MAIOLICA

MAIOLICA. - ceramica (v.),
consistente in un impasto a base di argilla, cuocente
in colore, dal rosso al carnicino. I suoi manufatti,
chiamati dopo una prima cottura con la voce gene-
rica di «biscotto», vengono coperti di un rivesti-
mento vetro, reso opaco da ossido di stagno (o da
altri opacificanti), generalmente bianco, chiamato
«smalto». Su di esso, con colori a base di ossidi me-
tallici che reggano alla seconda cottura (ca. 920°),

e perciò detti «a gran fuoco», si traccia la decorazione
a pennello o altrimenti; si ricopre poi l’oggetto con
una «vernice» più comunemente silico-piombifera e
si cuoce una seconda volta.

In tale seconda cottura lo smalto, fondendo, fissi colori
e rende l’oggetto impermeabile ai liquidi; la vernice, per
la sua trasparenza, impartisce alla superfice una maggior
brillantezza: per questo è detta «vetrina» o «cristallina».

Mezza m. » erroneamente si dissero i prodotti
di impasto argilloso, rivestiti allo stato di crudo da un
velo di terra bianca («terra di Siena», «terra di Vicenza»
o «ingubbiatura»), decorati a pennello o a graffito, ri-
coperati di «cristallina» e cotti una volta sola. I colori
fondamentali, come si è detto a base di ossidi metallici
macinati in acqua, sono il verde dal rame, il violaceo dal
manganese, il giallo dall’antimonio, il turchino dal co-
balto, ecc. Tali colori «a gran fuoco» diversificano da
quelli detti «a piccolo fuoco», perché questi ultimi, più
fusibili, vengono applicati mediante resina sullo smalto
già cotto a 920° e fissati su di esso con una terza cottura
(cioè «a terzo fuoco» o «fuoco di muffola») a 650° circa.

Un effetto decorativo complementare (a «lustri me-
tallici») si può avere applicando, sullo smalto già decorato
e cotto, sali metallici (più comunemente di rame, argento
e bisnuto) disciolti in acido acetico diluito oppure stem-
perati in aceto con caolino calcinato, cuocendo poi una
terza volta a ± 700° in atmosfera riducente.

L’ornato «a riflesso metallico» (doratura) si ottiene
dipingendo le parti da dorare sullo smalto già cotto con
«oro liquido» (cloruro d’oro stemperato in sostanza re-
sinosa) e cuocendo a ± 700° in atmosfera normale. Si-
milmente per l’argentatura.

La voce m. è il raddolcimento alla toscana (cf.
Inferno, XXVIII, 82) del nome di Maiorca, isola
delle Baleari, uno dei porti del traffico di cabotaggio
che dalle officine del levante iberico, col finire del
Trecento e ancor più nel secolo successivo, impor-
tava in Italia le ammirabili sere carniche splendenti
di aerei lustri e di iridescenze gatteggiati, sovente
col blasone delle grandi casate italiane. Soltanto dopo
la metà del Cinquecento quel nome venne a desi-
gnare tutta la produzione a smalto stannifero, indi-
pendentemente dall’ornato a terzo fuoco.

È ancora diffusa l’opinione che i maiolicari italiani
abbiano appreso la loro arte da maestri qui immigrati
dall’Oriente. Però le «enciclopedie» medievali, attestano
come assai prima del Mille l’impiego dello smalto stanni-
fero (ben noto già ai decoratori dell’antico Oriente) fosse
divenuto anche in Italia una nozione comune.

Questa tecnica venne poi magistralmente esposta in-
torno alla metà del
Cinquecento dal ca-
valier Cipriano Pic-
colpasso (1524-79) di
Casteldurante, oggi
Urbana, nel suo
trattato Li tre libri
dell’arte del vasaio
(manoscritto nella
biblioteca del Victo-
ria & Albert Museum
di Londra) insieme
coi più precisi in-
segnamenti intorno
a tutte le pratiche
dell’arte maiolicara.

Certo, l’avvia-
mento alle forme
superiori della tec-
nica avvenne per
gradi. Nell’alto me-
dioevo ancora fin
verso il Mille la co-
mune produzione
mostra quella fase

(not.

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(Dr. Albert) Maiolica - Vasi orvietani a rilievo e vernice lucida (sec. xiv) - Roma, Museo di Palazzo Venezia.
Alinari)

MAIOLICA - Vasi orvetani a rilievo e
vernice lucida (sec. XIV) - Roma, Mu-
seo di Palazzo Venezia.

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(da Cuirat, La letteratura religirase de Franfais de Sales a Fractan, Parigi 1685 pag. 100
MaIntenon, Françoise D'Aubigné Déseano di Ch. Lebrun - Parigi. Biblioteca della Scuola di Belle Arti.

Anonima è ancora la legione di questi primi artigiani, della cui opera non si conoscono che scarse reliquie; un Petrus orzarlous lavora nel 1142 a Faenza; un Martinus oriolarius nel 1195 a Firenze; un Petrus vascellarius nel 1211 a Orvieto. E di questa «fase arcaica» della produzione, meglio studiata nei capi venuti fuori a Orvieto e a Faenza, restano più che altro boccali a smalto sempre più bianco, coi primi ornamenti dipinti in violaceo e in verde, a motivi geometrici, floreali, araldici, animali, desunti anche da prototipi dell'Oriente e di Bisanzio, tramite il levante iberico.

Più rara e timida la figura umana, che soltanto nella fase successiva (detta di «stile severo» per la gravità delle sue forme decorative e per la sobrietà complessiva del suo rendimento cromatico) tenderà sempre più a diventare il centro focale di tutta la decorazione. Col secondo, col terzo decennio del Quattrocento, mentre si vede arricchirsi il numero delle forme dei vasi (p. es., con i boccali, vasi sferici su alto piede, mesotici ansati a foggia di botticella, albarelli per droghe da farmacia ecc.), si troverà, accanto al nero purpureo dato dal manganese, al nero e al bruno dal ferro, allo splendente verde dovuto al rame, il turchino della «zaffera» levantina introdotta dai mercanti veneziani, sinché tale colore, schiarito in un bell'azzurro di cobalto, diverrà un monopolio delle miniere tedesche.

L'ampio e sempre più «umano» prodotto delle botteghe operanti in «stile severo» si può suddividere secondo motivi dominanti nei loro ornati, o gli schemi esotici che presto vengono assimilati dalle botteghe italiane. Splendidi i prodotti delle due prime famiglie: la «verde» e quella «a zafferà in rilievo» (di cui meglio studiati sono i fiorentini e i faentini), che coprono la prima metà del secolo. Le famiglie «italo-moresca» — presto esaurita —, «a palmetta persiana», «a penna di pavone» e «alla damaschina» giungono e oltrepassano alquanto la fine del Quattrocento, tempo in cui si assiste alla piena introduzione dei motivi del Rinascimento.

Nel sec. XVI l'abbandono della tradizione arcaicizzante e l'aderenza a un gusto coloristico sempre più leggiardo, sonoro e trasparente, volgono decisamente l'opera di alcune botteghe a insigne valore d'arte. Il movimento si inizia a Faenza. Un nuovo senso del colore, che si basa sopra una delicata intonazione turchina, condotta anche ad abilissime velature e accompagnata da toni di rara preziosità, acquista valore dominante sopra uno smalto meravigliosamente candido e vellutato. La scena centrale del piatto o del boccale diviene una vera e propria rappresentazione, proporzionata al contorno che la racchiude, e acquista una espressività intensa. Ove anche nell'ispirazione del soggetto, e sovente accade si abbiano ad avvertire moduli di altre forme d'arte — «slogan-fie, p. es., incisioni, quadri d'autore — l'impiego di scorci arditi e di movenze ingenue, gli impianti austeri, simmetrici ed ordinati del tutto, impartiscono all'opera un alto senso decorativo: essa appare oramai il prodotto di un apporto personale dell'artefice, espresso da una sua fonte di pensoso e raccolto plasticismo grafico e cromatico, col valore e l'energia di una invenzione. Lo stesso paesaggio per la prima volta diviene attivo coefficiente alla

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(fot. Alinari)
Maiolica - Vasi dipinti con i santi Pietro, Antonio Abate e Giovanni Battista. Scuola raffacilesca (metà del sec. xvI) - Loreto, Tesoro della S. Casa.

MAIOLICA - Vasi smaltato e a rilievo con motivi floreali e animalistici (sec. XV) - Parigi, Louvre.

Primordiale («paleo-italiana») specialmente consisteranno in brocche ed orcioli a pappiospanso e schiacciato, col corpo adorno di bozze in rilievo o di profonde graffiture: opere rozze, d'impianto grigiastro (come, ad es., taluni pezzi usciti dal cosiddetto Fonte di Juturna nel Foro Romano o trovati in altri luoghi anche di oltralpe) assegnabili a tempi carolingi, nullameno rivestite di una coperta vetrosa, sia pure a tinte sorde nel verde scuro e nel giallastro, che rendeva il recipiente maggiormente atto a sopperire alle esigenze dell'uso, rispetto ai fittili non vetrati o ricoperti soltanto di involucri terrosi, prima impiegati.

Il rinnovato gusto del colore mostrerà poi l'applicazione, sul corpo della stoviglia, di un involucro di terra bianca («ingubbiatura»), su cui l'oranto si potrà graffire od anche dipingere, ma che deve essere protetto da una coperta vetrosa, che ne renda la superfice impermeabile ai liquidi.

Se ne trovano esempi anche in quei «bacini» o scodelle, che gli architetti romanici infissero negli edifici specialmente religiosi di cui si venivano allietando le città italiane per ravvivare le sobrie tonalità del laterizio: bacini o scodelle di tipo italiano, che si accompagnavano a quelle policrome e iridescenti che i rinnovati traffici mediterranei importavano dall'Egitto, dalla Siria, dalla Spagna moresca. La fusione in unico processo tecnico del modo di celare il colore naturale del biscotto e di renderlo impermeabile con un solo involucro mediante l'applicazione dello smalto, costituì una conquista, da cui discenderà dal sec. XII in poi tutto lo sviluppo di quest'arte. Perché così la coperta smaltata, cioè la divenne il fondo su cui si distesero ad opera di eccellenti maestri quelle prestigiose pitture impostesi all'ammirazione universale, si da essere considerata un particolare aspetto della civiltà italiana del '400 e del '500.

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(fot. Alinari)
Maiolica - Vaso smaltato e a rilievo con motivi floreali e animalistici (sec. xv) - Parigi, Louvre.

intensa emotività dell'insieme, mentre il repertorio di contorno, tratto dalle « grottesche » antiche, allor alla scoperte e divulgate, reso con aglie mano e squisito gioco di policromie, aggiunge grazia all'opera non più oscura, non più confondibile con l'usuale produzione utilitaria, ma ambita dal cliente e « marcata » dal suo stesso autore, che ne avverte il pregio. I maestri di questo « stile nuovo », dal contatto di signori, di cui soddisfano anche le esigenze araldiche, di umanisti e cruditi, di cui seguono il consiglio, formano una scuola di pittura, i cui « maestri individuali » eccellono, dal 1490 al 1525.

È l'acme del « canone faentino », le cui note preziose e raffinante si polarizzano poi intorno ai prodotti della « Casa Pirota », di deciso « stile bello ». Ma già col terzo decennio del sec. XVI a questa « prima fase dell'istrario » un'altra segue, che tratta l'ornato della m. come una vera e propria pittura, distendendosi su tutta la superficie del piatto, deformandosi sovente per chi la guarda, stante la sagoma stessa del vaso su cui è tracciata. La personalità dell'artefice, stimolata a virtuosismi di esecuzione, diviene mancipata di un più lauto senso del colore, su cui domina ormai la nota delle tinte fulve. Si viene imponendo così una scuola che trova i suoi conduttori nel Ducato di Urbino. E mentre a Deruta, in Umbria, si decorano m. anche a lustri di un oro verdognolo e violacei, a Gubbio, appartenente allora al Ducato di Urbino, maestro Giorgio Andreoli applica i suoi opulenti « riflessi » aurei, di « rubino » e cangianti sulle m. che a gara gli mandano le altre officine: meteora splendente, la cui fama tuttora dura. Più tardi, nel 1569, il duca di Urbino concedeva ai Lanfranco delle Gabicce, operanti in Pesaro, un privilegio « per avere trovato il modo di mettere l'oro vero nei vasi di terra cotta ed ornarli di lavoro d'oro.».

Nello Stato roverseco, dapprima a Casteldurante (con il 1635 chiamata Urbania in omaggio a papa Barbarini), poi a Urbino che ne è insigne capoluogo, Nicolò Pellipario (m. prima del 1547) conduce egregie meditate pitture su servizi da mensa signorili e su grandi piatti da pompa, che faranno scuola. Colto, versatile, abilissimo, ricco di gusto e di inventiva, con una tavolozza delicata ed espressiva insieme, egli è il capo della nuova scuola, che troverà i migliori seguaci in Francesco Xanto Avelli da Rovigo e nei familiari dello stesso Nicolò, che nella nuova sede assumeranno il cognome di Fontana.

Questa maniera di « istoriare » le stoviglie con ricche, policrome pitture basate sui colori caldi, ma con ampio impiego di mezze tinte, si diffonde alle maggiori officine italiane, che la trattano sovente con particolari accenti locali. Ampie « credenze », ricche forniture di vasi da farmacia, come quella del duca di Urbino, donata poi al Tesoro della S. Casa di Loreto, vassoi, versatori, calamai ed altri oggetti di forma, diventano l'espressione di questo gusto. Urbino ne fa omaggio alla corte di Spagna, il re di Francia ne vorrebbe trarre da Faenza per magia (« per incanto »). Mitologia, storia sacra, costume sono messi a partito e i soggetti, formalmente desunti anche da incisioni, specie della scuola di Raffaello, il più spesso sono illustrati dalle didascalie dipinte sul verso dei pezzi. L'apposizione della « marca » dell'artefice o della bottega diventa di uso comune.

Il « secondo », il « terzo istoriato » con i loro ornamenti riccamente policromi « a raffaellesche » e « a cammei », dalle botteghe metaureni e seguaci diverranno materia di esportazione anche all'estero. E come già nei primi anni del Cinquecento il « faentinizzante » Francisco Nicoloso aveva egregiamente dipinto m. in Siviglia, saranno ora i maestri all'urbinate (di Urbino stessa, di Pesaro, duratini, faentini, veneziani, di altri luoghi) a diffondere, a insegnare quest'arte in Francia, nei Paesi Bassi, in talune zone della Germania, in Inghilterra e poi anche nei paesi moravi e boemi, dando ivi origine alla classe particolare delle m. « habane ».

Venezia dalle sue botteghe eclettiche diffonde grandi e piccoli vasi a denso vistoso fogliame con busti umani di forte effetto coloristico; la Puglia e la Sicilia, già invase dalla importazione faentina e « metaurene », ne rielaborano gli schemi con tavolozza un po' stanca su smalto modesto. Col finire del sec. XVI e con gli inizi del successivo, la vo

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(per cortesia di mano. A. P. Frater)
Maiolica - S. Chiara, Piatto dalla fabbrica di Deruta (primi del sec. xviI) - Assisi, Museo francescano.

ce « faentina » era nel linguaggio di Francia, e da questo la parola faence sarà adottata con leggere varianti dagli altri idiomi europei e vi diverrà – e vi rimane tuttora – il significativo omaggio di tutto il continente ad una squisita forma d'arte italiana.

In Italia, peraltro, nella seconda metà del Cinquecento, per sazietà di troppo diffuso prodotto, per i diminuiti suoi pregi formali, per un nuovo orientamento del gusto, sorge una vivace reazione contro questo stile, che si è detto « fiorito ». Ne sono a capo ancora le botteghe faentine, sempre state numerosissime e copiosamente operanti. Virgiliotto Calamelli e « Don Pino » (Leonardo Bettisi) si possono citare come gli antesignani del nuovo gusto dei « bianchi », al quale non è estraneo, naturalmente, il più largo interesse che si volge ora sempre più alla porcellana cinese. Dalle opulente policromie della tavolozza dei maiolicari « metaureni » si passa così ad una gamma di più semplici armonizzazioni, e assai sovente sullo smalto vellutato e grasso, come mai prima era stato, vengono tracciati aerei, vivaci disegni filiformi, soltanto azzurri o accompagnati da parche note di verde e di gialli: uno stemma, una immagine di putto o di santo, una succinta composizione impressionistica fa tutta la figurazione. A questo stile condotto con mano disinvolta e veloce si è dato già dal Ballardini il nome di « compendiario », a sottolineare l'incisiva espressività. Anch'esso conquista le botteghe italiane, sinché da altri luoghi d'Italia – Liguria, Toscana, per breve tratto, Abruzzo – non partono, nel corso del sec. XVII, i segni di un'altra diversa maniera decorativa. Quella ligure – a Savona, Albissola, Genova – si svolge su schemi decisamente cinesi, dapprima unicamente adottando sullo smalto bianco o leggermente elestrino un colore turchino dato anche ad abili velature per dipingere sommarie, gustose fantasie di uccelli e putti in volo, di gale veleggianti, di paesi a densi fogliami e rocce e cespugli di erbe taglienti.

Va notato che tale repertorio è comune in questo tempo anche alle botteghe olandesi e tedesche, inglesi e lusitane. Un po' più tardi policromie di animali e di alberi ricorderanno la maniera che si svolge in quel periodo a Talavera in Spagna.

Monte Lupo fiorentino, con la prima metà del sec. XVII, accanto ai suoi orci grandi e piccoli a largo fogliame verde, e motti e bizzarrie, presenta una serie di piatti che volentieri si direbbe « picaresca ». Dipinti alla brava, in un certo lato, con modo buffone, ma non privo del « grandioso » insito al tempo, a caricature rese da rozza, popolare policromia, bravi e moschettieri, gente a cavallo o piantata in piedi con comica spavalderia, in duello o in battaglia, con picche e schioppi e bandiere e tamburi, offrono gli estremi di uno spagnolismo grottesco. E vi si accompagnano immagini di villani dai curiosi atteggiameniti, schizzati in modo scorretto ma con simpatica bravura. Castelli di Teramo, invece, torna all'« istoriato », so

vente disteso su tutta la superfice del pezzo, ma chiuso in cornici a disegni barocchi con ampie volute vegetali, spunti architettonici, putti ecc. La tavolozza è « languida»: verdi spenti, gialli rossastri, turchini a velatura: qualche volta tocchi d'oro. Ma il paesaggio è trattato con una senibilità esemplare. Si hanno anche larghe pitture a scene complesse figurate, sacre e mitologiche, e a interni, rese con rara maestria. Le famiglie operosissime dei Grue e dei Gentile si dividono l'onore di questa produzione, che innova nella pittura su m. dell'Italia meridionale. Con il sec. XVIII la m. dell'Italia settentrionale diviene nettamente seguace di modelli stranieri, olandesi in specie e francesi. Così i disegni alla Bérain diffusi dalle botteghe provenzali di Moustiers, così gli stili dei tre «Luigi» di Francia, e l'imitazione anche con colori «a piccolo fuoco» condotta con rara perizia ed efficacia sullo smalto già cotto, della porcellana orientale largamente diffusa in tutta Europa, e di quella specialmente tedesca sotto l'impulso avutone da Strasburgo. Accanto alle chinoiserie, che dominavano oramai tutto il mondo ornamentale, si hanno le bizzarie del rocaille, i decori «a fiori indiani» e «a fiori tedeschi», l'oranto «alla giapponese» sulla scorta dei modelli Imari, dove, al rosso e al verde, si aggiunge l'oro sovente sostituito col giallo.

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bizzarie del rocaille, i decori «a fiori indiani» e «a fiori tedeschi», l'oranto «alla giapponese» sulla scorta dei modelli Imari, dove, al rosso e al verde, si aggiunge l'oro sovente sostituito col giallo.

Un «nuovo compendario» si potrà vedere nelle «macchiette» e nelle «rovine» dell'ultimo periodo del secolo. Ma oltre alla porcellana, materia sempre relativamente preziosa, la m. si troverà a contrastare il passo alla nuova ceramica, che rapidamente si diffonde e, per motivi di ordine commerciale oltre che pratici, viene a sovrastare ad ogni altro prodotto: la «terraglia» inglese, perfezionata dal Wedgwood. Essa in breve conquista tutti i mercati del mondo e la m., vinta dalla dura battaglia economica come manufatto d'arte a largo smercio, resterà ridotta a impieghi di tipo popolaresco (m. rustica) o diventerà un prodotto raffinato da eseguirsi a limitazione di antichi capolavori o ad affermazione della genialità di singoli artefici nelle migliori botteghe di ceramisti. Vedi tavv. CXXIII-CXXIV.

BIBL.: B. Rackham, Guide to Italian m., Victoria and Albert Museum, Londra 1933; id., Catalogue of Italian m., Victoria and Albert Museum, 1933