INTUZIONISMO. – Termine filosofico di significato non sempre esattamente precisabile, qualche volta sostituito dall'altro di _intuitivismo_. In generale, esso INTUZIONE (v.) o al conoscere intuitivo un'importanza e una funzione superiori o speciali rispetto ad altre forme di conoscenza. In questo senso l'i. si distingue o si oppone al razionalismo, all'intellettualismo ecc., rispetto ai quali, nelle sue posizioni polemiche (caratteristiche soprattutto della filosofia contemporanea), si presenta, negativamente, come antirazionalistico ed
antinellettualistico. In se stesso, però, e nel suo aspetto positivo, esso non nega e non esclude la validità della conoscenza razionale o intellettiva. In qualunque caso, indica una conoscenza immediata o diretta e dunque diversa da quella mediata o discorsiva o indiretta. Da un lato, vuol soddisfare l'esigenza di un conoscere concreto e cioè che abbracci in un solo sguardo (sinottico), senza astrarre o depauperare e, dall'altro, il bisogno di un possesso più intimo, più interiore, più penetrante e più pieno della verità di quello consentito dal sapere razionale. Dal punto di vista mistico traduce (spesso in immagini presenti e in simboli pregnanti di spiritualità) il desiderio di un contatto sempre più pieno e diretto con Dio. Ciò spiega perché il sapere intuitivo ora è considerato come il grado iniziale del conoscere, ora come quello finale, in cui culmina la dialettica conoscitiva: nel primo caso resta assorbito nei gradi superiori, nel secondo include ed oltrepassa gli altri. I, in senso proprio è solo quest'ultimo.
Nella storia del pensiero esso presenta forme diverse: a) i gnoseologici, quando una dottrina della conoscenza considera l'intuizione come fonte diretta e primaria della verità; b) i etico, quando una dottrina morale assume l'esperienza diretta ed immediata come fonte di riconoscimento dei valori etici; c) i estetico, quando l'attività estetica in generale è considerata un fatto di intuizione; d) i scientifico, quando una teoria epistemologica attribuisce la scoperta scientifica ad una specie di divinazione istintiva, a un «cognitore» rapido ed intuitivo.
Prima di approfondire, attraverso rapidi cenni storici, queste forme principali d'è, è necessario chiarire due posizioni fondamentali dell'ist. stesso. Il modo d'intendere il valore dell'intuizione o della conoscenza intuitiva proprio del pensiero classico-cristiano è infatti diverso da quello proprio del pensiero moderno soggettivista ed immanentista: per il primo l'atto dell'intuizione è recettivo dell'oggetto intuitivo o della verità (sensibile o intelligibile che sia); per il secondo è, invece, creativo del suo oggetto, cioè, nell'atto che lo spirito intuitivo, «costituisce», «pone», «crea» la verità o la realtà intuitiva. È la sostanziale differenza che passa (in questo come in altri problemi) tra il «realismo» greco-cristiano e il «soggettivismo» della filosofia moderna.
Quantunque manchi il termine, la conoscenza intuitiva (intuizione intellettuale) si trova a fondamento della gnoseologia platonica: la vôgôs, o conoscenza immediata dei principi è più perfetta della sôvôs, o procedimento discorsivo analitico, che dà un sapere imperfetto e derivato «che sta alla scienza come l'immagine all'oggetto» (Respubl., 510 a). Quest'ultima presuppone la prima, la cui portata in Platone è metafisica: le anime hanno avuto un'intuizione originaria intellettuale prima ancora di cadere in un corpo, quando, al seguito degli dèi, esse, chi più che meno, riuscirono «a fatica a scorger le essenze» (μόχος καθορώσα τὰ ὄντα, Phaedr., 248 a). Il ricordo sopito di questa intuizione primale si sveglia al contatto con le cose sensibili, produce nell'anima «sbalordimento» e ne accende l'èpôs fino al delirio (μαχία, ibid., 250 a b). Di tutte le essenze, solo la Bellezza è visibile attraverso sensibili immagini, solo essa splende alla vista (κάλλος δὲ τότε ἦν ἰδὲν λαμπρόν, ibid., 250 b) ed accende nell'«iniziato di fresco» un'intimità d'amore senza limiti, non «adulterata dall'assumazione mortale, intenta a cose mortali e meschine» (σωφροσύνη δυνητή κεκαμένην, ὄντα τε καὶ φειδωλὰ οἰκονομοῦσα, ibid., 256 e). Così Platone non disgiunge dall'intuizione intellettuale quella sensibile (si può dire anche «estetica») e fa dell'una e dell'altra l'origine, il fondamento e anche il fine (la contemplazione, come apice della dialettica, è anch'essa una forma d'intuizione) del conoscere discorsivo e razionale. È siccome la dialettica è anche (soprattutto) elevazione morale, si può dire che l'ì. gnoseologico di Platone è implicitamente anche il. etico. Quantunque nella sua filosofia la ragione prevalga nettamente sull'intuizione, Aristotele (v.) considera i principi (τα ἄμεσα) oggetto di apprensione immediata nel senso di evidenti di per se stessi. Plotino (v.), rifacendosi a Platone, identifica la pura contemplazione intellettuale (l'unione dell'anima, discosta dal sensibile, al Νοῦς) con il pensiero intuitivo. Anche per lui l'intuizione è dell'Anima prima (προτέρα) o superiore e il ragionamento discorsivo dell'Anima secondo (δευτέρα) o inferiore; anzi la scienza intuitiva esclude il ragionamento ed è propria dell'Intelletto divino (e di quello umano in quanto ritorna al Νοῦς), «poiché non è possibile ragionamento nell'eternità» (οὐ γὰρ ἐγένετο καὶ δόξα, τον τόξα), dove tutto s'intuisce di colpo e dove di colpo si decide, senza ragionamento o scelta (Επιν., VI, 7, 1-3).
Nella filosofia cristiana dei primi secoli, il sapere intuitivo acquista un significato e un'importanza rilevanti e nuovi, come esperienza interiore della verità, soprattutto con. A. Agostino. Il concetto d'«interiorità» sostituisce quello platonico di «innatismo», l'intuizione intellettuale diventa partecipazione amorosa, vitale e vivente della verità, esperienza di vita spirituale. Il significato filosofico del termine si arricchisce di un senso mistico e si carica di un valore teologico (rapporti con il problema della Grazia), senza che vi sia tuttavia (almeno in Agostino) confusione o identificazione di significati. Alla mensa ineriscono naturaliter la ratio e l'intelligentià o intellectus (De Cive. Dei, XI, 2): la prima «est mentis motio, ea quae discuntur distinguendi et connectendi potens» (De ord., II, 11, n. 30); la seconda, superiore alla ratio, è veduta interiore della verità, alla mente oggettivamente presente. Perciò l'intelletto è il vero occhio dell'anima (ibid., 9, n. 26), mentre la ratio è la facoltà discorsiva (analisi e sintesi) che si applica ai sensibili per giudicarsi (De vera relig., cap. 29, n. 30). In breve: la ragione costruisce la scienza del mondo sensibile (De divers. quaest. ad Simplic., I, II, cap. 2, n. 3), l'intelligenza si applica intuitivamente al mondo intelligibile delle idee supreme (Sold., I, I, cap. 6, n. 13). L'ì. agostiniano, che non esclude la ragione e non invalida il procedimento discorsivo (e che è realista, in quanto la verità intuitiva è oggetto dato alla mente) ha alimentato la filosofia cristiana posteriore fino a s. Anselmo, ONTOLOGISMO (v.) in quell'ì. ha le radici; si ritrova nella scuola francescana (s. Bonaventura), nella filosofia cristiana moderna (p. es., Pascal, Rosmini ecc.), oltre che, nel suo significato più interiore di spiritualità, nella mistica cristiana di ogni tempo. La scolastica tomista accetta un sapere intuitivo nel senso aristotelico di evidenza immediata dei principi e, nell'altro, di conoscenza evidente di un oggetto esterno presente o attuale. Vi sono quindi impliciti i due sensi che l'intuizione ha avuto nel pensiero moderno, il cartesiano e il kantiano, ferma restando la differenza tra realismo e soggettivismo della verità e della realtà.
Infatti Cartesio identifica verità intuitiva e verità evidente, principio e fondamento del ragionamento discorsivo: l'intuizione è la «conception évidente», che nasce dalla sola luce della ragione ed è più sicura «parce qu'elle est plus simple que la déduction». O, come dice ancora: «Atque perspicuum est intuitum mentis tum ad illas omnes extendi [naturas simplices], tum ad necessarias illarum inter se connexiones cognoscendas, tum denique ad reliqua omnia quae intellectus praecise, vel in se ipso, vel in phantasia esse experitur» (Regulae, XII). Cartesio ammette ancora una conoscenza intuitiva che, può dirsi, deriva dall'esercizio discorsivo: la quarta regola del metodo rende così agile il pensiero (lo «esercita») da fargli poi abbracciare con un atto della mente quello che prima vedeva successivamente e discorsivamente (Discours de la méthode, parte 2ª). In breve, vi è un'intuizione lentamente e laboriosamente acquisita, come rileva il Blondel. Sia il Locke che il Leibniz conservano la cartesiana intuizioni come evidenza: tutte le verità primitive si conoscono «par intuitio», siano esse «verités de raison ou vérités de fait» (Nouv. Essais, I, IV, cap. 2, § 1).
Intuizionistica è la filosofia della cosiddetta Scuola scozzese (v. REID; STEWART) a cui si legano l'Hamilton e l'eclettismo francese: fondamento della conoscenza è l'intuizione delle verità razionali, superiori alla esperienza; d'altra parte, il soggetto conosce direttamente
l'esistenza degli oggetti materiali, senza che intervenga la ragione. Basta percepire un oggetto, dice Reid, perché vi sia la «convinzione irresistibile» o la «credenza» fuor d'ogni dubbio della sua esistenza attuale. Questa convinzione è immediata e non l'effetto del ragionamento, cioè «non è in sé giusto al ragionamento e alla dimostrazione che arriviamo a convincerci dell'esistenza degli oggetti che percepiamo». In breve, basta percepire (intuire) un oggetto per ammetterne l'esistenza (Reid, Essays on power of the human mind, Edimburgo 1785, saggio II, cap. 6). Vi è nell'uomo una «suggestione», un «istinto», una «credenza» originaria connaturale e infallibile e lo porta ad ammettere la realtà delle cose percepite, come attesta anche il consenso universale di tutti gli esseri pensanti. Anche i principi della morale sono immediati e diretti. Già Shaftesbury – e con lui i filosofi del cosiddetto senso morale – aveva ammesso nell'uomo un «istinto» innato di stima e di ammirazione per ciò che è nobile e giusto e aveva con esso identificato il principio dell'etica. HUTCHESON, FRANCIS (v.) pone a fondamento della morale il sentimento innato ed immediato di aiutare gli altri, di cui la ragione si serve (e perciò la sua funzione è seconda e non primaria) per trovare i mezzi adatti alla sua attuazione pratica. Così, a breve distanza dalla comparsa del criticismo kantiano, come reazione al fenomenismo dello Hume e, dall'altro, all'egoismo sistematizzato dallo Hobbes nascono, in seno all'empirismo inglese (anche per influenze platoniche), l'egoismo di Hobbes, che si svolge in England, si è sviluppato in altri paesi. Kant (v.) la conoscenza intuitiva acquista un senso originale, soprattutto nell'estetica trascendente. L'iniziativa (Anschauung) è la conoscenza che si riferisce immediatamente agli oggetti, ma a condizione che l'oggetto sia dato e modifichi in certo modo lo spirito. Gli oggetti sono dati per mezzo della sensibilità (la capacità di ricevere rappresentazioni) e essi sono ciò che fornisce le intuizioni (Critica d. ragion pura, Est. trasc., § 1). Ma ogni intuizione non è che la rappresentazione di un fenomeno. L'uomo non conosce gli oggetti in sé, ma solo il suo modo di percepirli (ibid., sez. II, § 8). L'intuizione, per Kant, si collega al senso, ma essa contiene un elemento formale: spazio e tempo sono le «forme pura», che si conoscono a priori, cioè prima di ogni reale percezione, sono intuizione pura (reine Anschauung: ibid.). Da questa, che è la sensibile, Kant distingue l'intuizione intellettuale o quella con cui è data l'esistenza dell'oggetto dell'intuizione, appartenente soltanto, per quanto l'uomo possa conoscere, all'Essere supremo; la sensibile è derivata (intuitus derivativus), l'altra è originaria (intuitus originarius: ibid., sez. II, § 8, IV). Per Fichte, l'intuizione intellettuale s'identifica con l'autocoscienza, ma non è separabile da un concetto e da un'intuizione sensibile: tutte e tre fanno sintesi. Schelling si ricollega direttamente a Fichte: l'autocoscienza è conoscenza «assolutamente libera» (non per prove, non per ragionamenti, non per concetti) e dunque è un'intuizione, nella quale l'intuente e l'intuito sono «identici». Egli la chiama «intuizione intellettuale», in opposizione a quella sensibile che non produce il suo oggetto, come avviene invece nella conoscenza dell'io. «L'intuizione intellettuale è l'organo di ogni pensiero trascendentale»; il quale dunque è «sostantemente accompagnato da essa (Sistema dell'idealismo trascendente: Werke, III, p. 361). SCHOPENHAUER, ARTHUR (v.) parla di intuizione nel significato più esteso di conoscenza immediata e non concettuale, sia delle cose che del loro rapporti. Ogni intuizione è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). 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Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volgare dei singoli oggetti a quella dell'idea: «... la conoscenza si scioglie dal servizio della volontà e appunto perciò il soggetto cessa di essere semplicemente individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà. E questo non tieni più dietro alle relazioni, secondo il principio di ragione, bensì possa in forma contemplazione dell'oggetto offerto, e in questo s'immerge» (ibid., III, § 34, trad. II. di P. Savj Lopez, Bari 1920). Basta cessare di considerare le cose secondo il principio di ragione, perché la conoscenza intellettuale è intellettuale, cioè «ci mette in presenza del reale» (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 4). Forma perfetta del sapere intuitivo è la contemplazione estetica, che opera il passaggio simbolico dalla conoscenza volg
invece, identifica l'intuizione con l'arte: le opere d'arte sono conoscenze intuitive (Estetica, 6a ed., Bari 1928 p. 17). La conoscenza intuitiva si distingue da quella logica: la prima è conoscenza per la «fantasia», dell'individuale, delle cose «singole», produttrice di immagini, l'altra per l'intelletto, dell'«universale», delle «relazioni» tra le cose, produttrice di «concetti» (ibid., p. 3). Ogni vera intuizione o rappresentazione è, insieme, «espressione» (ibid., p. 11). Perciò si distingue anche dalla sensazione che non si oggettivizza in un'espressione. È una forma teoretica autonoma, che s'identifica col fatto estetico e artistico.
Mentre il Bergson oppone l'intuizione all'astratto intellettualismo scientifico, altri pensatori, invece, colgono un sapere intuitivo anche nelle scienze e ad esse pertinente. Così W. Whewell osserva che l'induzione non è un ragionamento né distinto né riducibile al sillogismo; è un ragionamento logicamente scorretto e procedente per supposizioni ipotetiche. «L'induzione non è concludente in quanto ragionamento. Non è un ragionamento; è un'altra via per giungere alla verità» e precisamente quella della «congettura» (guessing: Fillos, della scienza induttiva. Sulla filo. della scoperta, Edimburgo 1860, p. 454). Pertanto la scoperta richiede l'iniziativa ardita, il genio scientifico, l'intuizione. Il Poincaré (v.) dà grande rilievo all'intuizione dell'ordine matematico «qui nous fait deviner des harmonies et des relations cachées» (Science et méthode, Parigi 1908, p. 47). Con la logica «si dimostra», con l'intuizione «s'inventa». «La faculté qui nous apprend à voir, c'est l'intuition; sans elle le géomètre serait comme un écrivain ferré sur la grammaire, mais qui n'aurait pas d'idées» (ibid., p. 137).
L'intuizione è una forma di conoscenza su cui non può cadere dubbio. Però l'II. inteso in opposizione alla ragione e al sapere discorsivo o come svalutazione o negazione di esso è una posizione polemica e come tale negativa: lo stesso sapere intuitivo perderebbe il suo valore se fosse negativo della ragione o ad essa antitetico. È l'errore delle forme antintellettualistiche e antirazionali d'i., pericolose per la filosofia ed anche da un punto di vista teologico, se si spingono fino ad ammettere l'intuizione diretta ed immediata dell'Essere in sé o di Dio. L'II. moderno, da parte sua, identificando nel conoscere umano la verità o la realtà conosciuta con l'atto soggettivo dell'intuizione, con ciò stesso nega l'intuire, perché non c'è più intuire se il soggetto e l'oggetto fanno uno e se quest'ultimo è una posizione o una creazione del primo. L'intuizione nell'intelligenza finita ha senso come presenza o interiorità della verità alla mente di cui è oggetto (Agostino) senza che sia la Verità in sé (Dio), a cui però rimanda, ma la verità come può essere presente alla mente nell'ordine naturale, di cui la ragione si serve per giudicare delle cose e stabilire tra esse nessi e rapporti.