LAMENTAZIONI. - Cinque carmi intorno alla distruzione di Gerusalemme, cui i Settanta premisero il titolo 8°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°, passato anche nella Volgata: Threni id est Lamentationes. Nella Bibbia ebraica la breve raccolta viene indicata semplicemente con la prima parola della composizione ("èkhâl"), come succede anche per i libri del Pentateuco.
Nel Talmud (Bâbâ' Bâthrâ 15a) i cinque carmi sono detti qînôth; qînâh indica un canto o nenia funebre e comporta un determinato metro poetico, di solito impiegato in una composizione elegiaca.
Una differenza più notevole, fra la Bibbia ebraica e quella greco-latina, riguarda il posto occupato dal libricino. Nel testo ebraico esso figura nella terza parte, fra i Kethûbîm, mentre in greco ed in latino è connesso con il libro di Geremia, al quale segue come un'appendice. Nessuna di queste disposizioni, in modo speciale quella ebraica, è originale. I primi scrittori ecclesiastici (Origenes, Melitone di Sardi) che parlano del canone ebraico uniscono L. con il libro più ampio di Geremia. Lo stesso fa l'ebreo Flavio Giuseppe (C. Ap., I, 40). S. Girolamo nel suo Prologo galeato è il primo a documentare che alcuni (nonnulli) ponevano le L. fra gli agiografi. Mentre la disposizione greco-latina, prescindendo pure dalla questione dell'autore, rispetta una successione cronologica, quella ebraico-rabbinica è dovuta all'uso liturgico di leggere il libro durante il digiuno del 9°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°,
istituito per commemorare la distruzione di Gerusalemme del 587. Per questo il libriccino è stato collocato fra gli altri quattro di uso liturgico ben determinato (Cantico dei Cantici, Rut, Ecclesiaste, Ester), che con le L. formano i cinque méghilloth «volumi». D'altra parte la diversità del traduttore greco dimostra che mai il libretto fu unito con quello di Geremia in maniera perfetta.
Semplice è il contenuto dei cinque carmi, che sviluppano un tema sommamente tragico. Spesso le idee si ripetono, le espressioni di dolore o di sbigottimento si alternano; per questo è difficile presentare un sommario delle singole poesie, mancando un autentico svolgimento logico di concetti. Da L. risulta un'idea teologica di Dio molto perfetta, in armonia con la teologia del Vecchio Testamento. Dio è il protagonista della storia, la quale nulla deve al caso o ad un cieco fatalismo. È svolto ampiamente il concetto di colpa e di responsabilità collettiva. Per il problema del dolore si può intravvedere una soluzione simile a quella proposta nel libro di Giobbe. Oltre all'idea punitiva si prospetta il valore purificativo della sofferenza.
Letterariamente il libretto è di solito molto apprezzato. Si ammette però che l'unicità del soggetto, anche se grandioso, ed il rigido schema alfabetico hanno impastato talvolta l'immaginazione poetica ed hanno offuscato la bellezza formale.
La tradizione giudaica e cristiana, unanime sino al principio del sec. XVIII, additò come autore delle L. Geremia. Ora, invece, fra gli acattolici è dominante l'opinione contraria (Driver, Sellin, Koenig, Locher, Eissfeldt, Oesterley-Robinson, Pfeiffer, Rudolph, Weiser, Haller, ecc.). Fra i cattolici non mancano coloro che difendono l'opinione tradizionale (Knabenbauer, Ricciotti, Wiesmann, Paffrath), ma taluni limitano l'autenticità geremia ad alcuni carmi (Göttsberger, Höpf-Miller-Metzinger) oppure sono propensi per la negativa (Nikel, Clamer, Nötscher, Dennefeld).
Bisogna riconoscere che la tradizione, per quanto unanime, non appare tanto autoritativa. La disposizione ebraica non dice nulla contro l'autenticità geremia, perché essa è secondaria. D'altra parte la testimonianza del Talmud (Bābha' Bāthra' 15a) è troppo tardiva ed unita ad altre affermazioni inverosimili per riscuotere un'adesione incondizionata. Anche la testimonianza di Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., X, 78) perde del suo valore perché riporta le L. alla notizia di II Par. 35, 25. Il titolo premesso dalla versione greca è un ottimo indice dell'antichità dell'opinione, ma esso offre molti dubbi circa la sua autenticità.
L'esame intrinseco non rileva contatti che rendano necessaria l'identità di autore con il libro di Geremia; ma neppure si può affermare che i tre o quattro testi, su cui insistono gli oppositori (1, 9.11; 2, 9.20; 4, 17.20; 5, 7), escludono Geremia come autore. Se la differenza dell'ordine alfabetico (inversione di 'aṁ-pēh) fra i carmi 2-4 ed il 1° ed il carattere particolare della preghiera finale, non alfabetica, si possono considerare — come sembra ragionevole — quali segni di diversità di autore, a Geremia conviene attribuire, per motivi intrinseci, il gruppo 2-4.
Angeolo Penna
LE « L. » NELLA LITURGIA E NEL CANTO SACRO. — Nella liturgia ebraica la lettura modulata delle « L. », almeno dalla distruzione del secondoTempio, è stata la lettura obbligatoria e si è eseguita il 9 del mese di 'àbh (luglio-ag.). Il testo cantato dagli Ebrei che si recano al famoso « muro del pianto », ultima reliquia del secondo Tempio di Gerusalemme, non è tolto dalle L. di Geremia, ma composto dai rabbini come parafrasi e nello stile delle medesime.
Nella liturgia cattolica, dagli inizi della organizzazione delle ore canoniche, si leggono le « L. » nei tre ultimi giorni della Settimana Santa. L'ultima l., intitolata Oratio Jeremiae, chiude indivisa il primo Notturno delle « Tenerae » del Sabato Santo; le quattro altre sono distribuite progressivamente fra le tre prime lezioni del primo Notturno; la fine di ogni pericope è segnata dalla conclusione ritornello: « Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum ». Un responsario prolisso cantato dal coro s'interpone dopo ogni lettura.
La formola melodica sulla quale il testo delle L. viene recitato è più espressiva della modulazione comune usata per le letture dell'Ufficio divino: nelle L. si tratta di un vero recitativo musicale. Una lettera dell'alfabeto ebraico canata su di un vocalizzo breve ed uniforme inizia ogni nuova strofa (nel testo ebraico originale le successive lettere dell'alfabeto iniziano la prima parola dei successivi stichi). Le strofe si recitano su una formola di tipo salmodico; l'intonazione si ripete dopo le varie cadenze; la corda di recita è unica (la); due specie di cadenze mediane sono possibili, a seconda della lunghezza del testo; la cadenza finale, come le cadenze mediane, è di struttura tonica. L'orazione di Geremia, oltre alla formola comune delle L., ha pure un recitativo ornato con cadenze corsive pettabilistiche o tetrasillabiche e con due corde di recita (la e re).
I recitativi musicali adattati al testo delle L. sono numerosi nei manoscritti. Dapprima si cominciò a notarli sul codice stesso che serviva durante tutto l'anno per le letture bibliche del coro: così il codex Amiatinus (sec. VIII), il più antico codice completo della Volgata, indica con punti, virghe e altri neumi semplici, in notazione beneventano-toscana di data posteriore, un recitativo non molto diverso da quello pubblicato nella edizione vaticana. La melodia oggi diffusa dalla edizione vaticana è la più frequente nei manoscritti (antifonari, Bibbie, Breviari) e sembra la più antica. Altre sono state pubblicate ma non sono più legittime nell'uso liturgico.
D. Hesbert segnala la povertà del repertorio benvenuto, che adoperava una medesima formola per l'Es-sultet e per le L., recitativo salmodico di quarto modo analoga a quello del Te Deum e del Gloria in excelsis, XV della Vaticana (cf. Palego. Mus., XIV, p. 417-18). La stessa tradizione beneventana offre pure un medesimo recitativo per le « Preghiere » in genere: così l'Oratio Jeremiae si cantava come la preghiera di Giona o quella di Azzaria.
Il vescovo nord-africano Verecundus (ca. il 550) fa sapere che l'Oratio Jeremiae figurava tra i canti biblici cantati nell'Africa, nella Spagna e nelle Gallie (cf. Vere
cundus, Commentariorum super cantica ecclesiast. libri IX, in Spicilegium Solemense SS. Patrum, IV, Parigi 1588, p. 40; cf. anche Brev. mozarab.: PL 86, 367). Una melodia ispanica si trova nell’antifonario di Silos, in notazione aquitana, e nella Bibbia beneventana di Napoli (Biblioteca nazionale, VII AA. 3); è adattata anche allo Exultet (cf. Rass. greg., 9 [1910], p. 129). La notazione mozarabica si riscontra per le L. almeno nei tre codici seguenti: Bibbia di S. Pedro de Cardena, ff. 236-238 (Seminario di Burgos); Bibbia di León (ff. 50-52); Bibbia d’Oña (cf. G. Prado, El canto mozarabe, Madrid 1929, p. 26). A Milano le L. si cantano nel venerdì che precede la Domenica delle Palme; la melodia si trova nel cod. Ambros. E. 51 infer. del sec. XII.
Il rapporto delle varie melodie latine delle L. con il canto ebraico non è ancora ben chiaramente definito. Sembra che esista un fondo melodico comune a tutte le sinagoghe disperse, da ravvicinare non con la melodia dell’edizione vaticana, ma con altre ora scomparse (cf. A. E. Milgram Saboath, The day of delight, Filadelfia 1946, p. 473; A. Z. Idelsohn, Jewish music, Nuova York 1948, pp. 51-56).
I polifonisti dei secc. XV e XVI, con criterio meno liturgico, s’impossessarono delle L., semplici letture declamate, per trasformarle in veri motetti, con i medesimi procedimenti contrappuntistici adoperati sia per un Kyrie che per un responsorio, sopprimendo così l’opposizione del solista (il lettore) e del coro: è vero, tuttavia, che Palestrina faceva eseguire le sue L. a 5-6 voci da 5-6 solisti e non dall’intero coro. Le L. di genere polifonico, pubblicate nel 1506 dal Petrucci a Venezia, sono anonime. Nella raccolta di Le Roy et Ballard (Parigi 1557) figuravano i nomi di Arcadelt, Pierre de la Rue, Antoine Févin, ecc. Il libro di L. dedicato da Palestrina a Sisto V nel 1588 sostituì, per il servizio della Cappella Papale, le L. in uso dal 1515 e composte da Eléazar Genet detto «il Carpentasso». Diversi rimaneggiamenti nel repertorio della Settimana Santa fecero apparire nella Cappella Sistina composizioni nuove sia di L. che dei responsori successivi, dovute a Victoria, Ingegneri, Allegri, ecc.
LA METTRIE, Julien-OFFROY de. «Medico e filosofo, n. a St-Malo il 25 dic. 1709, m. a Berlino 1711 nov. 1751. Fu medico militare a Parigi dal 1742. Rischiando la Bastiglia per la sua opera Histoire naturelle de l’âme (La Haye 1745), si rifugiò presso Federico II. Altre sue opere sono: L’Homme machine (Leida 1748), L’Homme plante (Potsdam 1748) e Réflexions sur l’origine des animaux (Berlino 1750).
Il La M. è tra i più coscienti teorici del materialismo settecentesco. La materia organizzata contiene in se stessa un principio di movimento che la differenzia e i vari gradi della vita animale derivano dal grado di questa differenza. Il pensiero è solo una proprietà della materia organizzata (come è, ad es., l’elettricità); ogni attività è creata dal bisogno (l’uomo, avendo più bisogni degli altri esseri, occupa il punto più elevato dell’evoluzione); ogni soluzione eudemonistica nasce solo dall’ateismo. Anche ogni rapporto della vita associata è al di fuori di risoluzioni spirituali: il materialismo è per La M. l’unico antidoto della misantropia.
LAMMI, Giovanni. «Erudito e teologo, n. a S. Croce in Valdarno il 9 febr. 1697, m. a Firenze il 6 febr. 1770. Studiò diritto, matematica, storia, lettere e filosofia e, desideroso di sapere, visitò biblioteche e musei di molte nazioni di Europa. Dal 1773 alla morte tenne la cattedra di storia ecclesiastica all’Università di Firenze, stimato dal Granduca, che lo creò suo teologo consultore. Di carattere battagliero e leggermente simpatizzante per i giansenisti, sostenne molte polemiche.
La sua prodigiosa erudizione tocca i più svariati argomenti. Delle sue opere teologiche si ricordano: De recta Patrum Nicaenorum fide (Venezia 1730) contro G. Clerc; De recta Christianorum in eo quod mysterium divinae Trinitatis attinet sententia II. 6 (Firenze 1733), ove dimostra l’indipendenza del mistero della filosofia greco-orientale. Il De eruditione Apostolorum (ivi 1738) occasionò una polemica, cui rispose con Esame di alcune asserzioni del S. Ant. Alamanno (ivi 1749). Scrisse inoltre: S. Ecclesiae Florentinae monumenta (ivi 1738). Molte sono le sue opere d’indole profana.