ICONE. - Voce greca che significa immagine, e che è passata nell'uso per indicare i dipinti portatili con immagini sacre dei primi secoli, e generalmente
quelli di tipo orientale. Il fanatismo iconoclasta, che fra l'VIII e il IX sec. perseguitò nel territorio bizantino la pittura religiosa, fece strage soprattutto di dipinti portatili; questo spiega l'estrema rarità delle i. dei primi secoli, e conseguentemente, per la scarsità dei confronti, l'incertezza nella loro datazione. Si aggiunga che le indagini sono anche ostacolate dal fatto che tali dipinti, per la venerazione stessa in cui furono tenuti, ebbero spesso a subire ridipinture o rifacimenti che li mantenessero efficienti al culto; e altre volte vennero quasi del tutto celati agli sguardi. Quest'ultimo è il caso della famosa i. del Salvatore del Sancta Sanctorum, detta l'Acheropita, di cui il Liber Pontificalis documenta già l'esistenza al tempo di Stefano II (752-757): completamente nascosta alla fine del sec. XII da un rivestimento di lamina d'argento dorato e da un velo dipinto che ne celava anche il volto originale, poté essere esaminata solo nel 1907 da mons. Wilpert che, nonostante lo stato rovinoso dell'immagine, giunse alla
conclusione ch'essa è opera romana da attribuirsi al sec. V-VI. Invece nell'i. della Madonna di S. Maria Nuova un recentissimo restauro, rimovendo le volgari ridipinture ottocentesche, scoprì che l'immagine del sec. XII ne celava un'altra, preziosissima per bellezza e per remota antichità, che può forse risalire al sec. IV o V. i. dà anche notizia della tecnica con cui erano eseguite: l'i. di S. Maria Nuova è a cera (v. ENCAUSTO) su tela di lino, secondo una tecnica che sembra fosse molto in uso nel secc. IV-VI; l'Acheropita invece è dipinta a tempera su tela di canapa incollata su tavola di noce e preparata con un leggero strato di biacca, e questa è la tecnica che viene comunemente usata in seguito.
Oltre a queste, che sono le più antiche superstiti in Roma, sono anteriori al movimento iconoclasta anche le i. con immagini di santi del Museo di Kiev, portate dal Sinai dal vescovo Porfirio (forse del sec. VI con caratteri affini alle pitture del Fayoum), e quelle simili del Museo del Cairo; mentre fra le molte in venerazione nei conventi del Monte Athos solo la Panagia Portaitissa del monastero di Iviron risalirebbe, secondo il Kondakov, al sec. IX. Altre i. famose in Roma sono quelle della Madonna della Clemenza in S. Maria in Trastevere, e della Madonna Salus Populi Romani in S. Maria Maggiore, entrambe di epoca incertissima: per la prima sono state proposte dalla critica datazioni varie, fra il sec. VII e la fine del XIII; la seconda, che sembra essere frammento di una immagine a figura intera, è variamente attribuita al V, al IX e al XIII sec., ritenendola in tale ultimo caso, come
l'altra, copia da originale assai antico. Ugualmente incerta è la data di tutto quel gruppo di i. della Madonna che una tarda tradizione attribuisce a s. Luca, in Roma (S. Maria d'Aracoeli, S. Maria in Via Lata, S. Maria della Pace, S. Agostino, S. Maria del Popolo ecc.) e in altri luoghi d'Italia (Bologna, santuario di S. Luca; Bari, cripta del Duomo; S. Maria di Pulsano presso Monte S. Angelo, ecc.); di tutte però la più antica è quella dell'Aracoeli da assegnare al sec. X-XI. Fra le rare i. del
sec. X sono anche la veneratissima Madonna Nicopeia in S. Marco di Venezia, proveniente da Costantinopoli, e il musaico portatile con il Pantocratore del Museo nazionale di Firenze, formato da minutissime tessere saldate nella cera, secondo una tecnica abbastanza diffusa in quest'epoca, e di cui si conservano esemplari anche di dimensioni piuttosto grandi nei monasteri di Chilandari e di Xenophon sul Monte Athos; noto esemplare di tali i. in musaico è quella con le 12 feste dell'anno, nel Museo dell'Opera del duomo di Firenze, del sec. XII. Più frequenti sono naturalmente le i. attribuibili a questo secolo (si ricordano, oltre quelle più citate di Roma, la Madonna detta di S. Guglielmo a Montevergine; la Madonna della

In queste i. più tarde diviene frequentissimo il rivestimento di lamina argentea (già in uso nel sec. XII, come si è visto nell'Acheropita del Sancta Sanctorum), che ricopre talvolta il fondo, talaltra anche parte dell'immagine, di cui lascia visibile solo il volto. Le arti minori concorsero a rendere splendenti con tali rivestimenti e con altri ornati le i. più venerate. La lamina argentea che riveste l'Acheropita, e che ebbe restauri in varie
epoche fino all'età barocca, è nelle parti più antiche ad ornati geometrici battuti entro stampi, in altre parti ha figure a sbalzo, ed è arricchita anche di smalti; la Nicopeia di Venezia ha il nimbo a smalti su lamina d'oro e la cornice adorna di altri smalti bizantini coevi all'immagine. La tecnica più comunemente usata per l'ornamento dei fondi, soprattutto nei paesi d'Oriente, è la filigrana.
Fra le i. moderne merita una particolare menzione quella donata a S. S. Pio X dai cattolici russi nell'occasione del suo giubileo sacerdotale (1908). - Vedi tavv. XCIII-XCIV.