NORMANNI

NORMANNI. -

I. LE ORIGINI SCANDINAVE

I popoli scandinavi non entrano nella storia che alla fine del sec. VIII, quando gli « uomini del nord » (Northmen, Normands) invasero l'Europa occidentale. Molto imperfette sono le informazioni che si hanno intorno alle loro origini dalle iscrizioni in caratteri runici, dalle opere molto posteriori, degli scaldi, poeti di corte dei re scandinavi, e specialmente dai racconti epici delle saghe.

Ramo nordico dei popoli germanici, gli Scandinavi si suddivisero abbastanza presto in tre gruppi regionali: Danesi, Svedesi, Norvegesi, stabiliti, quanto al territorio, pressa poco come ai nostri giorni. I fondamenti principali dell'unità dei popoli scandinavi sono la stretta parentela dei loro dialetti, l'originalità della loro mitologia, la somiglianza della loro organizzazione sociale e del loro metodo di vita. Le lingue scandinave non differiscono tra di loro che per forme dialettali. I canti dell'antica Edda, poema ritrovato in Islanda nel 1643, descrivono la triade Tor, Oden e Freyr, personificanti le forze della natura; le pratiche, più magiche che cultuali, mirano a conciliare o a scongiurare l'influenza dei trold, geni benefici o malfici. Gli Scandinavi vivono a contatto della natura; la loro vita è prevalentemente agricola, fondata sull'avvicendamento triennale, di cui i cereali costituiscono l'elemento principale. Il casolare (torp) e il villaggio (by), cellule della organizzazione sociale, si amministrano in modo autonomo, perché l'« autogoverno », concretizzato per ciascun grado da un'assemblea (thing), forma il tratto particolare delle società scandinave. Cantone e provincia, di origine assai remota, formano la cornice, il quadro della vita giudiziaria e fiscale, a cui sovrasta il potere dei re locali, eletti dall'assemblea dei capi (jorf) della provincia. Tuttavia, a poco a poco il potere del re s'impose, preparando così il sorgere dei futuri Stati; prima in Norvegia, intorno al fiordo di Oslo, alla fine del VII sec., con Halvdan il Generoso e suo figlio Godfrid; poi in Danimarca, il cui re Godfrid (m. nell'810) affrontò Carlomagno; e infine nella Svezia, dove sacrifici comuni a tutto il popolo, celebrati a Uppsala, prelusero all'unità.

Tuttavia il mondo scandinavo, ben lontano dal vivere ripiegato su se stesso, entrò ben presto in contatto con le regioni esterne. Il primo viaggio che si conosca, di Occidentali verso i popoli del nord, è quello del marsigliese Pitea, alla fine del IV sec. a. C. Dopo, i paesi del nord spingono, a varie riprese, verso il mondo latino masse di emigranti, Cimbri e Teutoni, Vandali e Burgundi; mentre gli Iuti seguono gli Angli e i Sassoni nel loro spostamento verso le Isole Britanniche. Relazioni commerciali, annodate dal sec. V all'VIII, con l'Occidente e l'Oriente, preludono alle grandi migrazioni scandinave. All'est, molti mercanti, attraversando il territorio della futura Russia, ripercorrono e prolungano gli itinerari, già percorsi dai Frisoni dalle rive della Gallia merovingica e della Bretagna. Per queste vie si spargono in Occidente le caratteristiche decorazioni zoomorfe proprie delle rive del Mar Nero; le monete arabe risalgono fin nella Scandinavia, gli scolta d'argento scendono dalla Svezia fino a Marsiglia, mentre le chiavi di bronzo dalla impugnatura traforata, di tipo franco, si diffondono sulle rive del Baltico. Al VI sec. navi scandinave vengono segnalate nel Golfo di Guascogna (520) e nella Frisia (575); nel sec. VIII i Norvegesi cominciano la colonizzazione pacifica degli arcipelaghi caledoni (Ebridi, Shetland, Feroë) e dell'Irlanda. Alla fine del medesimo secolo i Danesi rinunciano in maniera più drastica ad affrontare su terra la potenza invincibile dei Franchi, e, tra il 786 e il 793, cominciano sulle coste inglesi l'esplorazione della fruttuosa « rotta dell'ovest ». Già si annunzia l'era dei Vikinghi, cioè dei pirati, dei quali l'apostolo della Frisia, s. Willibrordo, non poté che sfiorare il paese e che la missione di s. Anscario toccherà faticosamente verso l'830 con la fondazione del vescovato di Birka nella Svezia.

II. L'ESPANSIONE SCANDINAVIA

L'espansione scandinava dal sec. IX all'XI non fu dunque un avvenimento repentino, ma il culmine di un processo molto antico. L'esodo sembra derivare dall'insufficienza delle terre lavorative per una popolazione aumentata, e forse, secondariamente, per ciò che riguarda i Danesi, da rivoluzioni politiche interne. Vi si aggiungeva il gusto dell'avventura e l'esca del bottino. Determinata da cause comuni, l'espansione normanna si sviluppò dalla Crimea alla Groenlandia, con caratteri diversi; pacifica all'est, con i Vareghi, mercanti viaggiatori, associati in compagnie dal vincolo di un giuramento (etimologicamente vdrar = garanzie, giuramenti); violenta e conquistatrice all'ovest con i Vikinghi, pirati in cerca di bottino e di terra (etimologicamente: vikingr persona che frequenta la baie, da vik = baia).

1. I Vareghi nell'Europa orientale. — Dal IX sec., lungo la rotta commerciale dal Baltico al Mar Nero, sono scaglionati banchi mercantili e stazioni militari svedesi: Novgorod, Smolensk e soprattutto Kiev. Tra la scomparsa degli Avari e l'irruzione dei Petceneghi, la steppa ucraina si apre agli avventurieri del nord, assai numerosi, nel sec. X, da formare come piccoli Stati: quello di Kiev divenne il più importante sotto i principi Astolk, Olaf e Igor. Attratti dagli splendori di Bisanzio, i Vareghi osarono attaccarla nell'860 e di nuovo nel 907; ma erano in numero troppo piccolo per evitare di mischiarsi con gli Slavi e non accordarsi con la potenza greca. Essi fornirono una guardia al basileus, e i Vareghi, convertiti al cristianesimo nel 988 al tempo del principe Vladimiro, adottarono la cultura bizantina e la trasmissero alla futura Russia che da essi ricevette il nome (Russia da Rutsilaiset, nome finnico degli Svedesi).

2. I Vikinghi in Occidente. — L'espansione marittima verso ovest divenne possibile grazie ai progressi nelle costruzioni navali. Le tombe reali di Oseberg e di Godstad in Norvegia, di Ladby in Danimarca hanno fatto conoscere barche lunghe da 24 a 24 m., con qualità nautiche eccezionali, nonostante l'assenza del ponte, grazie alle loro prue affilate, le loro chiglie e la loro propulsione simultanea a vela e a remi (da 30 a 40 rematori ca.); alcune navi trasportavano fino a 200 guerrieri. Marinai scaltriti, i N. navigavano diritti, attraverso l'Oceano, senza curarsi di costeggiare le rive. Tanto ardimento si spiega con l'ardore del guerriero normanno; l'eroe delle saghe, attratto dal mare fin dall'infanzia, alto, largo di spalle, dal colore chiaro, il berseks (= orso-uomo), è un combattente intrepido, crudele e avido, temuto anche dai suoi. I secc. IX e X, grande epoca della storia scandinava, lo condussero fin nell'America.

3. L'espansione marittima norvegese. — Partendo dagli arcipelaghi vicini alla Scozia, i Norvegesi fecero la conquista metodica dell'Isola di Man e dell'Irlanda e fondarono, verso la metà del sec. IX, il Principato di Dublino. Là intervennero scambi fruttuosi di civilizzazione fino al giorno in cui, a Clontarf, presso Dublino, i capi celti dell'Irlanda respinsero i nordici in qualche città del litorale (1014). L'Isola di Man e le Ebridi rimasero scandinave fino al sec. XIII, le Orcadi e le Shetland fino al XIV.

Verso l'860 i Norvegesi cominciarono a colonizzare l'Islanda, dove fondarono Reykjavik ca. l'875. Un secolo dopo, Erik il Rosso creò in Groenlandia un'installazione che durò fino al sec. XV. Il figlio di Erik, Leif, avrebbe ca. il 1000 raggiunto le coste della enigmatica Vinland (Labrador, Terranova o Nuova Scozia?).

4. I N. in Francia e in Inghilterra. — Contenuti dai Franchi al sud del Jutland, i Danesi attaccarono l'Occidente per mare. Nelle loro imbarcazioni leggere risalirono fin nel cuore dei paesi e mietendo e ogni anno i tributi di oro e di argento (Danegeld), che formano l'attuale ricchezza dei musei nordici. I ponti fortificati, i difensori reclutati sul posto dai conti franchi, in mancanza di soldati carolingi, non impedirono che il pericolo diventasse generale. La Frisia è attaccata per prima, durante l'anarchia del regno di Luigi il Pio; Duursteede è incendiata nell'836; cinque anni dopo il paese è abbandonato al danese Rorik. I N. attaccano le coste inglesi dall'Essex al Dorset, sul Tamigi, sulla Somme (rovine di Quentovic), sulla Senna (incendio di Rouen, 841, e di Parigi, 845),

sulla Loira (presa di Nantes, 843), sulla Garonna (844), sulle coste iberiche, Lisbona e Siviglia; e giungono fino al Mediterreneo (sacco di Pisa, 860); i Saraceni li designano con il nome speggiativo di mağus (= adoratori del fuoco).

Verso l'850 le razzie normanne si fanno più concentrate. In Francia, la Schelda li porta a Cambrai, la Senna e l'Yonne a Sens, la Loira al di là di Orléans. Le popolazioni fuggono, i monaci portano altrove le reliquie (p. es., quelle di s. Filiberto), da Noirmoutier a Tournus sulla Saona. La vittoria di Brissarthe, vicino a Mans, riportata nell'866 da Roberto il Forte, antenato dei Capetingi, e la resistenza di suo figlio Oddone, a Parigi, di fronte alla grande invasione e dell'885-86, non fecero che frenare il pericolo. In Inghilterra la disunione anglosassone paralizza la difesa; York cade nell'866; la Northumbria è sommersa; soltanto l'energia del re del Wessex, Alfredo il Grande, salva la terza parte dell'Inghilterra, a sud della linea chiamata Watling Street. In Francia, respinti a Saucourt-en-Vimeu da Luigi III nell'883, e nell'885 a Lovanio, i N. approfittano del successo ottenuto grazie all'imperizia di Carlo il Grosso. Impossibile sloggiarli: Carlo il Semplice (trattato di St-Clair-sur-Epte, 911) concede la regione della Senna inferiore al loro capo Rollone, che in 25 anni s'imporrà a tutto il paese, chiamato di poi Normandia. Un altro tentativo normanno sulla bassa Loira fu spezzato da un capo bretone, Alano Barbatorta (939).

III. GLI STATI NORMANNI NEL SEC. XI. — I. L'Impero danese di Canuto il Grande. — L'espansione dei popoli scandinavi non esaurì le loro forze. Isole e porti baltici (Hedeby, Birka, Gotland) erano il punto d'incontro dei mercanti frisoni e orientali; i missionari romani, venuti specialmente dalla Germania, dovettero disputare al proselitismo bizantino le regioni del Nord. Resi più avvertiti dagli influssi esteriori, i Regni scandinavi, unificati e cristianizzati, avevano cominciato ad organizzarsi, nel sec. IX, con Harald Bei-capelli in Norvegia; e nel sec. X con Harald Denti-azzurri in Danimarca (550-986).

I progressi ottenuti permisero ai Danesi di riconquistare le regioni d'Inghilterra, perdute dopo Alfredo il Grande (m. nell'899). Il re Svend tolse la corona al re inglese Ethelred (1013); suo figlio, Canuto il Grande (1014-35), aggiungerà alla propria corona la Norvegia. Il suo Impero non gli sopravvissesse ed i suoi figli persero la Norvegia e l'Inghilterra. Per l'ultima volta nel 1074, 200 navi fecero la loro comparsa davanti all'Inghilterra, dominata, ormai da 8 anni, da un altro normanno, Guglielmo il Conquistatore.

2. Il Ducato di Normandia e la fondazione del Regno anglonormanno. — La Normandia fu uno degli Stati feudali più forti. L'importanza numerica dei nuovi venuti appare dalla persistenza dei tratti fisici settentrionali e dalla sopravvivenza dei toponimici. I N. si convertirono al cristianesimo e rispettarono la struttura demaniale delle grandi abbazie; ma dal loro stabilirsi nella regione data un'era nuova, perché, staccato dall'Impero carolingio, il Ducato non partecipò alla sua decadenza: governato da una gerarchia di guerrieri, conservò la sua coesione e la sua amministrazione ordinata anticiperà d'un secolo quella del Regno capetingio. Poco si sa dei successori di Rollone, Guglielmo Lungaspada, Riccardo I, Riccardo II, Roberto I; con Guglielmo il Conquistatore, la Normandia appare ricca di risorse e il duca una persona assai potente: fa infatti da arbitro nei dissensi inglesi; accoglie il re inglese Ethelred, fuggiasco dinanzi ai Danesi; ne ristabilisce sul trono il figlio Edoardo; fa la figura di erede legittimo, rovinando ad Hastings le ambizioni dell'usurpatore Harold (1066). Così sorgeva lo Stato anglonormanno.

BIBL.: O. Kendrich, A History of the Viking, Londra 1930; H. Shetelig, Vikingeminner i Vest-Europa, Oslo-Parigi 1933; L. Musset, Les peuples scandinaves au moyen âge, Parigi 1951. In particolare: L. M. Larson, Canut the Great and the rise of the Danish Imperialism during the Viking era, Nuova York-Londra 1912; M. Gerhardt, Norwegische Geschichte, Amburgo 1942; I. Andersson, Sveriges historia, 3ª ed., Stoccolma 1950; L. Krabbe, Histoire de Danemark, Copenhagen-Parigi 1950. Per l'espansione scandinava: F. Chaladon, Histoire de la domi-

nation normande en Italie et en Sicile, 2 voll., Parigi 1907; F. Lot, La grande invasion normande de 85-62, in Bibl. de l'Ecole des Chartes, 69 (1908); id., La Loire, l'Aquitaine et la Seine de 862 à 866, ibid., 76 (1915); H. Prentout, Essai sur les origines de la fondation du duché de Normandie, Caen 1911; Ch. Plummer, The life and times of Alfred the Great, Oxford 1912; C. H. Haskins, The Normans in European History, Boston-Nuova York 1915; W. Cohn, Das Zeitalter der Normannen in Sicilien, Bonn-Lipsia 1920; autori vari, Il Regno normanno, Messina 1932; G. M. Monti, Lo Stato normanno 1930, Napoli 1934; C. Ceci, N. d'Inghilterra e N. d'Italia, Bari 1934; M. Garsud, Les invasions des Normands en Poitou, in Rev. hist., 137 (1937), pp. 241-267; A. W. Brugger, Vinlandsfendene, Oslo 1937, vers. ted., Amburgo 1939; M. Bloch, La Société féodale, I, Parigi 1939, pp. 28-93; C. Cohen, Le régime féodal de l'Italie normande, Parigi 1940; id., La Syrie du Nord à l'époque des Croisades et la principauté d'Autriche, ivi 1940; D. C. Douglas, Rollo of Normandy, in The English Historical Review, 57 (1942), p. 417; F. M. Stanton, The Scandinavian Colonies in England and Normandy, in Trans. Roy. Hist. Soc., 4e serie, 27 (1945); W. Chadwick, The beginnings of Russian History, Cambridge 1946.

Guglielmo Mollat

IV. LA FORMAZIONE DEL REGNO NORMANNO IN SICILIA; I RAPPORTI CON LA CHIESA

Lo spirito di conquista non abbandonò i N. Alcuni parteciparono alla riconquista spagnola, come Ruggero di Tosny a Barcellona (1068), mentre Guglielmo di Altavilla (Braccio di ferro), insieme ai fratelli, si avviò nel 1035 alla conquista della Puglia e della Calabria, scacciandone i Bizantini. Ciò suscitò timori e sospetti nei signori meridionali e più ancora nel papa Leone IX che si preoccupò specialmente del suo feudo di Benevento. Ma la spedizione che Leone organizzò contro i N. si concluse con una disfatta; nella battaglia di Civitate (1053) lo stesso Papa fu fatto prigioniero; di qui la necessità di avviare trattative con i N., in seguito alle quali egli ottenne il riscatto: un accordo tra i N. e il papa (Niccolò II) fu concluso nel 1059.

Roberto il Guiscardo, che intanto, succeduto ai fratelli, aveva consolidato ed ampliato i suoi domini, con quell'accordo si assicurò l'investitura, come feudo della Chiesa, delle terre già conquistate e di quelle oggetto di futura conquista, obbligandosi in cambio a proteggere il Papato nella lotta contro l'Impero. In effetti Roberto, chiamato da Gregorio VII, accorse a Roma (1084) assediata da Enrico IV e liberò il Pontefice.

Ruggero, fratello di Roberto, intanto (1061), intraprendeva la conquista della Sicilia. È del 1072 la presa di Palermo e l'assunzione da parte di Ruggero del titolo di conte di Sicilia. Ruggero mostrò, in materia ecclesiastica, una notevole indipendenza dalla Curia, malgrado la natura intrinsecamente cattolica del suo Stato ed il grande interesse, dal punto di vista politico, allo sviluppo e alla diffusione del cattolicesimo nei confronti delle religioni greca e musulmane. Egli fece pertanto una duplice politica, nel senso di favorire la religione cattolica, ma di limitare più che fosse possibile i poteri della Chiesa, pur riconoscendone la grande importanza spirituale. Il pontefice Urbano II, dal canto suo, visto che Ruggero non sopportava l'istituzione di un legato permanente, che effettivamente mostrava non poco zelo negli affari della Chiesa e che le circostanze consigliavano di non farsene un nemico, decise di affidare a lui (5 luglio 1098) la legazione per tutta la Sicilia (v. SICILIA).

Spentosi il ramo degli Altavilla di Puglia e scacciati definitivamente i Saraceni dall'isola, Ruggero II, figlio di Ruggero I, riunì ad essa i domini del continente e dall'antipapa Anacleto, per il quale aveva parteggiato nello scisma del 1130, ottenne il titolo di Re di Sicilia, riconosciutogli poi nel 1138, dopo la composizione dello scisma, anche da papa Innocenzo II. Ruggero pretese anche l'incoronazione ed il crisma, secondo il fastoso cerimoniale adottato per Carlomagno.

Il nuovo Regno non trascurò l'attività normativa, iniziando quell'opera che le costituzioni di Federico II avrebbero sviluppata e completata. In particolare le Assise normanne non poterono non rispecchiare le caratteristiche di una monarchia nella quale l'autorità regia, per l'influenza romano-bizantina, era concepita come derivante direttamente da Dio. In conseguenza di questi principi,

nella sua politica verso la Chiesa, Ruggero II seguì le orme paterne, per cui le relazioni fra il Papato e il Regno di Sicilia furono accompagnate da una continua lotta, quantunque la legislazione normanna si ispirasse ai principi della Chiesa nell'ambito del diritto privato e delle materie di comune interesse, in particolare di quella matrimoniale.

Solo Guglielmo I riuscì a risolvere le annose questioni circa i diritti della Chiesa e quelli della monarchia in materia ecclesiastica. Il Trattato di Benevento (1156) tra Guglielmo I e il papa Adriano IV concesse al monarca ampi poteri: principalmente gli assicurò il diritto di approvare le nomine dei vescovi che venivano eletti dal clero e gli confermò da parte della Chiesa la rinunzia a nominare legati, ripristinando così la situazione del tempo di Urbano II.
Nei trentaquattro anni di regno di Guglielmo II, successo nel 1166 a Guglielmo I, i rapporti tra la Chiesa e il Regno di Sicilia furono relativamente tranquilli.

BIBL.: F. Scaduto, Stato e Chiesa nelle Due Sicilie dai N. ai giorni nostri, Palermo 1887; L. Siciliano Villanueva, Sull'influenza longobarda nella politica ecclesiastica normanna, in Scritti per il cinquantesimo anno di insegnamento di F. Pepere, Napoli 1900, p. 170 sgg.; E. Besta, Il diritto pubblico italiano dagli inizi del secolo decimoprimo alla seconda metà del secolo decimoquinto, Padova 1930, p. 61 sgg.; P. S. Leicht, Lo Stato normanno, in Scritti vari di storia del diritto italiano, I, Milano 1943, p. 257 sgg.; A. Fliche, La réforme grégorienne et la reconquête chrétienne (1037-1123), in Fliche-Martin, VIII, pp. 235 sg., 250 sg., 321 sg. M. Teresa de Simone-Niquesa
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“NORMANNI.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 1131. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/normanni.