LAURA (ἡ λαύρα). - Organizzazione monastica bizantina. Il termine, che per valore lessicale corrisponde al vicus latino (cf. Arnobio, Adv. gent., 3, 41: PL 5, 998), fu adibito, nel sec. IV, specie in Palestina, per designare un « quartiere » o villaggio di monaci.
Per comprenderne la natura, occorre tener presente lo sviluppo del monachismo orientale, ove si notano tre forme di vita monastica che vi fiorirono contemporaneamente, ciascuna per proprio conto, cioè l'eremitica, l'anacoretica e la cenobitica (V. MONACHISMO).
S. Ilarione, discepolo di s. Antonio, portò la vita anacoretica in Palestina, ove si diffuse largamente, dando luogo a vere « colonie » di monaci, che presero il nome di l. La prima di esse fu quella di Faran, nel deserto di Giuda, fondata nel 323-30 da s. Caritone.
La l. quindi differisce dal « cenobito » pacemiano, fatto per la vita associata, in cui le celle sono recintate da un unico muro (claustrum); essa si compone di molte celle autonome, distanti l'una dall'altra, benché abbiano comune una chiesa, in cui un sacerdote o maestro di spirito amministra agli altri i Sacramenti e li rende partecipi della vita ecclesiastica. Nel « cenobito », detto anche « monastero », i monaci vivono insieme; nella l. invece sono dei semi-eremiti, o « anacoreti », e ognuno, al dire di s. Saba, è « egumeno nella propria cella ». S. Eutimio e s. Saba, nel sec. v, diedero molto incremento a tal genere di vita monastica; i monaci però che venivano ammessi a vivere nelle celle della l. dovevano prima subire un periodo di formazione e di prova in una specie di cenobio, che si trovava nella stessa località. Ma il sistema della l. non era esente da inconvenienti e rendeva difficile la sorveglianza; onde la tendenza a trasformare la vita anacoretica in quella cenobitica. La fondamentale distinzione dei due sistemi ricorre spesso nelle vite di s. Eutimio e di s. Saba, scritte da Cicillo di Scicopoli, e il diverso modo di vivere è descritto a vivaci colori da Evagrio Scolastico (Hist. eccl., II, 21: PG 86, 2477-84).

Abituale in Palestina, il nome e l'istituto della l. si diffuse nelle varie parti dell'Impero bizantino. Con il tempo però il termine l. divenne sinonimo di monastero, sia che la fondazione si trasformasse da l. in cenobio, sia che fin da principio sorgesse come tale (l. cenobitica). Anzi, nei tempi più recenti, l. (ἡ λαύρα pron. e trascr. lavra) diventa un titolo onorifico, per qualificare un cenobio celebre, ampio e popolato; per cui nella Russia sono detti l. soltanto quattro grandi monasteri: la l. di S. Sergio presso Mosca, la l. Pečerskij di Kiev, la l. di S. Alessandro Nevskij presso Pietrogrado (tutte e tre residenziali del Metropolita), e la l. dell'Assunzione a Počaev in Volinia.
La più famosa l. di Palestina, che tutt'ora esiste, è quella di S. Saba a Gerusalemme, presso il torrente Cedron, chiamata la « Grande l. », oggi « Mar Saba », occupata da monaci dissidenti. Particolare importanza storica hanno avuto anche le grandi l. del Monte Athos e del Monte Sinai.
Con la l. palestinese ha stretta affinità la « Sceta » o Skiti (ἡ σκήτη), che richiama il tenore di vita praticato anticamente in Egitto, specie nei deserti della Nitria e di Sketi (Σκήτη o Σκήτης), e poi imitato altrove, soprattutto nel Monte Athos (v.): perciò « sceta » e « l. » erano considerati vocaboli quasi sinonimi (De Meester [v. bibl.], p. 299). Ma mentre in origine la « sceta » era sui iuris, nei tempi più recenti, assumendo una fisionomia giuridica alquanto diversa, divenne, come al Monte Athos, una « dipendenza » del grande monastero, il suo eremitaggio. Le piccole celle (τὰ κελλία), dette pure « capanne » (καλύβαι), sono poste in luoghi solitari e scoscesi; al centro di esse, una chiesa comune. Di qui i vari nomi dati agli « anacoreti » delle l.: « lauriti » (λαυρίται) o « laurioti » (λαυριῶται); « cellioti » (κελλιῶται), « calibiti » (καλυβίται), e « scetioti » (σκητιῶται).
Bibliografia9 opere
Igino Cecchetti