MEDICO

MEDICO. - La professione del m. occupa, per eccellenza e importanza, il primo posto dopo quella del sacerdote.

Antichi testi deontologici quali, ad es., il celebre giuramento di Ippocrate (sec. IV a. C.), la preghiera di Mosè Maimonide (1153-1204), ecc., testificano l'alto concetto in cui sempre venne tenuto l'esercizio della medicina e le doti morali di cui dev'essere ornato colui che vi si dedica (cf. G. Lami, Tre antichi testi deontologici, in Studium, 34 [1938], p. 42 sqq.). Accennando qui ai doveri fondamentali del m., si distinguono: I. la formazione, II: il rapporto con gli ammalati e III: le relazioni con i colleghi.

I. LA FORMAZIONE

Si suol parlare della necessità, per il m., di una speciale vocazione. La cosa è vera nel senso che chi si dedica alla medicina deve possedere come indispensabili alcune doti di ordine fisico, intellettuale e morale e una particolare propensione a un genere di vita che, già a un esame esterno, si presenta così differente da ogni altra occupazione professionale.

Dal punto di vista fisico, a parte alcune specializzazioni della medicina che possono consentire una relativa regolarità di orari e tranquillità di prestazioni, per la caratteristica intrinseca della sua opera, il m., che deve esser pronto in qualsiasi circostanza e momento a prestare le sue cure, non potendo tener conto di stanchezza, di disgusto, di legittimo desiderio di svago, ha bisogno di una robusta costituzione fisica che, almeno in partenza, gli dia speranza di godere buona salute e non lo faccia troppo facilmente cedere al danno del riposo scarso e interrotto anche al termine di un'assillante giornata di lavoro, dei pasti irregolari e affrettati, di una vita che in larga parte si svolge in ambienti malsani, tra persone soffertenti e desiderose sempre di riversare su altri la pena dei propri mali. Si comprende che, in modo particolare, tali condizioni di vita dura non proprie dei medici d'avanguardia, così gli esercenti in «condotte» disagiate, gli ostetrici, i chirurghi, per i quali esiste al massimo l'elemento della fatica, dell'opera urgente e che si svolge in condizione di particolare tensione nervosa. Al contrario la «specializzazione», particolarmente per alcune forme, consente condizioni di lavoro assai più tranquille; anche per esse, però, buone condizioni di equilibrio fisico sono necessarie, apparendo pur qui lati fortemente negativi (ad es., la sedentarietà per l'odontoiatria, il dannosissimo assorbimento di radiazioni per il radiologo, ecc.).

Intellettualmente, il m., già all'inizio del suo lavoro, deve possedere una formazione scientifica proporziona alla vastità e complessità del suo oggetto di lavoro, la malattia, e al soggetto paziente in cui esso si svolge, l'uomo, natura mista la cui conoscenza non s'esaurisce in quella del solo elemento materiale, ma vuole particolare intuito che giunga a penetrare anche nella parte immateriale e finanche nella spirituale. Già gli antichi avevano divinato la sublime altezza di una vasta coltura medica che abbracciasse tutta la varietà e gli aspetti dell'uomo infermo, compendiandola nell'aforisma: «il mio filosofo è simile agli dèi».

A parte la preparazione remota, non può il m. cristallizzarsi su un passato di studio e vivere sulla rendita delle cognizioni già acquisite, ma giornalmente deve seguire il progresso d'una scienza nel cui campo lavora uno studio di scienziati e sulle cui conquiste spera una legione d'infermi. Questo continuo perfezionarsi intellettuale del m., se rappresenta per lui una necessità dal lato sociale e (sia permessa la brutta parola) commerciale della professione, costituisce uno stretto dovere morale per il m. cattolico, in rapporto all'alta responsabilità della sua missione, sedare dolorem, che ha quasi del divino.

Alla scienza strettamente professionale il m. deve pure accoppiare un'accurata istruzione e formazione religioso-morale, specialmente su quei punti (es., dottrina sul Battesimo e sul modo di amministrarlo, problemi concernenti il V, il VI e l'VIII comandamento, soluzione cristiana del problema della sofferenza, ecc.), che lo possono maggiormente interessare nella sua opera.

Prime tra le altre, sono necessarie al m. cattolico alcune doti morali: una grande bontà d'animo che gli faccia penetrare a fondo le intime sofferenze del prossimo e non solo le fisiche, e lo spinga a farsene guaritore o per lo meno consolatore; un non comune spirito di sacrificio che gli consenta di sopportare serenamente i disagi della professione, che in alcuni casi possono giungere allo stesso pericolo di vita, e l'assillante assedio degli infermi e dei loro famigliari; la fortezza necessaria per affrontare con decisione e pieno controllo di sé situazioni di emergenza, difficili e pietose; una moralità irreprensibile, frutto di un costante dominio dei propri istinti e passioni sregolate, onde non trascenda ad abusare dei privilegi della sua professione, peccando e divenendo occasione di scandalo e di peccato per quelli che a lui s'affidano; rettitudine d'intenzione, perché non abbracci la professione per soli motivi di lucro, ma, a parte il legittimo desiderio di ricavare da essa un onesto mezzo di sostentamento corrispondente alla dignità del proprio stato, coltivi la medicina in vista dell'elevatezza dei suoi fini sociali e morali.

Anima di tutte queste doti dovrà essere una concezione cristiana della vita e della professione.

II. LE RELAZIONI CON GLI AMMALATI

Base fondamentale delle relazioni tra m. e ammalato è quella della cura; il m. infatti non interviene che per curare. Non basta però vedere nell'ammalato solamente il caso clinico, oggetto di studio e di esperimento. Deve ricordare che ha dinanzi un uomo il quale non è soltanto corpo, ma ha un'anima la quale pure ha i suoi problemi, di regola acuiti dalla malattia, e che, per la sostanziale unità del composto umano, esercita un potente influsso sullo stesso fisico del paziente. Il m. deve quindi conoscere la psicologia dell'ammalato e procurare di guadagnarsene la fiducia e la confidenza onde poter curare, per quanto gli sarà possibile, insieme con le malattie del corpo anche quelle

dell’animo (cf. P. Tournier, La medicina individuale, Roma 1947). Siccome però non tutti i problemi spirituali-morali sono di competenza del m. e, d’altra parte, non sempre l’ammalato ha con lui tanta confidenza da esporglielli, il m. stesso dovrà apprezzare l’opera del sacerdote, m. spirituale, e, quando ne sospetta o accerta nei suoi ammalati il bisogno, indirizzarli a lui. Il dovere di questa collaborazione medica all’opera del sacerdote diviene particolarmente grave in certe circostanze, come, ad es., nel caso di pericolo di morte.

Nel curare l’ammalato, il m. onesto non si permetterà mai di suggerire rimedi o di praticare interventi moralmente riprovevoli. Se lo facesse, oltre la violazione della legge di Dio, potrebbe in qualche caso incorrere anche in sanzioni gravi ecclesiastiche e civili. Le sanzioni civili lasciano però spesso impuniti casi moralmente condannabili. Così, ad es., in Italia sarebbe punibile severamente il m. (cf. artt. 545-55 Cod. pen.) che procurare aborti criminali; è discusso invece se ciò valga anche nel caso di aborto terapeutico. Il diritto canonico colpisce, com’è naturale, lo stesso aborto terapeutico con la scommessa (can. 2350 § 1).

In quasi tutti i Codici penali, come in quello italiano, pene gravi sono pure comminate contro il m. che somministri medicinali pericolosi (artt. 445 Cod. pen.), ecc. Anche quando però non sono minacciate sanzioni positive, il m. deve tener presente le norme del diritto naturale e ricordarsi del severo conto che dovrà rendere a Dio. Non gli è quindi lecito cooperare, ad es., all’eutanasia (v.) sterilizzazione (v.), fecondazione artificiale (v.) in quei modi che sono proibiti dalla morale cattolica. La richiesta da parte del cliente non vale a giustificare azioni che sono in sé disoneste perché contro natura. Ma non basta, specialmente per il m. cattolico, che si limiti, in questi casi, a non intervenire; deve anche svolgere una positiva opera di apostolato distogliendo il paziente dal proposito di ricorrere a simili interventi e inculcando sani principi morali il cui rispetto giova non solo all’anima, ma anche al corpo. Un campo di particolare delicatezza e nel quale il m. può moltissimo, è quello sessuale; molti disordini e danni possono essere evitati, mentre d’altra parte conseguenze anche assai gravi possono esser causate da poca prudenza o da disonestà della sua condotta.

Altro dovere del m. è quello che gli onorari non vadano al di là dei limiti della giustizia e della carità, specialmente con ammalati poveri. Il rilasciare certificati di compiacenza, più o meno falsi, tanto più se dietro essi compensi, costituisce insieme abuso di professione, frode e furto che ricadono addirittura sotto la sanzione della legge penale. Su nessun infermo il m. tenterà esprimenti che, o per sua imperizia o per insufficiente conoscenza degli effetti dell’intervento o delle sostanze impiegate, possano riuscire nocivi; la prova sarà consentita solo nel caso che l’ammalato sia ormai ritenuto certamente prossimo a morire ed esista una fondata speranza che il rimedio, della cui efficacia si dubita, possa riuscirgli di qualche utilità.

In ogni caso, valga per ogni intervento del m., si tratti della somministrazione di medicine o d’interventi chirurgici, il principio che la sua opera sia, se non necessaria, per lo meno utile; se prevedibilmente non riesce a guarire possa almeno migliorare le condizioni di salute o diminuire le sofferenze, senza inferire all’infermo un pericolo o un danno che sia maggiore di quello che la stessa malattia sia capace di produrre. Il rispetto alla dignità della persona umana e alla libertà individuale esige che, almeno implicitamente, esista il consenso dell’infermo o, in caso di sua incapacità, delle persone che ne hanno di diritto la tutela.

Un dovere particolarmente grave del m. verso i suoi infermi è quello del segreto professionale; esso, a differenza del segreto sacramentale, può esser sciolto in determinate circostanze in cui siano in questione interessi d’un ordine superiore (v. SEGRETO PROFESSIONALE). In questi ultimi tempi il m. è stato chiamato anche a un’opera più immediatamente sociale nelle diverse opere di assistenza. Qui il suo compito è particolarmente delicato e consiste nel conciliare in uno equilibrio gli opposti interessi degli assistiti e degli istituti previdenziali. Dovrà quindi necessari lontano tra i due opposti interessi, da un’eccessiva severità e da una larghezza irragionevole, entrambe ingiuste. Si guardi, inoltre, dal considerare gli ammalati come numeri qualsiasi, senza prendersi una cura seria delle condizioni di ciascuno.

III. RELAZIONI CON I COLLEGHI

Usi qui il m. la massima correttezza e cordialità ricordando che la critica verso i colleghi, anche se giustificata, tanto più la denigrazione per bassi motivi di invidia, di gelosia, di interesse, oltre che offendere la carità, spesso la giustizia, sempre il senso di colleganza professionale, ha spesso tristi riflessi sulla stima e la fiducia che i malati debbono nutrire genericamente della persona del m. Né creerà sleali concorrenze o disoneste alleanze allo scopo di accaparrarsi i clienti; piuttosto gareggerà onestamente con i colleghi in sana emulazione, mediante lo studio assiduo e un alto senso di responsabilità morale.
BIBL.: V. CARRACCI, De medico et eius erga aequum officio, Ravenna 1581; Quaderno dei m., II II Convegno dei m. cattolici, Firenze 16-18 ott. 1932, Suppl. di Studium (marzo 1933), Roma 1933; G. Coronedi, Qualche spunto di morale medica professionale, in La moralità e le professioni, Firenze 1934, pp. 101-14; F. Leoncini, I problemi attuali della professione medica che interessa il pensiero e la vita cristiana, in Atti del I Convegno nazionale dei laureati cattolici, Roma 1937, pp. 123-45; C. Zawisch, Il cattolico, Milano 1938; H. Noldin, Summa theologiae moralis, Lipsia 1939, n. 743 sq.; H. Bon, Medicina e religione, Roma 1940 (con abbond. bibl.); A. Majocchi, Vita di chirurgo, Milano 1941; E. Toffoletto, Valore morale e apologetico della medicina, Vita cristiana, 13 (1941, v), pp. 499-516; B. Masci, A servizio della persona umana, Firenze 1942 (con qualche riserva); A. Anile, Il m. e la morale cristiana, in VI Corso Cristologico, La morale di Cristo e le professioni, Roma 1942, p. 243-255; A. Pensa, Convegno professionale del m. cattolico (Quaderni medici, 2), Roma 1947, p. 28 sq.; L. Scremin, Dizionario di morale professionale per i m., 6a ed., Roma 1949; S. Battisti, Arte sanitaria e morale, in Perfice Munus (Medicina e morale), 24 (1949), p. 33 sq.; S. S. Pio XII, Discorso ai partecipanti al IV Congresso Internazionale dei cattolici, in AAS, 41 (1949), pp. 557-61; E. Scavo, Orientamenti deontologici in chirurgia, Corso di deontologia medica dell’A. M. C. I., Roma 1950, pp. 557-61. Luigi Morstabilini