MACCHIAIOLI. - Con tale attributo viene indicato un gruppo di pittori operanti in Toscana, a Firenze soprattutto, nella seconda metà del sec. XIX, la cui azione si inquadra, pur assumendo e mantenendo particolari ed individuali caratteri, nel grande movimento tendente alla disgregazione degli antichi linguaggi pittorici che culminò nella pittura impressionista francese di quella età (v. IMPRESSIONISMO).
Tali caratteri inizialmente derivano dall'atteggiamenti polemico dei m. nei riguardi dell'imperante accademia purista e del lezioso raffaellismo; per cui i m. si riferirono da un lato direttamente allo studio della pittura del Quattrocento toscano, e dall'altro ai modi che furono propri dei paesaggisti francesi del '30 (scuola di Fontainebleau e di Barbizon) sull'esempio dei quali essi
Altri affreschi il M. dipinse nella sala della Corte di Cassazione nel Palazzo di Giustizia a Roma e quindi nel coro della cattedrale di Nardò in Calabria (1906-1908). La sua attività si volse anche in quadri da cavalletto e in ritratti, ove l'acuto gusto veristico proprio del suo tempo, di cui egli è tra i maggiori rappresentanti, non gli impedì, come nei grandi cicli ad affresco, di attingere risultati notevolissimi per equilibrio ed armonia di forma e colore.
insistettero nello studio e nella resa del vero, particolarmente di paesaggi e figure poste in piena luce, all'aperto.
I risultati dell'effettiva attività in senso antiaccademico e verista, svolta essenzialmente fra il 1855 e il 1862 nelle campagne fiorentine, ma anche in Liguria e nel Veneto, quel gruppo di giovani pittori espose a Firenze appunto nel 1862 presso la « Società Promotrice ». Erano in massima parte studi di paese, dai loro autori definiti « macchie ».
Quel termine, che presso i vecchi pittori ancor oggi significa abbozzo veloce, soprattutto di paesaggio all'aperto, dette origine inizialmente ad un equivoco, allorché il critico della Gazzetta del Popolo chiamò con l'attributo di m. gli autori di quelle pitture, ma assegnando all'appellativo essenzialmente il valore che avrebbe potuto ad esso dare un popolano, cioè di rompicollo, di spregiudicato, di capiscarico. I dieci pittori che avevano preso parte a quella manifestazione furono C. Banti di S. Croce sull'Arno, G. Fattori di Livorno, Vito d'Ancona di Pesaro, S. de Tivoli pure di Livorno, G. Abbati veneziano, O. Borrani di Pisa, T. Signorini, R. Sernesi e A. Cecioni di Firenze, V. VERONICA. Al gruppo dei m. presto s'aggregò anche S. Lega romagnolo e, per un breve periodo, anche G. Boldini ferrarese e Nino Costa romano. Il quale ultimo, per le sue vaste esperienze e conoscenze di pittura europea, allorché fu fra il 1859 e il 1861 a Firenze, esercitò una notevole azione chiarificatrice, aiutando i m. a superare le fase meramente tecnica della « macchia ». Il gruppo dunque di quei giovani pittori accettò subito l'appellativo di m., anche se T. Signorini prima e A. Cecioni dopo, ma con maggiore esperienza critica, intervennero a chiarire il valore che essi attribuivano al termine. « Molti - scrive il Cecioni - credono che macchia voglia dire abbozzo... la macchia è la base del quadro. Gli studi della forma e le ricerche del dettaglio hanno l'ufficio di rendere conto delle parti ».
In altri termini quello dei m. è un modo di dipingere a zone o toppe di colori limpidi e schietti direttamente accostati talvolta sottolineati nei contorni da linee brune per definire con estrema chiarezza i piani e quindi i volumi della composizione, senza che questo impedisca, soprattutto in una fase ulteriore dell'attività dei m., precise e gustose annotazioni di particolari, sia nella pittura di paese che di interni (p. es., S. Lega, T. Signorini, V. Cabianca).
Certo si è ad ogni modo che la pittura dei m. anche se collegata, come già s'è detto, a quella dei pittori francesi del '30 e contemporanea alle ricerche del movimento impressionista della seconda metà del secolo, non è per nulla appesantita da eccessivi atteggiamenti imitativi. Anzi la stessa diretta conoscenza dell'arte francese, che anche il Banti, il Signorini, il Cabianca, e quindi il Cecioni, ebbero modo di fare intorno al 1870, allorché il movimento degli impressionisti aveva assunto una straordinaria importanza, non modificò il loro atteggiamento pittorico tendente essenzialmente ad una definizione della massa plastiche e dei campi cromatici a mezzo di un disegno evidente o sottinteso per il preciso, netto, crudo accostamento delle « macchie » di colore. Pertanto la ricerca macchiaiola, sebbene d'indole provinciale e collegata perfino alla lontana tradizione, può assumere, rispetto alle ben diverse mete perseguite dalla pittura impressionista francese, un suo tono di franca indipendenza.
D'altro canto questa constatazione che non implica apprezzamenti qualitativi o di precedenza, fu implicitamente fatta dallo stesso Diego Martelli, il maggior critico italiano di pittura moderna che abbia avuto il nostro Ottocento, quando, come recentemente ha ricordato R. Longhi, chiari essere l'indole della ricerca degli impressionisti francesi essenzialmente cromatica e quella dei m. essenzialmente chiaroscurale.