PARINI, GIUSEPPE

PARINI, GIUSEPPE. - Poeta, n. a Bosisio (Brianza) il 23 maggio 1729, m. a Milano il 15 ag. 1799. Studiò a Milano nelle Scuole Arcimboldese, tenute dai Barnabiti. Nel 1752 pubblicò Alcune poesie di Ripano Eupilino (cioè Parino dell'Eupili, o lago di Pusiano), che gli meritarono di esser accolto nell'Accademia dei Trasformati. Per necessità, più che per vocazione, avviatosi alla vita ecclesiastica, fu ordinato sacerdote il 14 giugno 1734.

Da quell'anno al 1752 fu precettore in casa del duca Gabrio Serbelloni. Vivendo in quella e frequentando altre case di nobili, il P. studiò con severità di moralista quel mondo frivolo e pomposo e si preparò a divenirne giudice. Una certa notorietà ebbe da due famose polemiche : con il servita Alessandro Bandiera e con il barnabita Paolo Onofrio Branda. Agli anni vissuti presso i Serbelloni si possono ascrivere alcuni scritti che preparavano il giorno : poemetti con cui si addestrava a usare da maestro il verso sciolto ; le tre prime odi (La vita rustica, La salubrità dell'aria, L'Impostura) ; le Lettere del conte N. N. ad una falsa devota, satira della falsa devozione sotto il velo di un continuo insegnamento ironico ; il Discorso sopra le caricature, cioè sopra le ridicolazioni del bel mondo ; un gruppo di satire in terza rima (Il trionfo della Spilocerica, La maschera, Lo studio, Il teatro) ; il Dialogo sopra la nobiltà, tra due morti di recente, un nobile e un poeta nato plebeo, che discutono sull'origine e sui meriti della nobiltà.

Il conte Imbonati, capo dei Trasformati, gli affidò nel 1763 o 1764 il figlio Carlo, al quale il P. dedicò l'ode L'educazione, che si può considerare l'intermezzo tra il

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mattino e il mezzogiorno, pubblicato nell'estate del 1765. Nel 1768 il P. accettò l'incarico di poeta del regio ducale teatro. Per tutto l'anno 1769 attese per volere del conte Carlo di Firmin, ministro plenipotentiario dell'Austria in Lombardia, alla compilazione della Gazzetta di Milano. Nel nov. dello stesso anno il Firmin lo nominò regio promosso di belle lettere nelle pubbliche Scuole Palatine ; e nel luglio del 1773 fu riconfermata la cattedra in quelle scuole, che poco dopo si stanziarono, con il nome di R. Ginnasio, nel Palazzo di Brera. Anche fuori della scuola il P. ebbe incombenze dal governo : scrisse nel 1771, per le nozze dell'arciduca Ferdinando d'Austria con l'arciducessa Maria Beatrice d'Este, un melodramma (Ascanio in Alba), musicato da A. W. Mozart quindicenne ; preparò gli statuti dell'Accademia di belle arti e dell'Accademia di agricoltura. Ma soprattutto si occupò della scuola, in servizio della quale raccolse, prima del 1777, le sue lezioni : Dei principi generali e particolari delle belle lettere applicati alle belle arti : nella prima parte, trattato di estetica classicità ; nella seconda, rassegna storia degli scrittori italiani. Inaugurata in Brera l'Accademia di belle arti (1776), il P. restando professore di eloquenza nel R. Ginnasio, accolse nella sua scuola i giovinetti scritti ai corsi di belle arti. Intendente di tutte le arti, amico e consigliere di Andrea Appiani e dei suoi colleghi di Brera e di altri più giovani artisti, dettò programmi per pitture e sculture, diede soggetti di balli e di rappresentazioni sceniche ; fu uno dei corifei del neoclassicismo in quella Milano che, non senza merito di lui, divenne la roccaforte dell'arte neoclassica.

Nell'ott. del 1791 gli fu assegnata anche la carica di oprintendente superiore delle scuole pubbliche in Brera (in quell'anno un suo discepolo aveva curato la prima edizione delle Odi). Per il desiderio di rendersi utile alla patria, entrò nella nuova municipalità, istituita a Milano nei primi giorni dopo la venuta dei Francesi (maggio 1796). Essendosi invano adoperato per rivendicare alla municipalità il diritto di dare una costituzione alla Repubblica Cisalpina senza attendere gli ordini di Parigi, si congedò, dopo tre mesi d'ufficio, facendo segretamente dal suo parroco distribuire ai poveri il compenso che ne ebbe. Ritrovò la pace dell'anima nei pensieri dell'eterno e nella serenità degli studi. Le ultime sue meditazioni furono intorno al Cenacolo di Leonardo.

Il capolavoro del P. è Il giorno, di cui le due prime parti, Il mattino e Il mezzogiorno, furono pubblicate nel 1763 e nel 1765 ; le ultime due, Il vespro (incompiuto) e La notte, uscirono postume nel 1801. È un poema in endecasillabi sciolti, unico nel suo genere : satiricamente didattico, in quanto il poeta finge di scrivere una specie di galateo per il « giovin signore » ; epicamente satirico, in quanto dà alla satira proporzioni di poema. In esso il P. contrappone il popolo dei lavoratori a una classe che ha compiuto la sua storica missione ; e vuol rivendicare l'italianità del costume, della lingua, del pensiero, della cultura, inquinati dalle importazioni straniere accolte dai nobili del suo tempo. Il poeta si vivificare la materia, dar varietà alla rappresentazione d'un mondo che avrebbe voluto essere il mondo del Piacere ed era invece il mondo della Noia : non soltanto con i lodatissimi episodi, ma con la continua antitesi sociale, con il confronto dei nobili di allora con gli « incliti avi », con la pittura di scene naturali, con ispirazioni tratte dall'arte classica, dalla mitologia, dall'epica cavalleresca, con quadri e quadretti eso-

tici e preromantici, con effusioni liriche, le quali talvolta interrompono gradevolmente l'ironia. Tanta varietà di motivi è unificata dalla personalità del poeta, che si fa attore, in qualità di precettore, della commedia sociale del suo tempo, e, poeta vate, si fa giudice di quella società. Il vero protagonista del Giorno è lo stesso poeta. La nobiltà dello stile pariniano è tale che dal Foscolo in poi è stata paragonata a quella di Virgilio.

Il P. scrisse alcuni eccellenti sonetti, facili e gaié canzonette, lepidi « scherzi »; lasciò poemetti, epistole, frammenti d'idilli: ma il suo maggior titolo di gloria, dopo Il giorno, sono le 19 Odi (1a ed. compiuta, 1795). L'ironico « precettor d'amabil rito » diventa qui maestro di civiltà e di vita: contrappone alla corrotta vita città-dina la libertà campestre (La vita rustica); inneggia ai progressi civili (L'inno di valiùolo, La laurea); combatte i mali della società (La salubrità dell'aria, L'Impostura, Il bisogno, La evirazione); crea un Achille cristiano nella Educazione; esprime un altissimo concetto dell'arte (La recita de' versi, In morte di A. Sacchini, Alla Musica); punge la leggerezza di chi non sa vedere nelle vesti impudiche il simbolo di corrotti costumi (A Silvia). Tutte intime e subiettive La caduta e le tre odi galanti (Il pericolo, Il dono, Il messaggio). Il Carducci distingue due periodi nello svolgimento lirico pariniano: il primo, dal 1757 o 1758 (La vita rustica) sino al 1777 (La laurea), non manca di vigore, ma neppure d'ineguaglianze e di esitanze; il secondo, dal 1783 (La recita de' versi) al 1795 (Alla Musica), è quello della maniera oraziana, cioè più propriamente pariniana. Il P. crea l'ode neoclassica, che lascerà in retaggio al Monti e al Foscolo. Bisogna riconoscere che il mondo ideale e sentimentale delle Odi è meno vasto di quello che, attraverso il velo dell'ironia, s'intravede nel Giorno: ma si può integrare con i pensieri e con i sentimenti espressi in altre liriche del P., di minore valore artistico, ma storicamente importanti; e si viene alla conclusione che il rinnovamento italiano, conciliatore delle nuove idee con la tradizione, non privo di senso storico, rispettoso del sentimento religioso, ebbe in lui, tra i poeti, il suo maggior rappresentante.

Il sentimento religioso fu nel P. più vivo che non appaia nelle Odi. Egli combatté la falsa devozione (Lettere a una falsa devota) e considerò la religione unico freno all'impeto delle passioni, vincolo d'amore tra gli uomini, anelito al cielo (Mezzogiorno, vv. 975-79). Sono da ricordare, tra le liriche religiose, le terzine Nel dì di s. Bernardino sanese, la canzone Per s. Ambrogio, il sonetto Suonami in sulle labbra dedicato alla Vergine, quelli Per Girolamo Miani e Per Caterina di Pallanza, e il discorso Sopra la carità. Poiché nell'edizione delle opere pariniane (Milano 1801-1804) F. Reina sostituì nelle prose alla parola Dio « natura » e alla parola Provvidenza « le leggi » e mutò in elogio un giudizio sfavorevole sul Machiavelli (cf. l'introduzione di G. Mazzoni all'edizione di Tutte le opere edite e inedite di G. P., Firenze 1925, p. xci), il P. poté da alcuni essere rientrato un illuminista e un giacobino. Egli respinse la filosofia del Voltaire « morbido Aristippo del secolo nostro », e di Rousseau « novo Diogene »; del culto cattolico sentì, come notò il Carducci, « più simpaticamente ciò che è meglio in attinenza alla vita sociale... per virtù del suo temperamento più civile che mistico ».

BIBL.: edizioni: oltre alle citate di F. Reina e G. Mazzoni, cf. l'ed. di E. Bellorini, Prose, 2 voll., Bari 1913-15; Poesie, 2 voll., ivi 1929. Studi: per le opere fino al 1929 cf. G. Bustico, Bibliografia pariniana, Firenze 1929. Delle posteriori si segnalano: D. Petrini, La poesia e l'arte di G. P., Bari 1930; G. Natali, G. P., Firenze 1931; G. Cianna, Il romanticismo e la poesia italiana dal P. al Carducci, Bari 1935, pp. 27-60; A. Momigliano, P. discusso, in Studi di poesia, ivi 1938, pp. 105-111; A. Chiari, Sulle Odi di G. P., Milano 1943; R. Spongano, La poetica del sensismo e la poesia del P., nuova ed., Milano 1946; M. Fubini, Dal Muratori al Baretti, Bari 1946, pp. 125-132.

Giulio Natali