PIANIFICAZIONE e PIANISMO. - Si ha una pianificazione in economia, allorché in una nazione le funzioni della vita economica vengono, per esigenze particolari, programmate e controllate dallo Stato allo scopo di raggiungere, con determinati mezzi e in un certo numero di anni, una situazione ritenuta irraggiungibile qualora la vita economica fosse lasciata alla libera iniziativa dei produttori. Pianismo è il sistema di procedere per successive pianificazioni allo sviluppo economico di un paese. Lo scopo è sempre di ottenere una concentrazione di sforzi nella direzione voluta, eliminando ostacoli e resistenze. È quindi ovvio che l'esecuzione di un «piano economico» implichi una azione positiva di governo, in varia misura potenziata da privilegi e favori per alcune attività industriali o lavori pubblici, e da leggi restrittive o costrittive di carattere eccezionale.
Se fosse lecito, in tema di pianificazione, parlare ancora di dottrine economiche, si dovrebbe riconoscere al pianismo una posizione intermedia (per alcuni si tratterebbe di una «terza via») tra il liberismo economico e l'economia collettivista: più vicina a questa che a quello, destinata ad accentuare fatalmente, di piano in piano, le caratteristiche di un'economia controllata dallo Stato o esercitata da questo come una sua diretta funzione. Altri pensano che una «terza via» non debba ricercarsi nell'intervallo tra le due forme tipiche di regime economico, ma esternamente a tale intervallo, e precisamente al di là della forma liberista: della quale dovrebbe correggere gli errori e colmare le deficienze creando, attraverso una economia applicata, gli strumenti contrattuali idonei a realizzare i postulati della libera concorrenza e della
libera iniziativa (v. HALLESISMO). Il pianismo non è una dottrina economica nel senso scientifico della parola, essendo espressione di empirismo e correttivo di economie malate: non potrebbe quindi perpetuarsene l'applicazione senza compromettere gravemente il naturale equilibrio economico di una nazione e le sue facoltà di ripresa. Può discutersi se, e fino a qual punto, esso sia efficace e possa costituire l'unica ancora di salvezza per una economia isolata in epoca di sconcerto economico: ma commetterebbe un grave errore chi vi vedesse una nuova forma di economia e gli attribuisse caratteri di universalità e un'efficacia certa e durevole.
I «piani economici», infatti, legati alla contingenza ed alla fortuna di un regime, di una politica o di un governo, non possono essere che nazionali: cioè indipendenti l'uno dall'altro e dalla situazione economica generale, non coordinati, e assai difficilmente coordinabili in un piano mondiale, l'unico logico e non diretto contro alcuno. Destinati invece a contrastare l'uno con l'altro, i piani nazionali vanno creandosi mutuamente imbarazzi, sospetti e minacce, approfondendo le più deplorabili divisioni della sostanziale unità economica del mondo. Allo stato presente di subordinazione dell'economia alla politica, un «piano mondiale» presuppone una preventiva solidarietà politica, difficile a immaginare e a realizzare.
Come dimostrano i tentativi inaugurati dal Piano Marshall (E.R.P.) e i suoi sviluppi, una vera pianificazione sistematica e permanente dell'economia mondiale non può che slocare nella libera iniziativa, guidata e sorretta non già da forze politiche, ma da criteri economici di natura scientifica e pratica. Si tratta di creare l'evidenza di quale sia la maggiore utilità sociale degli investimenti: e di concretare le circostanze favorevoli, gli strumenti e gli istituti che ciò rendano possibile con un minimo di incertezze e di rischi.
L'iniziativa privata è realmente malata, e ciò la spinge a sostituire il sano criterio morale e tecnico, con approssimazioni e imitazioni, avventure e raggiri. Ma gli errori della libera iniziativa hanno una portata relativamente limitata, spesso si compensano a vicenda, e la loro lezione è sempre ascoltata per tornaconto. Nel pianismo invece, e tanto più per quanto più compiutamente riesce a fare dell'economia una funzione politica, la probabilità di sbagliare è forse minore, ma gli errori sono indubbiamente assai più gravi, spesso irreparabili, mai compensabili: e la lezione dei fatti raramente giova come esperienza, dato che sui «piani economici» quasi sempre è impegnato il prestigio di un regime e di un'ideologia.
Il rimedio razionale ai difetti della libera iniziativa non può consistere che nell'educarla dal lato morale, e nell'attrezzarla dal lato economico, liberando il lavoro dalle enormi difficoltà, dai pesi e dalle incertezze che oggi lo intralciano.