GUICCIARDINI, FRANCESCO

GUICCIARDINI, FRANCESCO. - Storico, pensatore e uomo politico. N. a Firenze da Piero da
Simona Gianfigliazzi il 6 marzo 1483, m. il 22 maggio 1540. Conseguita nel 1505 a Pisa la laurea in
diritto civile, esercitò con fortuna l'avvocatura finché,
nel 1511, venne designato dalla Repubblica fiorentina quale ambasciatore in Spagna presso Ferdinando
il Cattolico: legazione che, intrapresa nel 1512,
concludeva nel 1514, rientrando in Firenze, ove,
caduta la Repubblica, egli si mise a disposizione di
Lorenzo de' Medici. Su istanza di questi, il G. veniva
nominato, nel 1516, governatore di Modena, nella
qual carica restò sino al 1524, man mano estendendosi
le sue attribuzioni su Reggio (1517-23) e su Parma
(1521-22); e successivamente, mercé la protezione di
Clemente VII, assumeva la presidenza della Romagna. È durante tale lungo servizio presso il Pontefice che grosse nuvole s'addensano sull'orizzonte
italiano, con la ripresa della guerra (1521) tra Francia e
Cesco I e Carlo V collegato a Leone X. Personalmente, il G. è persuaso che il pericolo vero, per
l'Italia, sia nella vittoria degli «imperiali», padroni
ormai del Milanese, ed è fautore, durante le varie
oscillazioni della politica papale, di una lega degli
Stati italiani con il re di Francia, lega stipulata a
Cognac nel 1526. Crollata tale politica, sottoposta
Roma al sacco (1527), caduti a Firenze i Medici,
e insediatasi la nuova Repubblica, il G. cadeva sotto

sospetto ed accusa; nel 29 compariva dinanzi agli
«otto di guardia», nel 30 veniva condannato dalla
«Quarantia». Nella fase di ricostruzione del governo
fiorentino, il suo programma (Stato misto) fu in
contrasto con il programma pontificio favorevole all'assolutismo mediceo, donde la sua estromissione
dalla città, con la destinazione al governatorato di
Bologna (1531-34). Successivamente, orientandosi la
politica medicea verso gli imperiali, al G., ormai sfruttato e schivato, non restava che ritirarsi nella sua
villa di S. Margherita in Montici, dove, dal 37 al 40,
accudi alla sua Storia d'Italia: primo e serio sforzo
di intendere e illustrare nella sua totale complessità
la vita secolare della penisola.

Il G., a differenza di altri spiriti aderenti a una pluralità d'interessi (lo stesso Machiavelli, cui spesso e non
convenientemente viene raffrontato, è uomo anche d'estri
umanistici e letterari) si può dir totalmente legato alla
responsabilità politica, sia in sede di azione pratica sia
in sede di intima meditazione. Ambasciatore, luogotenente, governatore, la sua vita è un permanente impegno
civile, al quale è connesso un diuturno esame critico e
giudizio morale. Sicché, se v'è un politico profondamente
documentato è proprio il G., continuamente indotto a
tirar somme e ad annotare «ricordi»: senniché codesta
copiosità di elementi vissuti e scrupolosamente registrati,
mentre fornisce intero il quadro della sua riflessione,
può, per avventura, offrire adito ai più disparati raccordi,
attesa la difficoltà di separare i materiali occasionali da
quelli essenziali, ai fini di una sicura ricostruzione del
suo più autentico mondo etico-politico. E certo la fase
arrovellata e mutevole di vita fiorentina e italiana (si
dica pure europea) del tempo, proiettandosi sulla sua
vicenda personale, contribuì ora a pletorizzare ora ad
esasperare, in un senso o nell'altro, la sua esperienza.
Che, intanto, è essa, fondamentalmente, in quanto vita
vissuta, la base e la condizione del suo, frammentario
o disteso, argomentare. Assai più della storia, difficile a
vagliarsi, la cronaca immediata, la realtà quotidiana è
l'humus da cui germoglia il fiore del suo pensiero. Lezione
della realtà (mutamenti di regimi, rotture di accordi,
giuochi di forze politiche, ecc.), che fatalmente gli darà
la misura dei moti umani, dell'imperio degli eventi, dell'istinto del «particulare», e lo educherà alla scuola di
quella scienza politica, di cui, dal Machiavelli in poi,
si discoprirà sempre più il nudo tecnicismo. Condiscipolo, ma spesso più scaltro, del Machiavelli, il G. consegue una più ricca serie d'istruzioni: è palese, nel G.,
il riconoscimento della «ragion di Stato» (la locuzione
ricorre nei suoi scritti, e non in quelli del Machiavelli,
al quale tuttavia fu sempre attribuita la paternità della
formula); è viva altresì l'intuizione di quel concetto di
«classe politica» (efficacia di una minoranza organizzata
nella conquista e gestione della cosa pubblica) che solo
assai più tardi troverà la sua enunciazione dottrinale;
ed è soprattutto lucido, nel G., l'accertamento di un
mondo politico degli uomini, frutto, più che altro, di una
«prudenza» legata al relativo ed all'utile. Senza dubbio,
è il suo freddo temperamento che, conducendolo (anche
nella vita privata) a rigorosi equilibri di pensiero, insinuerà
un che di scettico e disincantato nel suo dettato. Come
non lo eccitano i programmi avveniristici o libreschi
(«Quanto diversa è la pratica della teoria!», Ric., 35),
come non lo scalda il vagheggiamento d'una «legge
agraria», riparatrice dell'iniqua distribuzione della ricchezza (il «tu» e il mio» gli sembra insopprimibile, e
l'«qualità» irrealizzabile), così il più delle consuete accedizioni esemplari della storia gli sembrano da rivedere
tranquillamente (donde le sue correzioni al Machiavelli);
e, quanto alla sistemazione dello Stato fiorentino, il suo
auspicio si attiene (Dial. del reggim. di Firenze) a quel
«governo misto», che costituì la non originale formola
del più dei politici del Rinascimento.

La prospettiva del «particulare» apparve (specie
nell'Ottocento) ai critici del G. la disinvolta asserzione,
se non addirittura l'«esasperazione, dell'istanza individua-

listica (donde il cliché di un G. conservatore e "borghèse") : e tuttavia, mentre all'interpretazione più recente (U. Spirito, sulla scorta del De Sanctis) codesta enunciazione è apparsa quale interessante anticipo della moderna visione «liberale» della vita associata, si può anche rilevare che tale «particulare» non vuol contrassegnare, dopo tutto, l'egoistica esigenza di un homo homini lupus, disinteressato della comunità e alieno da superiori ideali. Occorre, infatti, non dimenticare che, se ben son presenti al G. la fragilità umana, l'imperio della fortuna e la suggestione dell'occasione, vivida e squillante è altresì in lui (in contrasto al Machiavelli) la confidenza nella bontà naturale dell'uomo. («Gli uomini tutti, per natura, sono inclinati più al bene che al male», Ric., 134); «se alcuno si trova che per natura sia inclinato a fare più volentieri male che bene, dire sicuramente che non è uomo, ma bestia o mostro; poiché manca di quella inclinazione che è naturale a tutti gli uomini» (op. cit., 135); «tutti quegli che non cavano più frutto o più satisfazione del fare male che del fare bene, sono inclinati al bene...» (Dial. del reggim. di Firenze, II; ecc.). È codesta genuina tendenza umana che spiega, nel G. «malgrado i rilievi delle nequizie dovute alle «occasioni di corrompere o pervertire questo istinto» (loc. cit.) – il diffuso apprezzamento dell'etica, dell'onore e di quella religione (non sono da ritenersi retorici i suoi omaggi al papa e alla fede), che, al disopra di talune vivaci espressioni d'anticlericalismo, resta presidio ottimo e massimo della moralità individuale e collettiva (termine supremo della felicità del singolo, sarebbe somigliare a Dio: Ric., 16).

Codesta certezza può non venire smentita dalla stessa ipotesi che l'origine pratica degli Stati (potere costituito) sia la violenza (Ric., 48), del resto altrove corretta dall'aristotelico rilievo che «le città furono instituite principalmente per sicurtà di quegli che vi si ridussono e perché avessino le commodità che ricerca la vita umana» (Dial. del reggim. di Firenze, II); origine violenta, che, coerentemente, spiegherebbe la fatalità della «ragione di Stato» e l'amara conclusione che «non si può tenere Stati secondo coscienza» (Ric., 48): giacché l'accertamento di un che di demoniaco nella vita terrena, già fatto, ad es., da talune correnti pur agostiniano, non esclude la possibilità di un riscatto e di un recupero del «buon cammino», mercé l'opera dei veri prudenti e uomini da bene, miranti continuamente al superamento degli egoismi privati.

Si può concludere che la molteplicità degli elementi accertati, mentre documenta la profonda complessità della sua esperienza, milita in favore di una visione dialettica della vita associata, secondo la quale le forze naturali del bene hanno da scontrarsi con le ineluttabili seduzioni della città terrena, quale oggi è istituita: dialettica che costituisce la travagliata trama della storia, fatta di azioni e reazioni, per cui giova perfino l'esistenza di un Martin Lutero a stimolare l'opera risanatrice della Chiesa. La stessa indagine storiografica a cui egli si è dedicato fin da giovane gli serve da severa ispezione del secolare processo umano per quel che concerne le sorti d'Italia; ma si affatta copiosa registrazione di eventi e accidenti non scalza, in definitiva, nell'uomo G., la permanente possibilità, di fronte alla contingenza, di un appello alla propria intimità e dignità, quale fonte di rimediato optimum morale. La Consolatoria, l'Accusatoria, la Defensoria, gli stessi Ricordi, il vario spicciolo materiale autobiografico, son documento d'una vigile coscienza, di un monologo interiore, di un anelito a trascendere la malignità dell'accaduto, scrutinando e purgando se stesso, nella conquista di una verità ugualmente valida non solo per il singolo e per la collettività, ma anche per la cronaca e per la storia. È tra l'altro all'Indice la Storia d'Italia (decor. 7 genn. 1627).

BIBL.: Opere del G.: Le Storie fiorentine (1509), abbraccianti il periodo 1378-1509; Il Discorso di Logroño, dettato nel 1512, in Spagna; la Relazione di Spagna, redatta a termine della sua missione. Fra le altre opere: il Dialogo del reggimento di Firenze, in 2 voll. (1521-25); i Ricordi politici e civili (1525, o prima, 1520); le Considerazioni sui Discorsi del Machiavelli (1520); i Discorsi del modo di riformare lo Stato dopo la caduta della Repubblica e di assicurarlo al duca Alessandro (1531); la Storia d'Italia, frutto degli ultimi anni della vita. Oltre a queste, numerose altre pagine

(Ricordanze, Orazioni, ecc.), v.: Scritti autobiografici e rari (a cura di R. Palmarocchi, Bari 1936). – Studi: Oltre al lavoro basilare di A. Ottone, François Guichardin. Sa vie publique et sa pensée politique, Parigi 1926-27; Ch. Benoist, Guichardin historien et homme d'état florentin au XVIe siècle, Marsiglia 1862; C. Gioda, G. e le sue opere inedite, Bologna 1880; E. Zanoni, La mente di F. G., Firenze 1897; N. Barckhausen, G. politische Theorien in seinen Opere inedite, Heidelberg 1908; A. Luzio, La Storia d'Italia e del G., in Atti della R. Accad. d. scienze di Torino, 65 (1930), pp. 231-48; P. Treves, Il realismo politico di F. G., Firenze 1931; F. Ercole, Machiavelli e G., in Pensatori e uomini d'azione, Milano 1935, pp. 178-211; V. LUCANIA, F. G. and his european reputation, Nuova York 1936 (tradotta in italiano con aggiunte e migliorie: F. G. e la fortuna dell'opera sua, Firenze 1949); F. G. nel IV centenario della morte, supplem. di Rinasciata, Firenze 1940 (E. Bodrero, F. G.; G. Masi, Il G. e la giurisprudenza del suo tempo; F. Sarri, G. e la religione; ecc.); V. Vitale, G., Torino 1941; U. Spirito, Machiavelli e G., Firenze 1944; nonché F. Chabod, s. V. ENOCH. Ital., XVIII, p. 244 segr.; R. ancora: R. Palmarocchi, Studi quicciardiniani, Firenze 1947; S. Spongano, Per l'ediz. critica dei «Ricordi» del G., ivi 1948; M. Fubini, Studi sulla lettera del Rinascimento, ivi 1948, pp. 138-207; N. Valeri, Sul «particulaire» del G., in Belfagor, 5 (1900), pp. 537-48; V. DECAPOLI, F. G., Bari 1950.

Rodolfo De Mattei

QUICCIARDINI, PIERO. – Riformatore, discendente di Francesco Guicciardini n. a Firenze il 21 luglio 1808, m. ivi il 23 marzo 1886. In gioventù fu vicino al gruppo dei cattolici liberali toscani, si arricchì di notevoli conoscenze tecnico-agrarie, ed inoltre si occupò dell'organizzazione in Toscana di asili infantili con una vigile attenzione per le teorie e le attuazioni pratiche del suo tempo (Aporti, Naville, ecc.). Si staccò dalla Chiesa cattolica (1836) per una crisi interna, indirizzata anche dall'amicizia di un gruppo di evangelici (in special modo dalla genovina Matilde Calandrini); senza aderire ufficialmente ad alcuna setta protestante, cominciò a frequentare il culto della chiesa evangelica riformata di Firenze. Nel 1846 era già un fervido organizzatore.

Per la sua attività contraria alla «religione di Stato» è imprigionato nel 1851. Commutatogli poi il confino con l'esilio, soggiorna in Inghilterra, ospite della migliore aristocrazia locale. È durante tale soggiorno che il G. aderisce alla setta dei plumuttisti o darbiti, di recente sorta; ad essa attrappate poi Teodoro Pietricola Rossetti (cugino del più noto Gabriele Rossetti), il quale tanta parte ebbe dopo nella missione darbita in Italia. Nel 1854 il G. è ribattezzato nella setta dei darbiti. Lo stesso anno torna in Italia e sceglie a sua dimora Nizza, negli Stati sardi, anziché Firenze. Inizia quindi sistematicamente con alcuni correligionari l'opera di «evangelizzazione» dell'Italia, alternando la sua permanenza in Italia con soggiorni in Inghilterra e in Svizzera. Tornato a Firenze nel 1859 dopo la crisi del governo granducale, ne riparte poi del suo parere in mancanza di illimitata libertà religiosa che aveva sperato attuabile dal Ricasoli. Continuò a controllare intensamente il suo tentativo di evangelizzazione, non aderendo però a parallele iniziative protestanti e alla formulazione di un credo in comune. Nella controversia suscitata dall'opuscolo del Pietricola Rossetti, Principi della Chiesa romana, della Chiesa protestante e della Chiesa cristiana pubblicato nel 1863, il G. si dichiarò solidale con il Pietricola, la qual cosa gli attirò le ire delle altre sette. Passò gli ultimi anni della vita nelle sue campagne in Toscana. Nel 1885, e cioè l'anno precedente la morte, per dissidi di natura dottrinale e disciplinare, il G. si staccò dalla comunità plumuttista di Firenze. Di scarsa cultura teologica, il G. pose a base delle sue teorie un miscuglio di riforma protestante e di cattolicesimo, e cioè: Trinità, Chiesa Corpo mistico di Cristo, salvezza gratuita, giustificazione per la fede, antipapismo, revival, pietismo.

BIBL.: S. Jacini, Un riformatore toscano dell'epoca del Risorgimento. Il conte P. G., Firenze 1940 (fondamentale, con bibl.). Massimo Petrocchi