INCORONAZIONE. - Cerimonia, con la quale un sovrano viene messo in possesso della sua dignità, mediante l'imposizione della corona, simbolo del potere. Il termine i. comprende generalmente anche le cerimonie della unzione e consacrazione e intronizzazione; e si adopera pure per le statue e immagini di Maria S.ma, in riconoscimento della sua dignità.
I. I. DEGLI IMPERATORI E DEI RE.
La guida morale della Chiesa, che indica ad ogni fedele e a tutta l'umanità la salvezza dell'anima e la realizzazione del Regno di Dio, si estende ai governi terreni che nell'esplicazione del loro mandato possono nuocere non meno che giovare al bene spirituale dei sudditi. Perciò la Chiesa ha voluto consacrare a Dio ogni potere pubblico e, a cominciare dalla rinnovazione carolingia dell'Impero, con un rito antico e solenne ha investito della loro dignità l'imperatore capo di tutte le genti cristiane e i re capi dei nuovi Stati nazionali.
I. STORIA E DIRITTO
Proprio intorno a questa cerimonia, con cui il cristianesimo esalta il carattere universale dell'Impero e conferma l'autorità dei sovrani, prese origine una drammatica contesa fra i papi e gli imperatori, i primi rivendicando alla Chiesa il diritto di attribuire il potere, i secondi accettando più spesso dalla Chiesa solo l'elemento religioso della consacrazione, senza obblighi limitanti quella sovranità che essi vantavano di ricevere direttamente da Dio, creatore di tutte le cose e perciò fonte unica di ogni potere.
L'i. influisce così sui rapporti fra lo Stato e la Chiesa, che a loro volta la determinano, creando un complesso problema nel quale rientrano motivi puramente spirituali e motivi esclusivamente temporali.
Il problema in realtà è sorto con la Chiesa stessa, nata nello Stato che le preesiste, ma con caratteri universali che la fanno coincidere con esso e che le vengono direttamente da Dio. Di qui un'apparente contraddizione nella letteratura cristiana, che, dopo aver messo in rilievo la somma autorità dell'imperatore eletto da Dio, esige poi l'obbedienza dell'imperatore stesso alle norme che la Chiesa, depositaria unica del precetto divino, stabilisce.
Il problema dei rapporti, di cui ora si esaminano le vicende, ebbe nel medioevo due motivi essenziali: l'esistenza e giustificazione del diritto del papa nell'attribuire la dignità imperiale e la posizione di lui nei riguardi degli imperatori. Incorporati, quest'ultimi dal pontefice, come i re dai vescovi, si sono considerati come istituiti dalla consacrazione ecclesiastica i poteri temporali; e quando, in pieno conflitto tra l'Impero e la Chiesa, i legisti di parte imperiale rivendicano dal diritto romano il potere assoluto, e perciò la supremazia, dell'imperatore, gli avversari curialisti si appoggiavano egualmente al diritto romano per reclamare tale potere a vantaggio del papa, imperatore egli stesso ed unico sovrano residente nella Roma dei Cesari. Il papa appare dunque in diritto di provvedere alla scelta di chi gli sembri più degno fra i candidati al trono imperiale e, in base al potere di legare e sciogliere trasmesso da Cristo, di deporre l'imperatore che si manifesti indegno. E il Dictatus Papae (VIII, XI, XII) lo fa disporre delle dignità e beni temporali come degli stessi attributi della dignità imperiale: potere che Gregorio VII esercita nella deposizione di Enrico IV.
Secondo la decretale Per venerabilem del 1202 (c. 34, X, de elect., I, 6), in forza della quale Innocenzo III attribuisce l'Impero prima ad Ottone IV e poi a Federico II, l'Impero deve ritenersi principaliter et finaliter dipendente dalla S. Sede: 1) perché essa ha trasferito l'Imperium romano dall'Oriente ai re germanici per meglio difenderlo; 2) perché è dal papa che il re designato alla dignità imperiale viene benedetto, incorporato e rivestito di quella, cioè « consacrato » imperatore. Con il diritto di esame e di approvazione si sostiene il diritto del papa alla reggenza dell'Impero nei periodi di vacanza del trono. Venendo contestata la trasmissione dell'Impero sia per l'insufficienza della donazione costantiniana e la mancanza di fiducia che riscuoteva, sia per l'esistenza dei principali latini d'Oriente, papa Innocenzo IV riafferma a Lione le prerogative pontifice in base alla trasmissione della monarchia sacerdotale e regale da Cristo sacerdote e re a Pietro: tutto l'imperium e dunque legittimamente trasmesso dal papa all'imperatore e da questo deve ritornare al papa. La tesi, che ha tra i suoi interpreti Enrico da Susa e Guglielmo Durante, prevale, facendo decadere l'opposto principio, già sostenuto da Enrico IV e Federico I, secondo cui la dignità imperiale è fonte di ogni potere ecclesiastico e pontificio. Così nel 1273 l'elezione di Rodolfo d'Asburgo da parte dei principi elettori viene sottoposta all'approvazione del papa, che la concede e subito dopo avverte l'eletto di tenersi pronto per la consacrazione; nel 1303 poi, Alberto d'Asburgo ammette che l'imperatore deve essere legittimo protettore della Chiesa per aver questa trasmesso l'imperium dai Bizantini ai Germani e che la potenza temporale deriva agli imperatori passati e futuri da quei principi cui la stessa Chiesa conferisce il diritto di eleggere il re dei Romani.
Ma contro Bonifacio VIII, che con le sue lettere degli anni precedenti e la bolla Unam Sanctam ha proclamato la supremazia assoluta del papa su tutti i poteri terreni, reagisce Filippo il Bello con la violenza d'Anagni. La crisi politica che continua oltre la morte del papa spinge i giuristi a limitare la portata dell'i.: gli imperatori ed i re debbono riceverla come forma speciale di benedizione, non quale conferimento di autorità. In quest'epoca dunque si comincia a ritenere (lo scritto di Marsilio da Padova, del 1324, avrà fortuna solo più tardi) che all'elezione fatta dai principi elettori sia superflua la conferma pontificia. L'avventura di Luigi il Bavaro, incorporato imperatore nel 1329 a Roma dal prefetto urbano ed unto da due vescovi contro ogni tradizione, precipita nello scisma dell'antipapa Nicola V contrapposto a Giovanni XXIII e nella presa di posizione dei principi elettori, i quali stabiliscono che da quel momento l'eletto sia definito re ed imperatore al di fuori di ogni conferma papale. Decisione ratificata alla Dieta imperiale di Francoforte.
La secolare contesa ha ormai indebolito alla base il Sacro Impero romano-germanico: diminuito nel suo valore mistico, nel suo carattere religioso, nulla può acquistare nel campo politico, dove i regni nazionali, i principali germanici, gli Stati e le città d'Italia vivono praticamente fuori o contro di esso.
Il Sacro Romano Impero, nel quale si è potuto affermare il più alto ideale del medioevo - la ricomposizione ad unità dell'antico orbe romano per un'umanità realizzatrice in terra del Regno di Cristo - brilla ancora d'incerta luce, sino a quando se ne riconosce ufficialmente la fine. Carlo V è l'ultimo imperatore romano incorporato dal Papa (Bologna, 24 febbr. 1530).
Anche la breve parabola napoleonica porta ad una renovatio imperii: La Providence a voulu que je rétablisse le trône de Charlemagne... Pour le Pape je suis Charlemagne, sono le frequenti parole di Napoleone e, quasi il giudizio negativo di Eginardo glielo suggerisca, dopo aver ricevuto l'unzione dal Pontefice gli toglie dalle mani la corona e se la pone in capo con il detto minaccioso: Dio me l'ha data, guai a chi me la tocca. Il contrasto fra l'unzione pontificia e l'i. laica ha compiuto il millennio (Roma, Natale dell'800 - Parigi, 2 dic. 1804).
Bibliografia18 opere
Fulvio Crosara
II. LITURGIA
1. I. dei re
L'unzione dei re viene ispirata dalla Bibbia (I Sam. 16, 13; II Par. 23, 11; Ez. 16, 8-14); tuttavia il primo esempio di una unzione regale si trova presso i Visigoti nella Spagna. Il loro re Wamba, nel 672, dopo aver professato la sua fedeltà («ex more fidem populis reddidit») riceve nel capo la sacra unzione; della tradizione delle insegne non si parla ancora. Più di mezzo secolo dopo, nel 751, in Francia Pipino, figlio di Carlo Martello, vien consacrato nella cattedrale di Soissons da Bonifazio, legato del Papa ed arcivescovo di Magonza. Questa cerimonia fu ripetuta da Stefano II (754), nel monastero di S. Dionisio, dove consacrò Pipino insieme a Carlomagno e Carlomagno, suoi figli. Dopo si aggiunse l'i. anche del re, come si faceva per l'imperatore. Nell'844 Ludovico II fu a Roma unto re, investito e coronato; nell'848 Carlo il Calvo fu incoronato ad Orléans dall'arcivescovo di Sens, ed una seconda volta a Metz, nell'869 (la terza volta, nell'875, fu incoronato imperatore a Roma). Da quel tempo, l'unzione e l'i. dei re è una usanza fissa nel regno dei Franchi dell'ovest, seguita poi anche in altri territori, ad es., nella Castiglia Alfonso III, nell'866; Ordono II nel 914. Per il regno franco dell'est, la Germania, Corrado I, nel 911 fu il primo re unto: ma la corona non la ricevette dalla Chiesa. Il successore Enrico I rifiutò l'unzione sacra e l'i. Ma col regno di Ottone I e con la sua i. nel 936, si fissava il rito dell'ordinazione del re. Il rito del cosiddetto Pontificale romano-germanico, Ordo Romanus vulgatus, redatto a Magonza, riporta le cerimonie dell'i. di Ottone II nel 961.
Secondo quest'ordine s'incoronavano i re della Germania ad Aquisgrana fino al 1531, con alcune modificazioni del 1307. Quest'ordine si seguiva anche nell'Inghilterra e nella Francia, ma certamente con modifiche e variazioni. Il rito dell'i. del re all'uso romano fu composto d'ordine di Clemente V per l'i. di Roberto, re di Sicilia (Ordo Rom., XIV), sul modello dell'i. imperiale. Il rito attuale del Pontificale romano deriva dal Pontificale di G. Durando (m. nel 1296).
L'i. del re si fa nella domenica, dal metropolita competente, con assistenza degli altri vescovi del regno. Consta di due parti, delle quali una si compie prima della Messa, l'altra nella Messa dopo l'Epistola. Prima della Messa ha luogo:

(da La miniature del sacramento d'Ivrea e di altri caduti Warmaniani, a cura di L. Magnani, Città del Vaticano IV), lav. I, 1, 2)
1) la presentazione con un breve esame, un'ammonizione al re futuro e la sua professione o il suo giuramento; 2) un'orazione di benedizione dell'arcivescovo assieme agli altri vescovi; 3) le litanie con due versetti per il re; 4) l'unzione del re con l'olio dei catecumeni fatta in forma di croce sul braccio destro dal polso al gomito, e sul dorso, tra le spalle. Nei riti anteriori talvolta si unsero con il erisma anche la testa e le mani. Questa unzione, considerata nel medioevo come uno dei 12 Sacramenti, non è che un sacramentale secondo la decisione di Innocenzo III. Finita questa prima parte, il re indossa una veste simile ad un camice ed il manto reale.
La seconda parte comprende: 1) la consegna della spada regia, accompagnata da una allocuzione: il re riceve la spada che porge allo scudiero, il quale la ripone nel fodero. L'arcivescovo poi cinge il re della cintura. Quindi il re sguain la spada, lancia alcuni colpi («viriliter vibrat») e la ripone di nuovo nel fodero; 2) l'i.: assieme con gli altri vescovi l'arcivescovo impone la corona con le parole «accipe coronam»; seguono le consegne delle altre insegne, dello scettro, delle armille, del globo d'oro; 3) l'intronizzazione con acclamazioni del popolo.
Nell'i. della regina reggente si omette la cintura della spada, e in quella della regina non reggente anche il breve esame, l'ammonizione e il giuramento.
Il re incoronato e la regina ricevevano la Comunione prima sotto ambedue le specie, in seguito soltanto sotto una sola specie con la purificazione nel calice del metropolita.
Bibliografia9 opere

(fot. Anderson)
Per il senso: E. Eichmann, Die rechtliche u. kirchenpolitische Bedeutung der Kaisersalbung im Mittelalter, in Festschrift f. Georg von Herstling, 1913, S. 263 ff.; id., König und Bischofsweihe (Sitzungsberichte der Bayer. Abhd. d. Wissenschaft. phil. u. hist. Klasse), Monaco 1928; H. Walter Klewitz, Die Krönung des Papates, in Zeitschr. f. Rechtsgesch. Kan. Abt., 30 (1941), pp. 96-130; P. Oppenheim, Die sakralen Momente in der deutschen Herrscherweihe bis zum Investiturstreit, in Ephemerides liturgicae, 58 (1944), pp. 42-49.
Il testo: J. Catalani, Pontificale Romanum... commentariis illustratum, I, tit. XX, De bened. et coronat. regis, Parigi 1850, p. 575; M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen âge (Studi e testi), 86, 87, 88, 99, 4 voll., Città del Vaticano 1938-41, passim.
2. I. degli imperatori
L'i. degli imperatori nell'Occidente comincia con quella di Carlomagno (Natale 800). La storia dei riti s'inizia con l'i. del suo successore Ludovico il Pio (816). Si distinguono 4 o 5 periodi: 1) tempo carolingio-franco, da Ludovico (816) fino a Berengario (915); 2) tempo della dinastia degli Ottoni: Ottone I (962), Ottone II (967), Ottone III (996); 3) tempo della dinastia salica: Enrico II (1014), Corrado II (1027), Enrico III (1046), Enrico IV (1084); segue un tempo di riforma o intermedio: Enrico V (1111), Lotario II (1133), Federico I (Barbarossa, 1155), Enrico VI (1191); 4) da Innocenzo III fino al Caeremoniale Romanum: Ottone IV (1209), Federico II (1220), Enrico VII (1312), Ludovico di Baviera (1328), Carlo IV (1355), Sigismondo (1433), Federico III (1452); 5) Caeremoniale Romanum: Carlo V (1530).
A) Il rito dell'i. nel tempo carolingio-franco si trova nel cod. Vat. lat. 7114. La recensione più breve contiene soltanto il testo di 4 orazioni: all'ordinazione e alla consacrazione del capo con Crisma, all'i. e alla benedizione; la recensione più lunga aggiunge la consegna dello scettro, dell'anello e della spada, prima senza formole, dall'875 con le formole «accipe virgam», «accipe regiae dignitatis anulum», «accipe gladium» ed il testo delle Laudes «Exaudi Christe». Precedono la cerimonia il solenne ricevimento alla scalinata di S. Pietro (dall'844), la promessa della pace dell'ordinando e la sua adozione come «Filius Ecclesiae» (dall'878); dopo l'i., la solenne processione al Laterano ed il banchetto comune del papa e dell'imperatore.
L'imperatore riceve come i vescovi l'unzione sulla testa con il Crisma e indossa l'abito chiericale.
B) Al tempo degli Ottoni si usava, sotto l'influsso di Cluny, un nuovo cerimoniale dell'i. (contenuto nell'Ordo Romanus vulgatus, Cencius I), che vien usato la prima volta all'i. di Ottone I (2 febbr. 962). La somiglianza con l'i. papale si mostra nella recita di tre orazioni fatta dai vescovi di Albano, Porto e Ostia. Fra la seconda e terza orazione si recitano le litanie; segue l'unzione non del capo, ma del braccio destro e fra le spalle, non con crisma, ma con l'olio dei catecumeni; la formola dell'unzione non si trova. Dopo l'orazione del vescovo d'Ostia, segue l'i. fatta dal papa. Per la consegna delle insegne si usano le formole dell'Ordo. L'unzione e l'i. si facevano davanti all'altare di S. Pietro. Anche la regina veniva unta e incoronata.
C) Il tempo più illustre dell'Impero romano, quello della dinastia salica, ha sviluppato un cerimoniale dell'i. anch'esso molto fastoso, contenuto nell'Ordo Cencius II. All'imperatore va solennemente incontro il prefetto, ed è ricevuto dal papa alla porta di S. Pietro. L'imperatore eletto giura la fedeltà, è adottato quale «filius Ecclesiae» ed entra con il papa nella Basilica; alla porta argentaria segue la prima orazione del vescovo di Albano; poi lo scrutinio e la professione di fede. Segue la seconda orazione, recitata dal vescovo di Porto. L'imperatore eletto indossa la tunica, la dalmatica, il pluviale, la mitra; frattanto la regina viene introdotta nella Basilica. La Messa si celebra all'altare di S. Pietro. Prima del Gloria l'imperatore ed anche la regina vengono unti dal vescovo di Ostia. Per desiderio dell'imperatore, l'i. si fa dal papa all'altare di S. Maurizio. L'imperatore riceve l'anello, la spada, la corona ed in fine lo scettro. Dopo l'Epistola si cantano le lodi. All'Offerto, l'imperatore offre, all'altare di S. Pietro, pane, ceri, oro e vino, e la regina l'acqua per il sacrificio. Dopo la Messa ha luogo la processione al Laterano, l'imperatore (senza corona) tiene la staffa al papa.
D) Il nuovo ordine, composto dall'ordine da Innocenzo III, contiene qualche mutazione: non c'è più la promessa della pace, lo scrutinio, l'adozione come «Filius», l'imperatore eletto invece vien annoverato fra i Canonici di S. Pietro; l'unzione si fa all'altare di S. Maurizio. Nella Messa, dopo il Graduale, il papa corona l'imperatore, poi gli dà lo scettro, il globo o pomo imperiale d'oro ed in fine la spada. L'ordine di queste insegne si cambia talvolta, p. es., nel 1452: lo scettro, la spada, il globo ed in fine la corona, o, come nel 1530: la spada, il globo nella destra, lo scettro nella sinistra, infine la corona.
E) Tutte queste cerimonie, come quella dell'i. del papa, vengono codificate per ordine di Innocenzo VIII nel 1488 e pubblicate nel Caeremoniale Cappellae Pontificiae, del 1516. L'i. non si fa più all'altare, ma alla cattedra del papa; le formole della consegna vengono recitate dal papa solo.
Nell'impero bizantino, l'imperatore vien coronato dalla Chiesa fino dal sec. IV (Teodoro I 379-95); ma qui manca la parte specifica dell'ordinazione occidentale, cioè l'unzione. - Vedi tav. CVII.
Bibliografia4 opere

# II. I. DEL PAPA.
È la solenne inaugurazione del regno papale. Essa non attribuisce all'eletto la suprema potestà, la quale gli viene « iure divino » immediatamente con l'accettazione dell'elezione, ma costituisce una parte integrante dell'intronizzazione (cost. Niccolò II del 1059 § 6; Clemente VI del 1351; CIC, can. 219).
Fino al sec. X non furono eletti vescovi alla dignità papale perché considerati inamovibili dalle loro sedi. Con la consacrazione vescovile, l'eletto riceveva assieme la potestà di ordine e di giurisdizione. Cominciando dal sec. X, furono eletti papi anche dei vescovi e per essi fu ordinato il rito dell'intronizzazione (cost. Niccolò II del 1059). Questo rito cominciava come la consacrazione, con la processione all'altare; il papa stesso diceva la Messa; dopo il Confiteor, prima del Gloria, i tre vescovi d'Albano, di Porto e di Ostia pronunciavano tre orazioni, s'imponeva il pallio al papa, alla cattedra il papa riceveva l'omaggio del clero, si continuava la Messa. Tanto in occasione della consacrazione, quanto in quella dell'intronizzazione, alla fine della Messa a S. Pietro, prima di cavalcare per la presa di possesso del Laterano, s'imponeva al capo del Pontefice il « regnum », di forma simile al « camelaucum » o « trigium » (Ordo Rom., IX [M. Andrieu, Les « Ordines romani » du haut moyen âge, I, Lovanio 1931, pp. 21-22, XL], sec. IX), non è ancora la corona, ma sotto influsso delle idee dell'Impero sia per l'imperatore come per il papa, si aggiunse al « regnum » la prima corona, forse al tempo di Ildebrando (Gregorio VII). Nella prima metà del sec. XII la coronazione del papa divenne l'atto dell'istituzione papale, unita con la consacrazione o con la sola benedizione. Questa evoluzione toccò l'apice sotto Bonifacio VIII, nel qual tempo si aggiunse una seconda e terza corona, e dal « regnum » diviene « triregnum » (tiara). Il decreto di Clemente VI del 1351 significa la fine di questa istituzione come atto giuridico, la quale rimane unicamente come atto liturgico. I riti ed i testi dell'incoronazione papale si trovano, oltre che nell'Ordo Rom. IX (Andrieu, op. cit., XXXVI e XL, pp. 19, 21-22), nell'Ordo Rom. XIII vel Caeremoniale Romanum di Gregorio X papa (m. nel 1276), nell'Ordo Rom. XIV vel Ordinarium S. R. E. di Gaetano Stefaneschi del 1311; poi nell'appendice del Pontificale di G. Durando (m. nel 1296).
Bibliografia8 opere
Pietro Siffrin
IL RITO ODIERNO DELL'I
Dopo il 1870 l'i. ebbe luogo nell'interno di S. Pietro (Pio X e Pio XI) anziché all'esterno o nella cappella Sistina (Leone XIII e Benedetto XV); Pio XII invece fu incoronato sulla loggia di S. Pietro. La data dell'i. viene fissata dal neo eletto papa e ordinariamente si celebra di domenica o in altro giorno di festa.
Il papa, indossati gli abiti sacri e il piviale bianco con la mitra di lama d'oro, scende per la scala regia con il solito corteo dei solenni pontificali papali, attraversa il portico di S. Pietro ed entra in Basilica per la porta di bronzo. Seduto sulla sedia gestatona, con i flabelli si lati, viene portato nel portico di S. Pietro, che in questa circostanza è parato di damaschi rossi con trine d'oro, mentre i cantori della Basilica cantano: Tu es Petrus. Scende dalla sedia e va a sedere sul trono, che quivi trovasi alzato, e riceve l'omaggio del Capitolo Vaticano.
Il card. arciprete gli bacia la mano e il piede, e riceve dal Papa il duplice amplesso. Ciò fatto, pli esprime la sua gioia e quella del Capitolo Vaticano per la sua assunzione al pontificato, quindi i canonici, i beneficiati e tutto il clero della Basilica sono ammessi al bacio del piede.
Terminata questa dimostrazione di ossequio, il pontefice rimonta in sedia gestatoria, e per la porta maggiore si reca alla cappella della S.ma Trinità ove si prostra in breve adorazione del S.mo Sacramento ivi esposto; viene quindi portato alla cappella di S. Gregorio per il canto di terza o di nona secondo le rubriche.

Ivi è eretto il trono ma senza baldacchino, ove ascende dopo brevi preghiere al faldisterio ed ammette all'ubbidienza i cardinali che in cappa rossa (anche se di Quaresima o Avvento) gli baciano la mano destra sotto l'auri-frigio del manto o piviale. Finita l'ubbidienza il papa si alza ed impartisce la benedizione al popolo.
Ha quindi inizio il canto dell'ora canonica, alla fine della quale il papa, indossati i sacri paramenti per il solenne pontificale, al cenno del primo cardinale diacono che, con la ferula in mano, dice Procedamus in pace, e rispondendo il coro In nomine Christi. Amen, preceduto dalla Croce e dalla processione si avvia all'altare papale, in sedia gestatoria, sotto baldacchino bianco, con i flabelli ai due lati.
Nell'uscire dalla cappella di S. Gregorio, trova un maestro delle cerimonie che, genuflesso con una canna inargentata con in cima della stoppa ed un chierico di cappella con candela accesa che dà fuoco alla stoppa, alza la canna e canta queste parole: Pater sancte, sic transit gloria mundi. Questa cerimonia si ripete tre volte durante il percorso dalla cappella all'altare. Ivi giunto il pontefice recita le preghiere comuni della Messa che si svolge nel solenne rito dei pontificali papali. Finita la confessione, il primo diacono gli pone la mitra in capo, quindi risale sulla sedia gestatoria, ed i tre primi cardinali vescovi suburbicari recitano su di lui le preci speciali dell'i.
Al termine di esse il Papa sale i gradini dell'altare, ove il card. diacono gli toglie la mitra e gli impone il pallium sopra il fanone, pronunciando la formula: « Accipe pallium sanctum, plenitudinem pontificalis officii, ad honorem omnipotentis Dei et gloriosissimae Virginis Mariae eius Matris, et beatorum apostolorum Petri et Pauli et Sanctae Romanae Ecclesiae ». Dopo l'incensazione dell'altare il papa è dal card. diacono incensato e baciato ad una gota e sul petto: la stessa cosa fanno i due cardinali diaconi assistenti.
Il pontefice va al trono dove riceve l'ultima adorazione. I cardinali baciano il piede e la mano del papa che li abbraccia due volte, i patriarchi, gli arcivescovi e i vescovi gli baciano il piede e il ginocchio destro, gli abati mitrati e i penitenzieri gli baciano il piede.
Dopo l'orazione della Messa: In die coronationis, il pontefice si siede, e il card. primo diacono con la ferula in mano, per implorare la divina protezione e quella dei santi sopra il novello Capo della Chiesa, accompagnato da un maestro di cerimonie e seguito dagli uditori di Rota, dagli avvocati concistoriali e da altri ufficiali della Corte Pontificia, precedendo quattro mazzieri, processionalmente scende al sepolcro di S. Pietro, e genuflesso intona le litanie dell'i.
Finita la recita di queste orazioni e litanie, continua la celebrazione del Pontificale.
Terminata la Messa e salito il papa in sedia gestatoria, il card. arciprete della Basilica Vaticana, in compagnia di due canonici, si avvicina al papa e gli offre una borsa di seta bianca ricamato in oro, contenente 25 giuli, « pro Missa bene cantata ». S. Santità porge la mano al bacio dell'arciprete e consegna la borsa al card. diacono officiante che la passa al suo caudatario. Quindi si riforma il corteo. Secondo l'antico cerimoniale, che fu ripristinato per l'i. di Pio XII, il corteo passa in processione attraverso la Basilica poi sotto il portico donde, per la scala regia, alla Sala regia, e da qui entra nell'aula detta delle Benedizioni sovrastante il portico di S. Pietro.
Sul balcone che è nel mezzo della facciata si erige un trono e il popolo assiste dalla piazza di S. Pietro alla cerimonia dell'i.
Il papa, salito sul trono, viene attorniato dai cardinali. Prendono posto ai suoi lati i diaconi assistenti, i prelati che portano la croce papale, le tiare, le mitrie e i candelieri.
Il coro intona l'antico inno: « Corona aurea super caput eius » ecc., dopo il quale il decano del S. Collegio recita il Pater.

INCORONAZIONE - I. di Pio III (8 ott. 1503).
Affresco di Bernardino Pinturicchio nella Libreria Piccolomini.
Siena, Cattedrale.
Il secondo diacono si avvicina al papa, che è rimasto seduto al trono e gli toglie la mitra. Il decano dell'Ordine dei diaconi prende allora il triregno e lo pone in capo al Pontefice dicendo: « Accipe tiaram tribus coronis ornatam et scias te esse patrem principum et regum, rectorem orbis, in terra vicarium Salvatoris nostri Iesu Christi, cui est honor et gloria in saecula saeculorum. Amen ».
Fatta la i. il papa sedendo legge ad alta voce le solite orazioni per impartire poi in piedi la trina benedizione.
Il card. diacono assistente pubblica in latino ed in italiano l'indulgenza plenaria concessa dal sommo pontefice. - Vedi tav. CVIII.
Enrico Dante
III. I. DELLE IMMAGINI DI MARIA S.MA.
L'uso antico di rappresentare le croci sormontate da una corona e specialmente le immagini sacre con una corona in capo, come pure il pio costume di far omaggio ai simulacri dei santi di oggetti preziosi o di corone, con cui venivano adornati in segno di particolare venerazione, portarono alle solenni i. delle immagini mariane. Clemente VIII donò una corona di gemme alla venerata immagine della basilica di S. Maria Maggiore. I vari titoli della regalità di Maria S.ma (come Madre di Gesù Cristo e come partecipe della sua opera ed autorità di Redentore, come Regina per eccellenza delle varie categorie dei santi) e la fase finale della sua assunzione corporea in cielo, rappresentata dalla sua i. per mano di Gesù Cristo o della Trinità, conferiscono un fondamento dottrinale alla suddetta manifestazione culturale.
Il rito delle i. solenni e pubbliche delle immagini mariane si va stabilendo dalla fine del sec. XVI. Il predicatore cappuccino Gerolamo Paolucci di Calboli da Forlì (m. nel 1620) stimolava i suoi uditori alla raccolta di oro, argento e gemme preziose per la confezione di corone che venivano apposte con grandi manifestazioni di pietà sulle immagini della Madonna, e unitamente del Bambin Gesù, che erano venerate nei luoghi dove predicava. Si hanno le descrizioni contemporanee delle i. da lui promosse, p. es., a Cremona (1596), a Parma (1600), a Comacchio (1619), con la partecipazione delle autorità ecclesiastiche, che ne celebravano il rito, e civili. Ne emulò lo zelo il confratello Fedele da S. Germano Vercellese (m. nel 1623), che, fra molte immagini mariane, fece incoronare quella del santuario di Oropa (1620). Questa forma di culto fu favorita da Alessandro Sforza Pallavicino, conte di Borgonovo (Piacenza), che donò l'oro per la corona con cui il Capitolo Vaticano adornò con solenne rito il 27 ag. 1631 l'immagine di S. Maria della febbre nella Sagrestia dei beneficiati della basilica di S. Pietro. Dopo aver promosso l'i. di altre immagini mariane dell'Urbe, diede stabilità a tale devozione lasciando nel testamento del 3 luglio 1636 un legato al suddetto Capitolo per l'invio di corone alle immagini di Maria S.ma in Roma, prima, e poi a quelle che godevano di una particolare venerazione in altri santuari. La concessione di tali i. divenne privilegio del Capitolo di S. Pietro, il quale ne stabilì le condizioni e il cerimoniale. I sommi pontefici tuttavia si riservarono di procedere a i. personali: Pio VI il 3 maggio 1782 incoronò l'immagine di S. Maria del Popolo nella cattedrale di Cesena; tra quelle incoronate da Pio VII figura la Madonna di Loreto (febbr. 1801); Gregorio XVI, il 15 ag. 1838, cinse di corona d'oro gemmata la Madonna «Salus populi romani» della Cappella Paolina o Borghesiana in S. Maria Maggiore. Altre immagini vengono incoronate per breve pontificio. La coronazione di una status o immagine della Madonna può esser fatta dal vescovo locale di sua ordinaria autorità. Si richiede il permesso (dato con breve apostolico) del S. Padre o del Capitolo Vaticano qualora l'i. si voglia fare a loro nome ed autorità per una solennità maggiore. Non si permette la coronazione delle statue o immagini di santi.
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ICONOGRAFIA
La rappresentazione iconografica dell'i. di Maria si formò non prima del Duecento; l'arte bizantina non la conosceva affatto. Nell'arte dell'Occidente europeo il tipo si sviluppò nei sinottici del trapasso di Maria i quali in una continua serie, spesso verticale, di alcune rappresentazioni, illustrano le successive fasi del trapasso della Vergine dalla terra al Cielo, dove l'i. di Maria simboleggiava il trionfale ingresso della Madre di Cristo nella gloria eterna. Tra gli esempi più antichi di raffigurazioni dell'i. di Maria, inquadrati nel genere sinottico, si possono citare: una miniatura del Salterio della regina di Francia Bianca di Castiglia, conservato ora nella Biblioteca dell'Arsenale a Parigi, ed una scultura in un timpano della chiesa di Notre Dame a Parigi, ambedue del primo ventennio del Duecento. Frequenti sono le i. di Maria in diversi timpani di altre chiese gotiche della Francia. Un buon esempio di analoga rappresentazione nell'arte italiana, sebbene posteriore di un secolo, offre la vetrata dell'occhiello nell'abside del duomo di Siena, ultimamente ritenuta come eseguita verso il 1320 su un disegno di Duccio.
Nell'arte italiana lo sviluppo iconografico dell'i. di Maria è preceduto e deriva da un tipo di raffigurazione della Vergine in gloria, dove Maria siede a destra di Cri to su un trono avendo ai lati dei santi oppure degli angoli. Il grande musaico di S. Maria in Trastevere a Roma del 1160 ca. è uno splendido campione di tale rappresentazione; un esempio dello stesso tipo, anche se posteriore di più di un secolo, è l'affresco nell'abside della chiesa superiore della basilica di S. Francesco in Assisi, ritenuto opera del Cimabue. In queste «glorie» manca solo l'azione di Cristo di porre la corona sulla testa di sua Madre perché esse siano chiamate proprio delle «i.».
Tale gesto appare tuttavia con piena evidenza nello splendido musaico nell'abside della basilica di S. Maria Maggiore a Roma, capolavoro di Jacopo Torriti del 1296.
Il ricchissimo sviluppo iconografico del tema nel Trecento e nel Quattrocento italiano coincide con lo stabilirsi formale del Rosario, nel quale l'i. di Maria costituisce il soggetto da meditare dell'ultimo Mistero della vita di Maria. Si nota che le origini del Rosario, unite a S. Domenico, precedono di poco le primissime rappresentazioni dell'i. di Maria nell'arte dell'Occidente europeo.
Nel Trecento, nelle scene dell'i. la Madonna siede su un massiccio trono gotico, a destra di Cristo; angeli e santi circondano il trono. Come modelli della tipica raffigurazione trecentesca possono servire: il politico della cappella Baroncelli nella chiesa di S. Croce a Firenze, attribuito anche a Giotto; l'affresco sopra il pergamo della chiesa inferiore della basilica di S. Francesco in Assisi (1325 ca.) ritenuto, senza sufficiente base, opera di Maso; ed anche il grande pannello della Galleria nazionale di Londra attribuito all'Orcagna, o alla sua scuola. Segue le forme della tradizione gotica del Trecento l'i. di Lorenzo Monaco datata del 1413, agli Uffizi, e la quasi contemporanea grandiosa rappresentazione di Jacobello del Fiore all'Accademia di Venezia.
Verso il 1400 il trono di Cristo e di Maria' perde sempre più del suo pesante aspetto architettonico, trasformandosi in un drappeggio di ricchi tessuti decorativi, talvolta sostenuto da angoli. Così raffigura l'i. Lorenzo di Niccolò Gerini nel suo pannello agli Uffizi; così ancora, nella seconda metà del Quattrocento, dipinge le sue i. Sano di Pietro, delle quali due si conservano nella Pinacoteca di Siena. Un tardo campione di questo tipo offre alla vigilia del Cinquecento la pala di Bernardino Fungai nella chiesa dei Servi a Siena.
Nel corso del Quattrocento ben presto il trono viene sostituito da nubi. A tale riforma iconografica dell'i. di Maria diede largo contributo l'Angelico. Tuttavia la sua grandiosa I. del Louvre segue ancora in gran parte la disposizione tradizionale, sebbene quale nuovo elemento appaia in essa l'atteggiamento della Vergine inginocchiata per ricevere la corona. Invece le sue tre i. di S. Marco a Firenze, cioè l'affresco in una cella del convento, il maestoso pannello e il tondo del Museo, si svolgono tutte e tre fra nubi. Anche nelle raffigurazioni lasciate da fra' Filippo Lippi, la Vergine inginocchiata riceve la corona dalle mani del suo Divino Figliolo sia su un trono (trittici della Pinacoteca Vaticana e degli Uffizi) sia sulle nubi, nell'affresco del duomo di Spoleto.

Numerosissime pale d'altare della seconda metà del Quattrocento rappresentano nella loro parte superiore l'i. di Maria, che si svolge in Cielo tra cori di cherubini, e nella parte bassa alcuni santi. Esempi di questo tipo sono: la pala dell'Alunno della chiesa di S. Niccolò a Foligno, la pala di Piero Pollaiolo della chiesa di S. Agostino a S. Gimignano, e soprattutto la grande I. con quattro santi del Botticelli, del 1490, agli Uffizi. Appartiene a questo gruppo iconografico anche la grande pala di Francesco di Giorgio, dipinta nel 1471, ora nella Pinacoteca di Siena, seppure in essa la divisione orizzontale in due distinte parti sia meno accentuata. Anche l'altare in terra cotta di Andrea della Robbia all'Osservanza di Siena si avvicina a tale modello.
La Vergine viene sempre di regola raffigurata a destra di Cristo. Rara eccezione da questa regola è la pala del Pinturicchio del 1503-1505 della Pinacoteca Vaticana, dove nel cielo sul fondo di una mandorla adornata di puttini la Vergine si vede inginocchiata a sinistra dal suo Divino Figliolo.
L'I. dipinta da Raffaello, prima del 1505, per la chiesa di S. Francesco a Perugia ed ora conservata nella Pinacoteca Vaticana, si presenta divisa in due parti orizzontali: nella parte superiore della tavola è raffigurato Cristo in atto di coronare Maria, seduta alla sua destra sulle nubi, e nella parte bassa si vede il fiorito sepolcro vuoto della Madonna, circondato dagli Apostoli.
Ad una distanza di 25 anni seguono la stessa disposizione iconografica G. Romano e F. Penni nella loro pala d'altare ora conservata nella Pinacoteca Vaticana.
Rare sono le raffigurazioni dove Maria viene incoronata non da Cristo solo, ma dalla S.ma Trinità. Così, p. es., in un pannello del primo Quattrocento di Gentile da Fabriano, proprietà della Pinacoteca di Brera a Milano, in una tavola di Giovanni d'Alemagna e Antonio Vivarini, conservata all'Accademia di Venezia, ed anche nell'affresco cinquecentesco dipinto dal Sodoma sulle pareti dell'Oratorio di S. Bernardino a Siena, intervengono nell'i. di Maria Vergine il Padre Eterno e lo Spirito Santo, seppure solo Cristo imponga la corona sulla testa di Maria. Invece in una incisione di Alberto Dürer e nella cuspide del grandioso altare ligneo della chiesa di Maria a Cracovia, capolavoro di Veit Stoss del tardo Quattrocento, nell'i. dipinta dal Greco, conservata nella raccolta Bosch a Madrid, il Padre Eterno e Cristo pongono insieme la corona sopra la testa di Maria, mentre la colomba dello Spirito Santo illumina in alto la rappresentazione del divino mistero. - Vedi tavv. CIX-CX.










