effigiato nel sacello Vaticano di Giovanni VII (705-707) nella Natività, nell'adorazione dei Magi, nella presentazione al Tempio. In Oriente s. G. figura seguito dai suoi servi nella rappresentazione del censimento di Quirino nei musaici di Kahriè-djami in Costantinopoli (monastero di Chora; sec. XIV); negli affreschi di Mistra Peribleptos (sec. XIV), s. G. riceve dal S. Sacerdote il bastone fiorito. Nelle colonne del eborio di S. Marco figura quale vegliardo protettore della Vergine, stringendo la verga fiorita. Di particolare interesse sono le rappresentazioni di s. G. in Giotto a Padova, Taddeo Gaddi nella cappella Baroncelli in S. Croce, Nicola e Giovanni Pisano nei pulpiti di Siena, Pisa e Pistoia e Arnolfo nel presepe di S. Maria Maggiore a Roma. Nel duomo di Limburg (sec. XIII) s. G. è raffigurato come giardiniera della vigna divina.
Solo nel «tondo Doni», di Michelangelo, agli Uffizi si avrà una raffigurazione potentemente espressiva del tipo per cui s. G. assume il carattere del capo di famiglia chiamato da Dio a tale altissimo compito. Contemporaneamente in Germania gli intagliatori diffondono le eccelse immagini del Santo dovute al Dürer ed agli scultori delle statue lignee di Dottighofen e di Brandemburgo (1459). Alla fine del Seicento si trova in Spagna tutta una serie di dipinti (Il riposo in Egitto di Bartolomé Gonzales, la Circoncisione di Roelos, la S. Famiglia di Zurbarán) che presentano s. G. quasi nelle vesti di un patriarca del Nuovo Testamento e con il preciso incarico di proteggere e di educare il divino fanciullo. Companione contemporaneamente precisati gli attributi della sega e dell'accetta. Tale raffigurazione compare in forma perfetta nel quadro di Herrera, che pone s. G. seduto con il bimbo sulle ginocchia, e nei numerosissimi dipinti del Murillo, in cui il Santo tiene per mano o accompagna il piccolo Gesù. Nel grande quadro della chiesa dei Cappuccini di Cadice s. G. sostiene il bimbo già cresciuto. Nel quadro di L. G. Carlier s. G. viene addirittura incoronato da esso. Nelle raffigurazioni posteriori, come nel Tiepolo, il Santo si precisa come intercessore presso il Redentore o come simbolo del lavoro umano giustamente riconosciuto.
Bibliografia2 opere
Eugenio Battisti
VI. NEL FOLKLORE
Nella tradizione popolare lo sposo di Maria è innanzitutto il santo tutelare dei poveri. L'episodio che sopra ogni altro ha colpito la fantasia popolare è quello della sacra coppia di sposi che, colta alla sprovvista, in paesi forestieri, all'approssimarsi della nascita del figlio, chiede alloggio e viene respinta. Come reazione psicologica si ha, nelle espressioni del culto popolare, una rievocazione dell'episodio in forma drammatica, con un finale che placa il sentimento di carità dell'anima popolare. In molti paesi della Sicilia usa il « banchetto » o « invito di s. G. » solito a farsi il 19 marzo, e in cui le famiglie dei benestanti invitano a pranzo dei poveri, tre dei quali raffigurano la S. Famiglia: un sacerdote, e, dopo di lui, il Bambino, benedice la mensa, mentre i poveri sono serviti dal padrone di casa. In alcuni paesi il banchetto ha luogo in chiesa, e a servire sono due sacerdoti, mentre un terzo predica. La scena acquista in varie località, non solo della Sicilia, ma anche dell'Abruzzo e della Puglia, caratteri e forme di sacra rappresentazione. Simbolo di castità, s. G. è anche invocato per la protezione delle fanciulle da marito. Molte e graziose canzoni lirico-narrative rievocano la figura di s. G. in episodi più o meno leggendari, immaginati intorno alla S. Famiglia. Apparite alla novellistica popolare una leggenda che si propone di far risaltare la grande potenza di s. G. nel concedere le grazie, ma il cui modo di dimostrazione (un ladro che ottiene egualmente di entrare in Paradiso) è un tipico frutto della fantasia dei volghi. Il motivo leggendario si ricollega al Debat du Paradis che ebbe tanta fortuna nel medioevo. S. G. è anche protettore dei falegnami: e le corporazioni dei maestri di legname dei passati secoli furono le principali cultrici e promotrici della sua festa. Questa presenta due tipiche manifestazioni: i falò e le frittelle. In molti luoghi l'antichissima usanza dei fuochi di marzo si fa coincidere con la festa di s. G. Enormi cataste di legna vengono raccolte per devozione e accese nei crociechi e nelle piazze dei paesi, specialmente dai ragazzi che, quando i falò stanno per spegnersi, saltano sopra le fiamme: ricordo di antichi riti agresti di purificazione e profilassi. L'uso delle frittelle è diffusissimo e non solo a Roma, dove tuttavia la festa presenta un colore e un fervore eccezionali: l'interesse si accentua sui banchi dei frittellari, che hanno originali trovate pubblicitarie, fra cui l'uso del « sonetto » ricordato anche da G. G. Belli.
Alcune usanze indicano la festa di s. G. come inizio della stagione primaverile: tale, ad es., l'uso dei pescatori siciliani che in questo giorno bruciano la barca più vecchia, o dei ragazzi di Itri (Littoria) che appiccano fuoco alla stoppa delle vecchie conocchie, mentre le nonne filano intorno ai falò. - Vedi tav. LVIII.
Bibliografia9 opere
Paolo Toschi


