IOSIA. - Re di Giuda (639-609 a. C.). Salì al trono all'età di 8 anni, succedendo a suo padre Amon (v.), soppresso per una congiura di palazzo dopo due anni di regno. «Ancor giovinetto cominciò a cercare il Dio di David suo padre» (II Par. 34, 3). Trovò il paese in grave decadimento religioso e morale, per il lungo periodo di apostasia ufficiale sotto il regno di Manasse e di Amon. Quando poté agire secondo la sua coscienza (all'età di 20 anni, ossia l'anno XII del suo regno, II Par. 34, 3), intraprese con ardimento e zelo un'opera di radicale riforma, purgando il paese da tutto l'apparato idolatrico che aveva preso piede un po' dappertutto ed era penetrato perfino nei sacri recinti del Tempio.
Spazzò via tutte le abominazioni dal luogo santo: demoli gli altari idolatrici fatti costruire dal re Manasse nei due cortili (II Reg. 23, 12) ed il «cocchio del sole»; distrusse l'Aserâh (II Reg. 23, 6), cioè il palo sacro, simbolo della dea Aserâh: al culto di questa dea erano annesse le infamie pratiche di prostituzione rituale, che il re energicamente stronò. Con eguale zelo purgò gli altri luoghi di Gerusalemme e di Giuda: disaccordo il Tempio, GEGENNA (v.), ove erano stati offerti a Moloch sacrifici umani (II Reg. 23, 10); rovesciò l'altare dei sê'rtîm (Volg. satiri), che era presso la porta della città; disaccorò le alture (maşêbôhôth) fatte erigere da Salomone (I Reg. 11, 7) presso il Monte Oliveto in onore di Astarte, Chamos e Moloch: quivi erano innalzati cippi e pali sacri a Baal e 'Aserâh, che I. fece demolire, riempiendo i luoghi di ossa umane (II Reg. 23, 13-14). Eguale sorte toccò alle altre maşêbôhôth disseminate in tutto il paese, da Gabaa a Bersabea, e tollerate da quasi tutti i re suoi predecessori (II Reg. 23, 8). L'azione epuratrice si estese anche alle persone: I. tolse di mezzo i maghi e gli'indovini con tutti i loro idoli (II Reg. 23, 24); destituì i gerofanti (kêmârîm) o sacerdoti idolatri addetti ai culti astrali importati dall'Assiria, e richiamò da ogni parte a Gerusalemme tutti quei sacerdoti che in qualunque modo si erano prestati agli illegittimi riti delle maşêbôhôth: tuttavia ebbe un riguardo per i sacerdoti di origine levitica, i quali, pur rimanendo sospesi dalle funzioni sacerdotali, continuarono ad essere sostentati con le offerte fatte all'altare. Lo zelo del pio re si estese anche oltre i confini del suo Stato, nei paesi del distrutto regno d'Israele. Si portò egli stesso di persona nelle varie città e borgate fino
al lontano territorio di Nephthal, abbattendo altari, simulacri, cippi e pali sacri, nonché le magsébhóth (II Reg. 23, 19 sg.; II Par. 34, 6 sg.); sopratutto distrusse lo scismatico santuario di Bethlé e ne dissacrò l'altare (II Reg. 23, 15-18), attuando quanto tre secoli innanzi, all'inaugurazione di quel santuario, aveva predetto un profeta di Jahweh (v. IEROBOAM I; cf. I Reg. 13, 2 sg).
L'azione del re era validamente appoggiata, oltreché dal sommo sacerdote Helcia, dai profeti Geremia (la sua vocazione profetica data all'anno XIII del regno di I., cf. Ier. 1, 2), Nahum e Sofonia, quantunque non si possa esattamente definire quanta parte vi avessero. Ad incoraggiare e stimolare il pro e sopravvenne un fatto assai importante: il ritrovamento del libro della Tôrâh nel l'anno XVIII del suo regno (622 a. C.), durante i lavori di restauro nel Tempio (II Reg. 22, 8 sg.; II Par. 34, 8 sg.). Il re ne ordinò la lettura alla sua presenza, e profondamente impressionato per le gravissime maledizioni di Jahweh contro i trasgressori della stessa Legge (Deut. 28, 15-68), Holda (v.), la quale confermò le minatorie sanzioni della Tôrâh, pur predicendo che non sarebbero state applicate durante il regno di I. in premio del suo zelo (II Par. 34, 19-28). I. intensificò la sua opera riformatrice a norma delle prescrizioni contenute nella stessa Legge. E fu un periodo di riforma costruttiva: mentre continuò ad estirpare gli ultimi avanzi di superstizione e d'idolatria, promosse con successo in tutto il paese un generale risveglio di fede e di pietà. Il documento ritrovato doveva essere, come ai tempi di Mosè e di David, la base di tutta la vita religiosa e civile della nazione; perciò se ne fece con grande solennità la promulgazione: adunati nel Tempio il popolo, i sacerdoti, i profeti, il re, fu data lettura della Tôrâh rinvenuta, e tutti giurarono di osservare gli statuti, rinnovando il patto o alleanza con Jahweh (II Par. 34, 29-33). A suggello del grande avvenimento fu celebrata nello stesso anno XVIII di regno di I. una solennissima Pasqua, quale dai tempi di Samuele non si ricordava in Israele (II Par. 35, 1-19).
Il rinvenimento del libro della Tôrâh sotto I. ha grande importanza anche dal punto di vista storico-letterario per la questione del Pentateuco. Gli antichi Padri, e soprattutto i moderni critici ed esegeti da un secolo in qua si sono domandati: quale libro fu ritrovato in quell'occasione? e che pensare del racconto biblico (II Reg. 22; II Par. 34)? Incominciando dalla seconda questione, i critici razionalisti fino ad oggi, negando per lo più la verità storica, hanno supposto che si trattasse non di un vero ritrovamento, ma di una pia frode con la quale si sarebbe fatto passare per ritrovato un libro sacro affatto nuovo, e questo sarebbe in sostanza il Deuteronomio o il substrato di esso, primo nucleo (secondo la teoria well-hauseniana) del processo di formazione del Pentateuco e degli altri libri storici. Ma sta il fatto che molto spesso nell'antico Oriente venivano depositati nei luoghi sacri i documenti importanti, specialmente di carattere religioso, e che non di rado se ne perdeva la traccia, finché, in occasione di restauri o di altri lavori, non venivano ritrovati. Quest'ipotesi sola risponde alla verità, come anche alcuni critici sono propensi ad ammettere (E. Sellin, Geschichte des isr.-jüd. Volkes, I, Lipsia 1924, p. 289 sg.; R. Kittel, Geschichte des jüd. Volkes, II, 7a ed., Stoccarda 1925, p. 445). Niente di più facile che, ai tempi degli empi re Manasse e Amon, il sacro testo venisse nascosto in luogo sicuro da qualche pio jahvista, ovvero venisse gettato da qualche altro come cosa vecchia in un ripostiglio, e che al fine ritornasse alla luce suscitando così profonda impressione. E che questo libro fosse il solo Deuteronomio, fu sentenza di parecchi antichi (Girolamo, Atanasio, Crisostomo, ecc.), ed è opinione abbastanza comune tra i moderni critici ed esegeti (molti razionalisti e non pochi cattolici, come I. Coppens, G. Ricciotti e A. Vaccari, Sacra Bibbia, II, Firenze 1947, p. 467). Dal racconto stesso si potrebbe avere l'impressione che il testo ritrovato non fosse molto esteso, giacché fu subito letto due volte (II Reg. 22, 8, 10), e nella cerimonia della promulgazione furono lette «tutte le parole» di esso al popolo (II Reg. 23, 2). Ma tale ipotesi è incerta; non risulta che la duplice lettura sia stata fatta nello stesso giorno né che il solo Deuteronomio sia stato letto tutto in una volta; d'altra parte il titolo del codice «libro della Tôrâh» (II Reg. 22, 8), «libro dell'alleanza» (II Reg. 23, 2), «il libro della Tôrâh di Jahweh scritto per mano di Mosè» (II Par. 34, 14), fa piuttosto pensare all'intero libro del Pentateuco (A. Bea [V. BIBLICA.], p. 85 sg.). Che il codice ritrovato fosse un libro conosciuto a tutti in Israele, si rileva dal racconto biblico (II Reg. 22, 12).
La vasta riforma di I., estesa pacificamente anche nei paesi dell'ex-Régno di Samaria, faceva intravedere non lontano il giorno in cui sarebbe stata restaurata anche l'unità politica della nazione, spezzata dopo la morte di Salomone. E forse lo stesso I. ne caldeggiava la speranza e il disegno. Ma gli avvenimenti politici fecero tutto fallire. Caduta Nivine nel 612 sotto i colpi dei Medi e Babilonesi, si mosse dall'Egitto il faraone Nechao II per portare soccorso all'agonizzante Impero assiro. Ma il Re di Giuda gli sbarrò la strada, senza dubbio per impedire che l'aiuto egiziano salvasse da sicura rovina una nazione che era stata sempre avversa al popolo di Jahweh; e si schierò con l'esercito a Mageddo, importante nodo strategico. Riuscite vane le trattative da parte del Faraone per ottenere il passaggio, si venne a battaglia; combattendo, I. fu ferito gravemente e morì di lì a poco (II Reg. 22, 28-30; II Par. 35, 20-25). La sua morte (609 a. C.) fu un'irreparabile sciagura per il Regno di Giuda ed il preludio della catastrofe finale (v. ELIACIM; GIOACHIMI T).