OSPITALITÀ

OSPITALITÀ. - Da hoopes (donde hospitium, hospitalis, hospitalitas), è l'atto di accogliere un forestiero nella propria casa.

I. O. PRESSO I POPOLI NON CRISTIANI. - L'o. è un versale presso le popolazioni primitive, sia tra privati sia tra gruppi, perché essendo lo straniero potenzialmente un nemico (hoopes e hostis hanno la stessa radice: Varron, De lingua lat., 4,1; Cicerone, De off., I, 12) potrebbe importare nel luogo dove è ospitato influssi malefici e quindi è bene renderselo amico e anche aiutarlo in caso di necessità. Perciò presso gli attuali primitivi, dopo il primo incontro con lo straniero, si stabiliscono trattative con scambi di doni cui segue l'aggregazione dell'ospite alla comunità, con manifestazioni varie di amicizia: sacrifizi, legatura con la stessa corda, scambio di sangue, calumet di pace, ecc. In Roma nel rito dei feziani il territorio dello straniero è tabu e perciò essi usano riti di disinfezione magica (verbena) e particolari scongiuri quando entrano nel territorio ostile (Livio, I, 24; IX, 5). In Grecia, l'o. è un obbligo sancito da Zeus Xenio sprottatore dello straniero. In Omero (Iliade, III, 35) la guerra di Troia è causata dal tradimento dell'o. da Paride compiuto ai danni di Menelao. Questo punto di vista è confermato da Eschilo. Ulisse (Od., VI, 119; IX, 175; XIII, 201) quando approda in terra straniera la domanda se essa sia abitata da gente ospitale che teme questo protettore dello straniero. Anche in Roma Giove è protettore dell'ospite (Juppiter hospitalis: Cicerone, Ad Quintum fr., 2,11). Lo straniero di passaggio vi gode la sicurezza garantitagli dal paterfamilias che lo ospita (hospitium praetatum). Era in uso presso i Romani una tessera hospitalis (in genere di legno; nell'esercito era orale, quasi parola d'ordine) o segno di riconoscimento, che garantiva l'indennità e la sicurezza dell'ospitante e dell'ospitato (Plauto, Pen., I, 5, 27: Deum hospitalem ac tesseram mecum fero).

Lo svolgersi della civiltà rese il dovere dell'o. una semplice forma di cortesia; Varron (De arch., VI, 10) suggerisce di fabbricare accanto all'abitazione principale una minore accipendis hospitibus destinata.

BIBL.: E. Westermarck. Origins and development of moral ideas, I, Londra 1906, pp. 560, 596; A. van Gennep, Le rites passage, Parigi 1909, pp. 19-56. Nicola Turchi

II. O. PRESSO GLI EBREI ED I CRISTIANI. - Tutti i popoli orientali ebbero (e l'hanno tuttora) in onore l'o. cui annettevano un carattere di sacra inviolabilità. Essa fu largamente praticata dagli Ebrei e Dio benedisse spesso visibilmente chi la dava con generosità. Se ne vedano le più importanti manifestazioni in: Gen. 18, 3-8: Abramo; ibíd. 19, 2-3: Lot; Ex. 2, 19-20: Mosè; Ios. 6, 23: Rahab; Iud. 19: levita di Ephraim; Iob 31, 31-32, ecc. L'o. consisteva nel far pernottare il forestiero sotto la propria tenda o nella casa, nel dargli la possibilità di lavarsi i piedi e di rifocillarsi, il che si estendeva naturalmente alla comitiva che lo accompagnava.