PALMERSTON, HENRY JOHN TEMPLE. - Uomo di Stato inglese, n. il 20 ott. 1784 a Londra, m. il 18 ott. 1865 a Brocket Hall (Hertfordshire). Primo

Nell'azione svolta dal P., sia come titolare del Fo-
reign Office sia come primo ministro, si riflette chiaramente la condotta delle relazioni internazionali da parte dell'Inghilterra per un lungo periodo dell'Ottocento. Gli anni dal 1830 al 1865, densi di avvenimenti tali da dare un nuovo volto all'Europa ed al mondo, segnarono la fine dei regimi assolutisti o comunque paternalistici e l'avvento delle istituzioni liberali e parlamentari; determinarono la vittoria dell'idea di nazione e la sicura affermazione di una politica di espansione commerciale, economica e coloniale, che avvicinò tra di loro popoli e paesi. In tutta questa evoluzione continentale e mondiale l'Inghilterra fu rappresentata appunto dal P. Egli non credeva ad un «sistema» determinato, né intendeva seguire precise direttive in politica estera, anzi confessava di non essere ancorato a nessun principio, ed ebbe per sola guida l'interesse del proprio paese, pur sostenendo la causa delle istituzioni liberali e parlamentari in sede internazionale. È dubbio se il suo sistema dipendesse da considerazioni sul vantaggio che ne ricavava l'Inghilterra o da un sincero attaccamento e desiderio della diffusione di ordinamenti liberali. Fin dalla questione belga, sorta nel 1830, P. riuscì, accordandosi con la Francia, a garantire la libertà e l'indipendenza dei Belgi, ed insieme a mantenere l'equilibrio europeo, che non doveva essere rotto da una eccessiva influenza francese in Belgio. Il principio costituzionale, tanto caro al P., serviva inoltre egregiamente ad impedire il predominio di una potenza qualsiasi o di una coalizione sul continente europeo. Per questo egli avversò i Carlisti in Spagna ed i Miguelisti in Portogallo. Quando infine anche la Francia di Guizot, dopo il 1846, si avvicinò all'Austria con la minaccia di una diarchia franco-austriaca, ancora una volta P. sostenne l'altra parte; avversò il moto di difesa cattolico in seno alla Confederazione svizzera del Sonderbund ed inviò in Italia lord Minto, a sostenere in pieno l'attuazione di riforme da parte dei singoli stati italiani. La politica reazionaria del Metternich fu da parte sua sempre oggetto di aspra condanna. Gli avvenimenti del 1848-49 corroborarono le sue previsioni. P. condivideva l'opinione di concedere riforme, le quali beninteso dovevano rafforzare la monarchia asburgica ed assicurare all'Italia, all'Ungheria ed agli altri territori dell'Impero ordinamenti liberali, ma non poteva accettare lo smembramento dell'Austria e la secessione dell'Ungheria, perché per lui la monarchia asburgica costituiva il perno dell'equilibrio europeo e la barriera principale contro la potenza russa. Dopo il Congresso di Parigi, dove era stato anche sollevato il problema italiano, P., in sede di discussione del Trattato di pace, criticò con palese acrimonia il 6 maggio 1856 il governo dello Stato Pontificio, e si lamentò del fatto che i consigli di lord Minto, recati a Pio IX nel nov. 1847 sulla necessità di riforme, non fossero stati seguiti. Le polemiche dichiarazioni di P. indignarono grandemente gli ambienti
cattolici e vennero confutate dal Montalembert nel suo opuscolo Pie IX et lord P.. Essendo egli primo ministro nel 1859-60, l'Inghilterra fu la prima potenza a riconoscere il 30 marzo 1861 il Regno d'Italia. P. era in ultima analisi un'individualista, al di fuori di ogni partito, che votò nel 1829 a favore dell'emancipazione dei cattolici e sostenne nel 1832 la riforma elettorale, ma vi si oppose venti anni dopo. Fu certo uno dei maggiori uomini di Stato inglesi, e seppe venire incontro ai desideri dell'opinione pubblica liberale europea.